NAPOLI (“NEA-POLIS” = LA NUOVA-CITTA’), IL PESCE MORTO, IL PESCE VIVO E LA NUOVA ITALIA. Una piccola lezione ad un amico, a me stesso "come un altro (seguito della prima lezione ).
(La prima lezione:) SCUOLA: COMUNICAZIONE, INSEGNAMENTO, E COSTITUZIONE. Una risposta ad una mail di "Esposito Gennaro"
di Federico La Sala
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Da: Esposito Gennaro
Inviato: sabato 26 settembre 2009 23.18
A: federicolasala
Oggetto: Ma ci crede davvero?
Gentile Federico,
mi rifaccio vivo di nuovo. Ho visto la risposta che mi ha dato e devo dire che non mi è piaciuta affatto anche per il tono sprezzante che ha usato nei miei confronti. Non ho la pretesa di conoscere tutto, ci mancherebbe, ma la sua risposta rende le cose ancora più confuse e nebulose.
Io le ho chiesto poche cose molto precise e cioè:
lei è contro o a favore di "forza italia"? E perchè poi continua a parlare di "forza italia" se questo partito oramai si è sciolto nel PDL?
Lei nei titoli dei suoi articoli dice che ci sarà una sua nota nel corpo dell’articolo ma questa nota poi sistematicamente non c’è. Perchè annuncia qualcosa che poi non c’è?
Faccio un tentativo di interpretazione di questo suo modo di procedere. La sua nota è per caso quello che lei scrive nei titoli dell’articolo? Se è così lei fa un cattivo servizio a se stesso perchè rende assolutamente poco chiaro quello che dice. Se vuole scrivere una nota su un articolo di qualcun altro la faccia, ma questo non si fa nei titoli. Questo è l’abc dello scrivere. Una nota è un testo abbastanza lungo dove si argomenta una posizione, mentre un titolo è qualcosa di breve che sintetizza il contenuto del testo. Ci vuole una bella fantasia a capire che i suoi titoli lunghi come un romanzo sono la sua nota. Titoli fra l’altro per lo più incomprensibili a normali lettori. O lei scrive solo per se stesso? Credevo che il compito di uno scrittore o di un giornalista fosse quello di scrivere per gli altri. A me pare che lei scrive per se stesso.
Le pongo poi un altro problema. La questione affrontata in uno dei suoi ultimi articoli sul tema "caritas" con "h" e senza "h" in risposta ad un lettore che mi sembra sia diventato oramai un tormentone. Mi pare di aver capito che secondo lei il Vaticano e Benedetto XVI abbiano scelto coscientemente di usare il termine "caritas" senza "H" per dire in modo esplicito, a chi sa di latino, di essere dalla parte di Mammona e non di Dio, mentre al povero fedele fanno passare l’idea che "caritas" significa amore e non "caro prezzo" come lei dice.
Ora io non conosco il latino ma mi chiedo: è mai possibile che il Vaticano cada in una tale trappola e si sbugiardi da solo? Se "caritas" significa "mammona", come lei dice e "charitas" invece significa "amore" non sarebbe meglio per il Vaticano usare la forma corretta, così potrebbe meglio ingannare non solo chi non conosce il latino? Scegliere "mammona" invece che "amore" è una questione di forma o non è invece una questione di sostanza? Se il Vaticano usasse la forma coretta da lei indicata e poi continuasse a fare quello che fa sarebbe tutto apposto? Ma non le sembra un argomento quanto meno puerile? Sono tutti ignoranti, come le scriveva già il lettore a cui ha risposto? Non lo credo affatto. Cordiali saluti
Esposito Gennaro
P.S. Anche se forse non le piacerà, sono di Napoli. Mi pareva di aver letto sul vostro sito che non siete razzisti.
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RISPOSTA
Caro Esposito Gennaro
“Non ho la pretesa di conoscere tutto, ci mancherebbe, ma la sua risposta rende le cose ancora più confuse e nebulose”. Allora - visto che con coraggio non solo ti sei “esposto”, e ti stai ancora “esponendo”, e visto che la mia risposta ti ha svegliato (non ho usato nessun tono sprezzante - al massimo un po’ di ironia - proprio per svegliar-ti), cercherò di venir-ti in aiuto e procedo con un’altra lezione gratis (non a caro-prezzo = caritas, ma amichevolmente senza soldi e senza interessi - evangelicamente, in spirito di amore disinteressato (gr.: “Agàpe”, lat.: “Charitas”, ingl.: “Charity”, fr.: “Charité”).
Innanzitutto constato e vedo che il compito non l’hai fatto - non ti-leggi, non ti-ascolti, e continui a fare il sordo e il cieco con te stesso ...
Continui a parlare solo con te stesso - allo specchio. Una situazione molto pericolosa, come Narciso insegna. Perdi tempo e vita ... offendendo solo te stesso.
Ri-prendiamo dalla fine ... e per finirla qui.: “in tasca quale tessera di Identità hai? Sei cittadino di Italia, o no? Sei napoletano, o lo fai?”
RIPETO LA DOMANDA: SEI NAPOLETANO O VUOI FARE IL NAPOLETANO?!!! La conosci la canzone “TU VUO’ FA L’AMERICANO”?! Traduci, per te stesso: “Comme te po’ capì chi te vò bene si tu le parle ’mmiezzo americano? (...) siente a me, chi t’ho fa fa?”.
Caro Esposito Gennaro
Se non comprendi nemmeno la differenza tra l’essere napoletano e il truccarsi da napoletano, tra essere italiano (dell’ITALIA) e truccarsi da italiano (Partito di "Forza Italia"), come puoi capire te stesso prima di tutto e, poi, tutta l’importanza di un’acca?!!
E, ancora, come puoi capire la differenza di significato tra la parola “caritas” (una parola a doppio senso: un “caro” al mercato e un “caro” di tua mamma o di tuo padre o di un tuo amico o di una tua amica) e la parola “charitas”, che viene dal greco (come la parola “Napoli” - “Nea-polis” - “Nuova-città”) e che traduce in latino la parola agàpe, per dire dell’amore e del dono della Grazia ( “Xaris” - “Charis)) del “Padre Nostro”?!
IL PADRE NOSTRO: "DEUS CHARITAS EST" (1 Gv.: 4.1-16). L’hai mai recitato il "Padre nostro"? E allora, quando lo farai (O se non lo hai fatto prova), rifletti: è il "Padre" che dà il “pane” più sostanzioso, come ci ha rivelato Gesù Cristo (parola che si scrive anch’essa con la lettera greca "X" = “Ch” e che ricorda a tutti il "Pescatore" che salva e dà la Vita a tutte e a tutti - il “Pesce” = “I.Ch.Th.U.S.”, che non è morto e non si vende e non si compra a caro-prezzo al mercato!!! ). Ed è il fondatore del "Regno di Dio", della Nuova-Città, della Nea-Polis.... di "Napoli"!!!
Tu “vuoi vivere alla moda”, “Tu vuò fa l’ americano mmericano! mmericano! ma si nato in Italy!”.
Come tantissimi e come tantisime, sei del Pdl (= “Popolo della libertà” di Berlusconi) e hai gridato e continui a gridare (a quanto pare - per il partito di Berlusconi, ”Forza Italia”, registrato anche alle ultime elezioni europeee per il copyright!!!), quindi non sei italiano, non sei cittadino del Popolo della libertà della Repubblica che si chiama ITALIA e che ha il Suo Presidente, che si chiama Giorgio NAPOLITANO!!! E non sei napoletano - ma solo uno che fa il napoletano e che fa l’italiano, come il tuo Presidente della “Repubblica” del “popolo della liberta’”!!!
Tu, invece, vuò fa l’ americano! mmericano! mmericano! Siente a me, chi t’ ho fa fa? Tu vuoi vivere alla moda ma se bevi whisky and soda po’ te sente ’e disturbà. Tu abballe ’o roccorol tu giochi al basebal ’ ma ’e solde pe’ Camel chi te li dà? ... La borsetta di mammà!
Comprendi, ora, qualcosa?!!! O, ancora, no?!! E, allora, dai!!!
Sveglia e ....
VIVA NAPOLI, VIVA L’ITALIA, VIVA LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
P. S.
Per aiutar-ti a ri-flettere e ad ap-profondire, ti consiglio di leggere qualche altro appunto e altra nota sul tema:
ABUSO ISTITUZIONALE DEL NOME "ITALIA"
LEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA "REPUBBLICA" DEL "POPOLO DELLA LIBERTA’" A D’ALEMA E ALL’OPPOSIZIONE.
M. cordiali saluti,
Federico La Sala (27.09.2009)
NOTA
AL DI SOPRA DI TUTTO LA LEGGE, LA COSTITUZIONE, O "L’UOMO SUPREMO"?! LA "CHARITAS" O LA "CARITAS"?!
LA PAROLA DEL VESCOVO (Mauro Russotto): "[...] In questa prima mia riflessione desidero soffermarmi sul motto episcopale del Vescovo Giovanni [Jacono], con il quale abbiamo voluto titolare il bollettino: Super omnia charitas. Si tratta delle parole che San Paolo scrive nella Lettera ai Colossesi: «al di sopra di tutto vi sia la carità» (Col 3,14). La ca- rità è la dimensione e la virtù che sopravvive alla stessa fede e alla speranza. Perché la carità è Dio, è il nome nuovo di Dio... Deus charitas est [1 Gv. 4.8, giovanneo - non paolino, fls]. E dunque Super omnia charitas è la nuova paolina formulazione del primo comandamento del decalogo di Mosè: Dio è l’Unico ed è sopra e al di sopra di tutto!" (Cfr. SVPER OMNIA CHARITAS - N. 1 •GIUGNO 2009,PERIODICO DELLA POSTULAZIONE DELLA CAUSA DI CANONIZZAZIONE DEL SERVO DI DIO MONS. GIOVANNI JACONO).
FLS
GALILEO GALILEI, LA CONOSCENZA SCIENTIFICA, E LA LEZIONE DELLA CICALA.
La cosiddetta "favola dei suoni" (da "Il Saggiatore, nel quale con bilancia esquisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libra astronomica e filosofica di Lotario Sarsi Sigensano", 1623):
«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.
Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi.
Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in sé stesso, e conoscendo che se non s’abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura.
Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell’ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell’aprir la porta?
Un’altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a veder uno che coll’archetto toccasse leggiermente le corde d’un violino, vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell’ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l’esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l’ali, cacciar sibili così dolci e sonori.
Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono [si tratta dello scacciapensieri]; quando, dico, ei credeva d’aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l’ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili»
(cfr. Galileo Galilei, "Il Saggiatore", 1623)
Storia Comunicazione Scienza
Galileo e il Papa che amava le cicale
di Nuno Castel-Branco/Scientific American *
Come fanno le cicale a produrre suoni così forti? Molti di noi si sono posti questa domanda nelle ultime settimane nel ronzio cacofonico delle cicale che sono spuntate. Quello di cui la maggior parte delle persone non si rende conto, tuttavia, è che nel porre questa domanda stiamo seguendo le orme di uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Lo scienziato era Galileo Galilei, e la sua domanda sul suono delle cicale ebbe un ruolo chiave nei suoi rapporti con la chiesa cattolica, specialmente nei suoi tentativi di conquistare le grazie del Papa. Ancora più importante è che i risultati di questo episodio sulle cicale sfidano le credenze comunemente accettate sulla scienza e la religione.
Nel 1623, proprio prima della pubblicazione di uno dei libri più importanti di Galileo (Il Saggiatore), il suo buon amico, il cardinale Maffeo Barberini, fu eletto Papa. Galileo fermò immediatamente il processo di stampa a Roma per dedicarlo a lui invece che alla famiglia Medici, alla quale aveva dedicato il suo libro precedente. Il cardinale Barberini era un generoso finanziatore delle arti e delle scienze, e, come Papa, raccolse sotto la sua ala alcuni dei migliori artisti e pittori. Galileo ne era pienamente consapevole, dato che in precedenza era stato oggetto delle lodi del cardinale Barberini. Ora, voleva anche beneficiare della promozione di Barberini al vertice della gerarchia della chiesa. Nelle parole di Galileo, questa era "una congiuntura meravigliosa", perché poteva far approvare la sua convinzione che la Terra si muoveva intorno al Sole, non il contrario, dal Papa stesso. O almeno così pensava.
In quel libro, Galileo scrisse una delle citazioni più famose della storia della scienza: che "il libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica". Eppure, il brano che piacque di più al Papa non riguardava la matematica, ma le cicale. In una brillante dimostrazione di abilità letteraria, Galileo pianificò attentamente il libro in modo che culminasse con una storia sulle cicale che divenne nota in Vaticano come "la favola del suono". Galileo parla di un uomo "dotato per natura di straordinaria curiosità" che una volta di notte sentì "un delicato canto" fuori dalla sua casa. Uscì e scoprì come diversi uccelli e insetti producevano questi suoni, fino a trovare una cicala. A differenza degli altri animali, l’uomo non riuscì a trovare una spiegazione ovvia per il "canto stridente" della cicala. Sezionò l’insetto con un ago, ma finì per affondare l’ago troppo in profondità e uccidere la cicala senza imparare la risposta. La morale della storia per Galileo era che alcuni fenomeni naturali hanno spiegazioni che non abbiamo ancora scoperto.
Questa storia della cicala era di solito un punto culminante del corso che tenevo alla Johns Hopkins University sul caso Galileo. Ma ciò che attirava di più i miei studenti era il fatto che la favola piaceva così tanto al Papa che se la faceva leggere durante i pasti. Gli studenti erano affascinati dal fatto che il Papa, l’uomo più potente della chiesa cattolica, ammirasse effettivamente Galileo e la sua scienza. Perché allora, si chiedono, quello stesso Papa finì per condannare Galileo per la sua teoria secondo cui la Terra orbita attorno al Sole?
Il problema era che il Papa leggeva la favola della cicala in modo diverso. Per Galileo la metafora gli aprì la strada per argomentare a favore del moto della Terra. Ma il Papa la lesse come dimostrazione che è impossibile conoscere le vere cause delle cose. Quando più tardi Galileo ridicolizzò questa idea in pubblico, il Papa si offese. Anche per questo, il Papa condannò Galileo, creando un conflitto infondato tra scienza e religione che dura ancora oggi.
Oggi sappiamo che le cicale cantano con membrane interne chiamate timpani e che la Terra orbita attorno al Sole, come sosteneva Galileo. Ma ci sono ancora cose che non sappiamo. A differenza delle cosiddette cicale Brood X, la cui emersione si è conclusa di recente, gli insetti di cui scriveva Galileo tornavano ogni anno. Ma gli scienziati discutono ancora sul perché questa particolare covata di cicale nord-americane, le Brood X, emerga solo ogni 17 anni, che, curiosamente, è un numero primo. Proprio come ai tempi di Galileo, le cicale continuano ad aiutarci a pensare di più ai limiti e alle possibilità della scienza moderna.
* Fonte: Le Scienze (L’originale di questo articolo è stato pubblicato su "Scientific American" il 9 luglio 2021. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)
COME IL SOGNO DI "FORMARE UOMINI DI TESTA CHIARA" (ARISTIDE GABELLI, 1880) FU STRAVOLTO DA UN "RIDUZIONISMO" MORTALE E LA LEZIONE DI GALILEO E DELLA "CICALA" FINI’ NELLA "PADELLA" DELLA "BILANCIA" DEL "POSITIVISMO"!
L’USO INDEBITO DELLA BILANCIA PORTA AD ANNULLARE LA DIFFERENZA TRA IL PESO DEL "CORPO MORTO" E IL PESO DEL "CORPO VIVO"!
Una pagina da "Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari d’Italia" di Aristide Gabelli:
IL FINE PRINCIPALE DELL’ISTRUZIONE: "Raccontano che una volta venne da un’Accademia bandito un premio a chi avesse saputo trovar le ragioni, per le quali un pesce morto pesa più di un pesce vivo. Naturalmente, per un’indagine, che supponeva la conoscenza de’ più riposti secreti della natura, il premio non era piccolo, e riuscì straordinario il numero di coloro che con lunghi ragionamenti, movendo da principi ineccepibili1 e traendone logicamente le più lontane conseguenze, dimostrarono fino all’evidenza le cause di questo fenomeno. Chi si appigliò all’anima o agli spiriti vitali che, come farebbe una vescichetta entro un corpo immerso nell’acqua, alleggeriscono la materia; chi al moto che, per via dell’attrito coll’atmosfera, fa nascere similmente una certa sospensione; chi insomma ad un perché, chi ad un altro, secondo la filosofia che professava circa le cose naturali.
Uno solo, un uomo, sì capisce, un po’ grossolano e di poca fede, prima di cominciare a infilar sillogismi, s’avvisò di mettere sulla bilancia un pesce vivo, poi, avendolo ucciso, ve lo rimise morto, e trovò che vivo e morto pesava egualmente.
Accrescere di mano in mano il numero di coloro ai quali venga in testa di pesare il pesce, innanzi di darsi a credere, nonché a dimostrare, che morto pesi più che non vivo, è il fine principale dell’istruzione.
Un fine di questo genere, annunciato in modo cosi reciso4, parrà a taluni troppo elevato, più proprio delle scuole superiori che non delle elementari, più atto a formare la mente di chi si dedica agli alti studi, che non ad appagare i modesti bisogni di un popolo destinato a guadagnarsi con rassegnata fatica il pane. Avvertiamo però, che non si pretende di preparar la gente a fare delle scoperte, ma solamente dì avvezzarla5 a osservare i fatti, in luogo di giudicarne senza esame, e a trarre, da tutto quello che cade sotto i sensi, occasione di esperienza e materia di ammaestramento.
Si forma così quel prezioso strumento testa, senza del quale l’uomo rimane per tutta la vita e in tutte le cose una barca senza timone, una cannuccia che il vento piega ora in qua ora in là. [...]" (cfr. "Il metodo come osservazione dei fatti di Aristide Gabelli")
Federico La Sala