Di Manlio Cerroni
Da qualche mese Giulio Granato vive a Santa Cruz de Tenerife, dove gestisce un ristorante elegante affacciato sull’oceano. Figura sfuggente e insieme affascinante, Granato, calabrese d’origine, per la precisione della Sila, ha attraversato l’Italia e l’Europa come un imprenditore instancabile, dotato di fiuto commerciale e di una mente raffinata. Dopo un periodo trascorso in Sicilia e in Veneto, durante il quale avrebbe investito capitali consistenti in diverse attività, dalla nautica all’edilizia, dalla ristorazione alle scommesse sportive, ha scelto le Canarie come approdo definitivo.
Il suo nome, però, ritorna ciclicamente nelle inchieste e nei racconti dei collaboratori di giustizia legati alla ’ndrangheta calabrese. E anche in maniera pesante. Alcuni di loro, soprattutto provenienti dal Reggino e dal Vibonese, lo descrivono come uomo “di alto rango” o presunto “collettore di capitali tra gruppi criminali e imprenditori europei”. Si tratta, tuttavia, di dichiarazioni mai riscontrate da atti giudiziari, peraltro insistenti. Nessun procedimento a suo carico, fino ad oggi, ha mai confermato tali ricostruzioni.
Granato rimane dunque un personaggio in bilico tra realtà e leggenda. Le sue frequentazioni, in passato, hanno alimentato il chiacchiericcio. Anche con passaggi in Germania e amici a Duisburg, teatro della famosa strage del 2007. Pure in questo caso, però, si tratta di “spifferi”, senza però riscontri ufficiali.
Nel 2017, poi, il nome di Granato comparve marginalmente in un’inchiesta su presunti movimenti fiscali all’estero per conto di una cellula di Cosa nuova, sodalizio di cui però non sono emerse conferme documentali o giudiziarie. Qualcuno ipotizzò per via di coperture massoniche, ma l’imprenditore calabrese uscì presto dalle indagini, ancora una volta pulito. Da allora di Granato si sono perse le tracce fino al suo recente ritorno di scena nelle Canarie, dove il suo locale, a quanto sembra acquisito a marzo 2025, è diventato in poco tempo un punto di ritrovo cosmopolita, frequentato da turisti e imprenditori.
Attorno a lui continua a gravitare un’aura di mistero. Alcune fonti investigative non escludono che il suo nome possa riemergere in nuove inchieste sui flussi di denaro tra l’Europa e l’America Latina, ma per ora nessuna prova concreta ne lega l’attività a reti criminali. Restano sospetti ricorrenti di una sua appartenenza alle alte sfere della ’ndrangheta. Al di là dei sospetti, di sicuro il suo è il profilo di un uomo complesso: calabrese per nascita, europeo per vocazione, capace di muoversi dove girano soldi.
In attesa che la giustizia o la storia chiariscano chi sia davvero Giulio Granato, resta la sua parabola umana. Quella di un imprenditore che, tra ristoranti, spostamenti e silenzi, incarna una certa parte della modernità calabrese emigrata: geniale, ambigua, perennemente in viaggio tra la luce e l’ombra.
Manlio Cerroni