
Nella seduta consiliare sulla decadenza della sindaca di San Giovanni in Fiore, Rosaria Succurro, ieri Antonio Barile ha dai banchi della minoranza colpito e sminuito tre giornalisti, Antonio Mancina, me e Salvatore Audia. Ha poi ascritto a un professore di liceo, Giovanni Iaquinta, una sorta di lode per la sindaca Succurro, ma con una forzatura politica del pensiero del docente sull’utilità di nuovi asili nido. Barile ha inoltre accusato la diocesi cosentina di omessa censura, e di collaborazionismo il presidente del Centro internazionale di studi gioachimiti, Riccardo Succurro; a suo avviso rei di non aver condannato la presenza di Valeria Marini prima e di Manuela Arcuri poi al Premio internazionale Città di Gioacchino da Fiore, svoltosi nell’Abbazia florense. Come se le due attrici avessero profanato quel tempio religioso a mo’ di «peccatrice della città», per rendere l’idea con un’espressione, con una figura del Vangelo di Luca (7,36-50).
Insomma, Barile ha tirato ancora in ballo persone e argomenti esterni per osannare se stesso in campo politico. Populismo; intolleranza verso la stampa; foga iconoclasta del consigliere comunale, per giunta all’indirizzo della Chiesa e di altri soggetti che con l’ordine del giorno della seduta consiliare non c’entravano affatto.
È ovvio e pacifico che un politico debba cercare voti per essere eletto. Ed è legittimo e naturale che Barile, in quanto politico, aspiri a diventare per la terza volta sindaco di San Giovanni in Fiore, nonostante l’epilogo delle sue precedenti esperienze, l’ultima delle quali conclusasi per dimissioni di consiglieri della sua stessa parte, che aveva a lungo sfidato e metaforicamente preso a pesci in faccia. Per inciso, nel suo racconto, costoro furono traditori di un progetto rivoluzionario contrario ai compromessi e vennero in certo modo influenzati da Mario Oliverio, sul quale Barile ha da ultimo invertito il proprio giudizio politico.
Resta un punto: il Consiglio comunale non è il bar dello sport o una tavolata di Ferragosto, ma è il luogo della democrazia di una comunità, della rappresentanza e della costruzione del futuro, in cui i contenuti politici e la forma espositiva dovrebbero camminare in coppia. Barile dovrebbe perciò mirare al consenso contestando l’operato politico e amministrativo dei suoi avversari, presentando interrogazioni specifiche, nel caso denunce all’autorità giudiziaria; argomentando civilmente a favore dell’alternativa - da esplicitare - e contro l’agire e il costume politico e amministrativo della maggioranza di turno; proponendo interventi e soluzioni su temi prioritari come sanità, ambiente, lavoro, commercio, Stato sociale, digital divide, depurazione o acqua pubblica. Invece no, da più di 20 anni, da quando entrò a palazzo come “rampollo” di Forza Italia, egli preferisce la demagogia e l’irruenza, prendendosela con chiunque non condivida il suo pensiero e non abbia nei suoi riguardi un dire e fare apologetico, se non, addirittura, un animo agiografico.
Si è bell’e capito, ormai, che trattasi di un metodo di raccolta del consenso con cui il consigliere comunale sangiovannese veicola l’idea, autoreferenziale, secondo cui è l’unico politico capace, l’unico puro, l’unico degno, «l’unico - per citarlo alla lettera - rivoluzionario».
In questi 20 anni e più, Antonio Barile ha trasformato la politica locale, trascinandola su personalismi e questioni private sin dai tempi della sindacatura di Antonio Nicoletti, ancora dirigente medico dell’Asp di Cosenza, cui rimproverava anche fatti personali con toni moralistici. È dunque inesatto quanto l’altro Antonio Nicoletti, l’attuale consigliere, ha affermato nel Consiglio comunale di ieri, definendo l’assise cittadina medesima come la peggiore della storia politica locale. E chiamo da testimone il mio collega Ilario Lombardo, oggi in forza al quotidiano La Stampa, di cui conservo un pezzo memorabile uscito anni fa su Diario. Lombardo illustrò il delirio che nell’autunno del 2008 vide in un Consiglio comunale di San Giovanni in Fiore (QUI il link all’articolo, di cui si consiglia vivamente la lettura) . Allora Barile stava all’opposizione e - lo ricorderà bene la presidente di quel Consiglio, Franca Migliarese Caputi - utilizzava la sua personale grammatica politica, ben poco rispettosa degli avversari, con cui fomentava la massa.
Ora, io non ho alcuna ragione per occuparmi della politica di Barile, di cui non condivido modi, linguaggio, contenuti, orizzonti e riferimenti - i suoi sono stati (e forse continuano a essere) i fratelli Antonio e Pino Gentile di Cosenza; i miei rimangono Gianni Vattimo, Marco Rizzo e Francesco Toscano. A meno che lo stesso Barile non mi costringa a farlo, e allora non potrò tirarmi indietro. Né ho motivo di pensare alla politica locale, che non parla mai di autonomia differenziata, di signoraggio bancario e sistema dell’euro, da cui dipendono molti gravi mali del nostro presente, a partire dal Piano di rientro dai disavanzi sanitari.
Certo, però, non posso accettare che Barile si arroghi il diritto di usare le sedi istituzionali per condurre sue battaglie personali (talvolta anche chiamando in causa la mia persona), per trascinare nella dialettica politica soggetti che non c’entrano, per screditare chicchessia a prescindere dalla verità oggettiva e dalle responsabilità soggettive.
Purtroppo, da cinque anni a questa parte, anche per colpa sua, nella periferia dell’impero di San Giovanni in Fiore vengono spesso mescolati e artefatti ruoli, episodi e trascorsi, con estrema disonestà intellettuale. Succede per nascondere in malo modo una palmare, diffusa incapacità politica di opporsi alla maggioranza odierna in forme efficaci e con gli strumenti e argomenti giusti. Accade perché è un’utile scorciatoia. La quale, nel generale declino della politica del XXI secolo, incapace di parlare di futuro e di coltivare grandi ideali, a qualcuno assicura «più carisma» e fantomatico sostegno nella dimensione social dell’irrealtà.
Intanto, la controparte continua a mietere consensi, con tutti i pericoli di un’opposizione debole, virtuale, concentrata su vicende spicciole e strumentali, come l’ubicazione della statua della Vittoria alata, che ai miei tempi era anche, purtroppo, scambiata da ragazzi e adulti per un orinatoio, nel silenzio collettivo.
Abbiamo tutti, compreso Barile, il dovere di riportare la politica nel suo alveo naturale. Che è quello del confronto sui temi pubblici e anche sulle storie politiche personali; che è quello della capacità argomentativa e dialettica e non del rumore inconcludente. E dobbiamo distinguere e comprendere i ruoli di ciascuno, accettare che la democrazia è fatta di vincitori e vinti decretati dal popolo, capire che le affermazioni elettorali dipendono dai meriti altrui e anche dai propri demeriti.
La colpa non può essere sempre degli altri. «Altro» significa «diverso». Perciò l’altro da sé va rispettato nel suo pensiero, nella sua autonomia, nella sua libertà, nella sua dignità di persona. Nella sua unicità e appunto nella sua diversità. Come raccomandava il filosofo Andrea Tagliapietra, «se non si esce dalla società dello spettacolo», che cancella i fondamenti e ottunde la memoria e lo sguardo, «sarà l’apocalisse».
Emiliano Morrone