IPOTESI DI LAVORO.Materiali sul tema:
"DUE SOLI" IN TERRA. GENERE UMANO: I SOGGETTI SONO DUE, E TUTTO E’ DA RIPENSARE!!! NON SOLO SUL PIANO TEOLOGICO-POLITICO, MA ANCHE ... ANTROPOLOGICO!!!:
Per una rilettura del "De Vulgari Eloquentia" e della "Monarchia" - DANTE (E BACONE), ALLE ORIGINI DEL MODERNO!!!
IL "SEGRETO" DEL "NOME" RIVELATO E CHIARITO: GIUSEPPE dà a suo Figlio, GESÙ (= "Dio" salva), il NOME del Suo "Dio", e Gesù rivela che il Nome di "Dio" è "Amore", al di là dell’Eros e dell’Agape, è - teocritica-mente - Charitas!!!
GIORDANO BRUNO, LE "TRE CORONE" E IL VANGELO ARMATO.
RILEGGERE SAUSSURE.DUE PERSONE CHE DISCORRONO... Il punto fermissimo della ricerca saussuriana. UN "TRATTATO TEOLOGICO-POLITICO" RIDOTTO A UN BANALE "CORSO DI LINGUISTICA GENERALE"!!!
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Ferdinand de Saussure |
Federico La Sala (07.10.2011)
"DUE SOLI""("DANTE ALIGHIERI") E "GRAMMATICA DELLA FANTASIA" (GIANNI RODARI).
Una nota a margine (e in omaggio) del lavoro allegato di Gianfranco Marrone *
Fantasia / Rodari, Munari e il binomio fantastico *
di Gianfranco Marrone ("Doppiozero", 31 Agosto 2020)
Diciamolo subito: lo scopo di Grammatica della fantasia, celebre saggio di Gianni Rodari del 1973, è quello di comprovare che il suo titolo non è un ossimoro. Generalmente si pensa la grammatica come un arido insieme di regole da mandare a memoria, e la fantasia come la capacità umana di creare senza alcuna direttiva prestabilita, un capriccio fine a se stesso. Da una parte ci sarebbe l’ordine pregresso delle norme comunicative, le abitudini linguistiche, le poetiche prescrittive, le leggi. Dall’altra la creatività, l’estro della genialità che rompe gli schemi, la fantasticheria più o meno trasognata, l’originalità. Si tratta, come è noto, dell’ideologia del senso comune, nutrito per decenni di quell’idealismo e neoidealismo, romanticismo e spiritualismo, storicismo e sentimentalismo semplificati dalla cultura scolastica diffusa. Un senso comune, pertanto, che pensa una grammatica della fantasia come contraddizione in termini: come un’assurdità, una spiritosaggine.
Niente di più lontano dal pensiero e dall’opera di Rodari che, dopo aver trascorso gran parte della sua carriera a scrivere storie per bambini, svecchiando i metodi educativi e ottenendo un notevole successo, decide di fermarsi un momento e chiedersi: come si fa a inventare le storie? quale arte, quale tecnica, quale metodica si adopera - se si adopera - per farlo con efficienza ed efficacia? come insegnare ai ragazzi non tanto il contenuto delle singole narrazioni ma le tecniche generali per raccontarne di ulteriori?
La questione, in quel tempo, non era nuova. Motivo per cui, pur appoggiandosi su un notevole numero di autori (psicologi, pedagogisti, linguisti, semiologi, folkloristi, ma anche scrittori, artisti, cineasti etc.), Rodari non sente l’esigenza di giustificare - concettualmente o esteticamente - questa serie di interrogativi. Li pone e basta. Dietro di lui, non a caso, ci sta la riflessione delle scienze umane del Novecento, il cui obiettivo, si ricorderà, era quello di andare alla ricerca delle costanti formali più o meno nascoste, più o meno profonde, di ciò che apparentemente si presenta come frutto del caso, dell’immaginazione creatrice, dell’arbitrio individuale. Laddove un idealista come Croce parlava di intuizione lirica del sentimento da distinguere accuratamente dalle ossature portanti delle opere letterarie, lo strutturalismo critico (che proprio negli anni Settanta raggiunge la sua acme) non distingue fra afflati emotivi e costruzioni formali ma fa discendere i primi dalle seconde. Saussure sottolineava come l’originalità di ogni parlata individuale discenda da un sistema linguistico condiviso. Propp sosteneva che tutte le fiabe raccontano sempre, in fondo, la stessa storia. Lévi-Strauss ricostruiva matrici formali a partire da cui lo spirito umano genera miti molto diversi fra loro. Dumézil faceva lo stesso con le religioni, ritrovando tre sole funzioni di base in tutti i culti indoeuropei.
Jakobson parlava di una poesia della grammatica da accostare a una grammatica della poesia. Lacan rimarcava come ogni soggetto individuale è parlato da una lingua che lo trascende. E studiosi di media come Barthes e Baudrillard praticavano un’antropologia in nuce della cultura di massa, ritrovando schemi invarianti dietro le mille variazioni del momento, nella paraletteratura come nella televisione, nel giornalismo (moderna mitologia) come nella pubblicità (odierno serbatoio di icone collettive).
Rodari impara opportunamente la lezione ma ribalta il punto di vista. Per lui non si tratta di analizzare materiali narrativi dati, di ritrovare forme comuni dietro sostanze idiosincratiche, ma semmai, in termini molto induttivi (il libro raccoglie gli appunti di alcuni seminari con docenti della scuola), di ricostruire le tecniche adoperate al momento dell’invenzione narrativa. Si pone non nella prospettiva del ricevente ma in quella dell’emittente.
In che cosa consiste, nella Grammatica della fantasia, l’arte di inventare storie? Presto detto. Si tratta di giocare con intelligenza e spregiudicatezza con quello che Rodari chiama binomio fantastico - e che noi potremmo oggi meglio definire, con blando tecnicismo, contrasto semantico. Si prende per esempio una parola, anche la più banale come “cane”, la si fa giocare con un’altra altrettanto quotidiana, poniamo “armadio”, e si sta a vedere l’effetto che fa. L’accostamento fra questi due termini comuni della lingua genera una moltitudine inaspettata di possibili storie: cosa ci farà un cane in un armadio? è il suo nascondiglio, la sua cuccia, la sua prigione? oppure lo sta portando sulle spalle? E poi: di che armadio si tratta? è vuoto? pieno? e di cosa? Così, aver messo accanto queste due parole, di solito ricorrenti in contesti fra loro impermeabili, cambia il significato di entrambe, arrivando a modificare l’idea che avevamo sia del cane sia dell’armadio. “Ora - scrive Rodari - un armadio in sé non fa né ridere né piangere. È una presenza inerte, una banalità. Ma quell’armadio, facendo coppia con un cane, è tutt’altra cosa. È una scoperta, un’invenzione, uno stimolo eccitante”. Cosa che i bambini colgono immediatamente e sanno bene come rendere produttiva: con un cane e un armadio ci si possono fare un sacco di cose, convocando per esempio ulteriori personaggi: il padrone del cane che lo punisce rinchiudendolo, la cameriera che riordina la biancheria, la morosa dell’animale che lo cerca disperatamente...
Il binomio fantastico, allora, non è altro che il principio cardine dello strutturalismo (le relazioni precedono i termini e ne fondano il significato) che, al di là delle mode intellettuali, dominava le scienze umane del periodo dotandole di un metodo rigoroso e, soprattutto, di innumerevoli risultati conoscitivi. Un principio strategico che Rodari considera alla base di qualsiasi innesco narrativo. Leggiamo ancora: “La parola ‘agisce’ solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare. Non c’è vita, dove non c’è lotta”. La mente, continua Rodari, quella stessa che genera concetti chiari e distinti nonché narrazioni irte di contraddizioni interne, “nasce nella lotta, non nella quiete”, di modo che “il pensiero si forma per coppie”.
Così, citando lo psicologo infantile Henry Wallon, “l’elemento fondamentale del pensiero è questa struttura binaria, non i singoli elementi che la compongono. La coppia, il paio, sono anteriori all’elemento isolato”. Laddove oggi si tende più che altro a ricercare le origini dei racconti in termini evoluzionisti, funzionalizzando drasticamente la narratività nello sviluppo della specie umana, Rodari lavora in direzione di una logica profonda dell’invenzione narrativa, quella che con Novalis chiama una Fantastica: non una logica formale e meno che mai una precettistica, ma una costruzione astratta di natura polemica che sta alla base d’ogni elaborazione intellettuale, di ogni assetto antropologico. L’idea di straniamento elaborata da Sklovskij (e ripresa da Brecht e Barthes) non è molto lontana da tutto ciò.
La cultura italiana del tempo aveva importato lo strutturalismo da Francia e Russia, ponendo non pochi paletti teorici (Eco) e provando a innestarlo nel marxismo (De Mauro) o nella ricca tradizione filologico-letteraria (Segre). Per questo, anche Rodari paga pegno con il materialismo dell’epoca quando dichiara, a proposito del gioco di contrasti semantici generatori di storie, che “l’impero della dialettica si estende anche ai domini dell’immaginazione”. Esca gettata lì e mai più ripresa nel corso del libro, il quale si configura piuttosto come una ricchissima serie di esempi relativi al binomio fantastico - che si estende facilmente sull’intera sua opera, dalle Favole al telefono al Libro degli errori, dal Pianeta degli alberi di Natale ai Viaggi di Giovannino Perdigiorno.
Più che a Engels o a Plechanov, Rodari pensa a Saussure e a Propp. La stringa formale delle fiabe di magia elaborata da quest’ultimo gli consente di elaborare un gioco di carte raffinatissimo, dove ogni carta è una precisa funzione narrativa (Danneggiamento, Partenza, Lotta, Vittoria, Ritorno, Nozze...) che si getta sul tavolo attorcigliandosi con le altre. Il castello dei destini incrociati, stranamente non citato, era uscito quattro anni prima giusto a partire dalle analisi formali del racconto su cui, come lo stesso Calvino ricorda, in quegli anni ci si esercitava al Centro di semiotica di Urbino, dove Paolo Fabbri lavorava su Pinocchio, Maurizio Del Ninno sui proverbi e Alan Dundes sulle leggende amerinde.
Eppure il binomio fantastico non accosta soltanto parole. Riguarda anche singole lettere, frasi compiute, frammenti testuali, interi discorsi. Così in Cappuccetto rosso le cose possono invertirsi, il lupo diventando buonissimo e la nonna cattivissima. Anche gli oggetti in sé, giocattoli o quant’altro, non fanno fatica a diventare veri e propri personaggi fiabeschi semplicemente iniziando a rimbeccarsi fra di loro, come il tavolo della cucina che, visto da sotto, si trasforma in ottimo nascondiglio per infanti, posate o macinini da caffè. Rodari si affida molto alla lingua, alla narrazione orale oppure scritta ma pur sempre verbale. Coglie però come il suo principio del binomio fantastico possa essere perfettamente applicato a storie che fanno uso di altri codici, da quello appunto degli oggetti alle immagini: “le tecniche narrative potrebbero facilmente essere trasferite in altri linguaggi”, si legge nell’Antefatto.
Doveva aver colto un simile invito un personaggio poco distante da Rodari, non a caso illustratore di molti suoi libri, che adopera sistemi e tecniche molti simili per lavorare su un terreno differente come quello della comunicazione visiva. Il riferimento è a Bruno Munari, che di lì a pochissimo, nel ‘77, pubblica Fantasia, libro interamente dedicato alle pratiche inventive e immaginative nel mondo della grafica. I due si conoscevano bene, e sulle loro relazioni è in corso una bella mostra al Palazzo delle esposizioni di Roma (qui si può scaricare il catalogo).
Ma il loro rapporto non si limita a collaborazioni professionali o vaghe corrispondenze d’amorosi sensi. Binomio fantastico al quadrato, questa strana coppia di autori, pur opponendosi superficialmente, sembra marciare nella medesima direzione intellettuale, elaborando teorie a partire dalle loro rispettive pratiche creative: la pedagogia narrativa nel primo caso, il design della comunicazione nel secondo. Ciò che li accomuna, in questo, è proprio l’idea del contrasto semantico, della polemica fra elementi d’ogni tipo che genera soluzioni inaspettate, dello stridore iniziale da cui fuoriescono melodie altrimenti imprevedibili.
La fantasia, scrive Munari, sta nella capacità di istituire rapporti improbabili, e tanto più sarà fervida quanto più si sarà in grado di intravedere la possibilità di relazioni nuove, di originali contrasti di idee, formati, colori, materiali, sagome, ribaltando forme e funzioni degli oggetti. Da cosa nasce cosa - altro noto titolo di questo gigante della progettazione grafica - proprio in questo senso: non un arnese che fuoriesce da un altro ma un elemento che, accostato a un secondo, ne genera un terzo. È la legge d’ogni creatività, che non ha nulla di biologico, meno che mai di spontaneo, di fantasioso nel senso banale del termine. E che vale nelle storie per bambini (Rodari) e nel design (Rodari), così come in tutto ciò che di creativo si sa e si vuole produrre. In tempi di neuromania e naturalismi striscianti, nonché di sbandierato storytelling privo di configurazioni portanti, ecco un doppio insegnamento d’estrema utilità. In questo senso, il binomio fantastico genera ossimori intelligenti.
*
Per approfondimenti sul tema, paradigmaticamente, sia lecito, cfr.:
DANTE E SAUSSURE: UNA SOLA TEORIA, QUELLA DEI "DUE SOLI". Ipotesi di lavoro
Federico La Sala
ANTROPOLOGIA CULTURALE, COSTITUZIONE (NON DOGMATICA), E "APOCALISSE" EPOCALE:
L’#ITALIA E LA #NASCITA DELLA #REPUBBLICA #DEMOCRATICA.
A 80 anni dal #2giugno 1946, c’è solo da aprire tutti e #due gli #occhi al #Cielo e mettere tutti e due i #piedi per #Terra, e, soprattutto, #ringraziare i nostri #padri e le nostre #madri #Costituenti, e, POSSIBILMENTE, #CAMBIARE ROTTA: "CHI PRETENDE DI INSTALLARSI NELLE PRESUNTE EVIDENZE DELL’#IO NON NE VIENE PIù FUORI" (C. #LEVI-STRAUSS).
ARCHEOLOGIA METALLURGICA, FILOLOGIA CRITICA, #ANTROPOLOGIA CULTURALE, E #LINGUISTICA (#SAUSSURE): LA "LEGA" DELLA "FACCIA DI BRONZO" E DELLA DUALE E "DOPPIA VERITÀ" DELLE SUE PAROLE.
ACCOGLIENDO LE CONSIDERAZIONI RELATIVE AL FATTO CHE IL BRONZO (LA LEGA DI RAME E STAGNO) NELLE OPERE DI #OMERO, IL «Xαλκός è il metallo delle armi e degli scudi: non trasparente, non cedevole, non attraversabile. ὄψ è il volto rivolto verso l’altro - non l’occhio astratto, ma la presenza che si offre alla relazione.», E, CHE LA FIGURA MITOLOGICA "Χαλκιόπη - #CALCIOPE [è] Il volto che non cede, il varco che si apre", come da #Etimologia («Il nome si compone - con probabilità, non con certezza: le fonti non lo esplicitano - di χαλκός, "bronzo", e ὄψ, "sguardo", "volto", "presenza rivolta"»), NON PER QUESTO BISOGNA PENSARE CHE «"Faccia di bronzo" [suoni] come #chiusura», MA, AL CONTRARIO, E’ DA RITENERSI CHE «Chi porta il nome dell’impermeabilità è, in ogni caso, la figura che apre il passaggio tra mondi. La superficie che non si dissolve non impedisce il contatto: lo rende possibile.» (cfr. Giuseppe Massimiliano Salamone, "Calciope").
ORA, SE (ED E’ BENE RIPETERLO), «se la lettura regge, "colei dallo sguardo bronzeo": il volto che riflette senza rivelare, che resiste senza cedere."», ALLORA, A BEN LEGGERE (E RILEGGERE) GIA’ SOLO IL PRIMO CANTO DELL’«ODISSEA» (I, 179-184), C’E’ DA "CREDERE" CHE LA #BIMETALLICA "MASCHERA" DI "CALCIOPE" COMINCIA A "TRASFORMARSI" IN QUELLA DELLA STESSA #ATENA, LA DEA CON "L’OCCHIO AZZURRO", GLAUCOPIDE), E, CON UNA SOLA FACCIA, QUELLA DI UNA "MASCHERADIFERRO", QUELLA DELLA "ASTUZIA DELLA RAGIONE" ("PLATONICO-HEGELIANA")!
Così Atena, appena "discesa" dall’Olimpo, parla a Telemaco:
"Mentes, figlio del saggio Anchialo, mi vanto di essere, il mio potere regale lo esercito sui Tafii amanti del remo. Ora con la nave e i compagni sono qui approdato, navigando sul mare purpureo verso uomini di lingua diversa, diretto a Temesa, per avere bronzo: io porto fulgido #ferro" (Omero, "Odissea", I, vv. 181-184, Rizzoli, Milano, 2010).
* Sul tema, sia lecito, si cfr. "PLATONE: ILLUMINISTA O TOTALITARIO?! Al di là dell’illuminismo e del platonismo per il popolo. PLATONE E NOI, OGGI".
CRITICA E VERITÀ (R. #BARTHES, 1966). #Memoria, #Storiografia, #Letteratura, #Filologia, e "Grado zero della #Scrittura (#RolandBarthes, 1955): una #hamletica "question" sull’#ordinedeldiscorso (#MichelFoucault, 1970) e sulla onnipotenza "#socratica" ("so-kratos") della "parola scritta" ("#Platone")!
PER LA PACE PERPETUA: "CHI" SCRIVE E "CHI" LEGGE?! Ricordando #Brecht e le sue "#Domande" (storiografiche) sull’egologico e cosmoteandrico "#Patto" della "Storia" della tradizione culturale occidentale, non è ora di portare a #compimento il programma della "#scrittura_alfabetica", e, realizzare un patto nuovo, che sappia riposare sulle fondamenta "archeologiche" e antropologiche della stessa #Parola (#Logos) e dell’#amoreconoscitivo ("#charitas"), e, sappia #riconoscere (come da #segnavia dell’ "#Apocalisse") anche all’#altro la uguale e contraria "facoltà di giudizio" (#Kant) di essere "l’Alfa e l’Omega della stessa "storia"?!
SUL TEMA, si cfr. "CHI" SIAMO NOI, IN REALTÀ. RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTÀ: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE; e, anche, DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO: IL PROGRAMMA "ANTICRISTO" DEL CATTOLICESIMO-"ROMANO". LA LEZIONE CRITICA DI KANT. Alcune luminose pagine da "La fine di tutte le cose", nella trad. di Giuseppe De Lorenzo.
USCIRE DAL LABIRINTO, SENZA UCCIDERE NESSUNO! #POESIA #FILOSOFIA #FILOLOGIA #RIVELAZIONE E #COSTITUZIONE: OLTRE LA #TRAGEDIA, LA #DIVINACOMMEDIA (#DANTEALIGHIERI).
#STORIAELETTERATURA. Dopo la lezione sul #Presepe (Greccio, 1223) di #FrancescodiAssisi, e, al contempo, la ricomprensione del messaggio evangelico e del significato della #nascita dai suoi genitori, #MariaeGiuseppe, del #bambino #Gesù, per Dante inizia la "#VitaNuova"e la ripresa stessa del suo cammino sulla #dirittavia.
"SÀPERE AUDE! (ORAZIO E KANT): CON #ULISSE (OMERO) E CON #GIASONE (OVIDIO), UN PASSO ANTROPOLOGICO OLTRE IL #CIELO DELLA ANTICA #METAFISICA E DELLA MITICA "CADUTA". Con l’intervento in suo aiuto di Beatrice, (#Bella, la sua "#Maria"), e di "#Vir_gilio" (#Alighiero, il suo "#Giuseppe"), cittadino di Firenze (la città del "Fiore"), Dante racconta "per tutti e per nessuno" come ogni essere umano può rinascere seguendo il filo (che egli stesso ha seguito) di quell’ #amore "che muove il Sole e le altre stelle", attraversare l’inferno e il purgatorio, uscire dal minoico labirinto, e diventare un altro "Cristo" (un cittadino dei "due mondi", sia della terrestre "città futura" (del "paradiso terrestre) sia dello stesso "paradiso", della città celeste. L’indicazione dell’Ulisse "fiorentino" non è forse "considerate la vostra #semenza"?!
PER ORIENTARSI NEL PENSIERO, SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR. "LA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO DEI "DUE SOLI".
CULTURA E #SOCIETA’: LA #QUESTIONE DELLA #SOGGETTIVITA’ (#AMLETO) E IL NODO DEL #PRINCIPIO DI #CARITA’ (#CHARITAS / #CHARITY) E DELLA #VERITA’.
AVENDO MESSO A MORTE #KANT E LA SUA #CRITICA, E, ANCORA, AVENDO SOTTOVALUTATO TUTTO IL DIBATTITO E LA RIFLESSIONE DI #GIANNI VATTIMO SULL’ #ADDIO ALLA #VERITA’), AMMALARSI DI #EPISTEMIA E’ UN PASSO OBBLIGATO: CADERE NELLA "TRAPPOLA" DEL TEMPO SENZA PIU’ "#STORIA" (DI "#FINE DELLA STORIA") E’ ORMAI ALL’ORDINE DEL GIORNO!
Un "invito alla lettura" di un breve articolo di #Luca Zorloni:
Ci stiamo ammalando di epistemia, l’illusione di sapere cose solo perché l’AI le scrive bene
L’intelligenza artificiale è molto brava a farci credere di sapere cose che non sa. E noi ci stiamo convincendo di conoscerle, mentre ci affidiamo a risposte che suonano bene
di Luca Zorloni (Wired, 12.12.2025)
C’era una volta l’episteme. La vera conoscenza, secondo i filosofi dell’antica Grecia. Oggi ci ritroviamo invece con l’epistemia. Che della conoscenza è un’illusione. Una sorta di specchio della realtà deformato da una fede cieca nelle risposte dei grandi modelli linguistici (Llm) alle nostre domande. Giudizi. Valutazioni. Classificazioni di fonti. Azioni di discernimento che deleghiamo ai modelli di AI. E fin qui, tutto lecito. Il problema insorge quando riceviamo la risposta. Quanto la prendiamo per buona?
Qui si colloca il bivio tra episteme ed epistemia. Tra conoscenza e illusione. Perché gli Llm non sono progettati per effettuare verifiche sostanziali, ma per generare una risposta che sia plausibile dal punto di vista linguistico. Il loro scopo, in fondo, è questo. Restituire un output che “suoni” bene. Al netto che sia vero o falso. Se quel risultato non viene verificato da chi delega all’AI un pezzo del suo lavoro, ecco che succede il patatrac.
È qualcosa che ricorda molto da vicino il confronto tra Socrate e i sofisti nell’Atene del quinto secolo. Di questi uno degli esponenti di spicco era Gorgia. Il quale sosteneva che nulla esiste, che se anche esistesse non sarebbe conoscibile e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. L’AI fa un po’ il contrario, perché può comunicare tutto, pur senza conoscerlo. Alla fine, però, l’esito è lo stesso. Un esercizio di persuasione che si fonda sulla capacità di costruire un discorso plausibile, non vero.
Lo studio italiano
Un recente studio pubblicato su Pnas e condotto da un team di ricerca guidato da Walter Quattrociocchi, docente dell’università La Sapienza di Roma e al timone del Center of data science and complexity for society, ha analizzato per la prima volta in modo sistematico come sei modelli linguistici di ultima generazione, tra cui ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google o Llama di Meta, “operazionalizzano il concetto di affidabilità". Come si legge nella nota che annunciava la pubblicazione del progetto, "il lavoro confronta le loro valutazioni con quelle prodotte da esseri umani ed esperti del settore (NewsGuard, Mbfc), utilizzando un protocollo identico per tutti: stessi criteri, stessi contenuti, stessa procedura. Il focus non è sull’accuratezza del risultato finale, ma su come il giudizio viene costruito”.
In una parola, l’epistemia. Se dovessi scegliere, è questa per me la parola dell’anno. Perché identifica questa nuova stagione della nostra società dominata dalla costruzione di una impressione di conoscenza che sta in piedi perché non si sa, perché non si sa delegare all’AI e perché non si sa controllare e verificare il risultato. Ci si bea, in compenso, di una risposta cucita talmente bene da illuderci di non poter essere che vera. L’AI ci renderà più stupidi se vorremo cullarci nella stupidità indotta. Se ci accontenteremo della prima risposta del chatbot, senza considerare i meccanismi probabilistici che governano il funzionamento dei grandi modelli linguistici.
Come reagire?
Le conclusioni dello studio condotto dal team di Quattrociocchi non identificano solo il problema, ma indicano anche la soluzione. Che è saperne di più dell’AI a cui ci affidiamo. Delegare la navigazione solo se si conosce la rotta, la destinazione, gli scogli che affiorano. O se si hanno gli strumenti per comprendere se, circondati dalla nebbia, si sta viaggiando nella giusta direzione. L’impiego dell’AI richiede di alzare il nostro livello di conoscenza, di ampliarlo e di mantenerlo aggiornato. Da un lato, rispetto alla capacità di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, di saperne distinguere i risultati, i meccanismi di funzionamento e quindi i punti di forza e quelli di debolezza. Dall’altro, rispetto alle materie su cui chiedono all’AI di sostituirci a noi.
Alla fine, quando si parla degli effetti della tecnologia sul sapere, torniamo sempre al punto di partenza. Che fake news, deepfake, epistemia si disinnescano non tanto con etichette posticce o filigrane, ma coltivando lo spirito critico, investendo sulla formazione, allenando la mente a non cadere nei tranelli di una conoscenza superficiale. È una buona notizia, se volete, che ridimensiona gli allarmi delle trombe dell’Apocalisse. Ma è anche una consapevolezza che sposta il fuoco della trasformazione dall’AI a noi stessi. E ci inchioda alle nostre responsabilità. Sapremo uscirne migliori?
SUL #CONCEPIMENTO E SULLA #CONCEZIONE DEL #COMENASCONOIBAMBINI (IL #TONDODONI DI #MICHELANGELO BUONARROTI) E IL #NATALE (IL #PRESEPE DI #FRANCESCO DI ASSISI)
NELLA RICORRENZA DELLA FESTA DELLA "#IMMACOLATACONCEZIONE" (OGGI, #8DICEMBRE 2025), E’ BENE "PENSARE" ALLE #DONNE E ALLE #MADRI (E, OVVIAMENTE, AGLI UOMINI E AI PADRI) E, ANCHE, CHE NELLA CITTA’ DI #CONTURSITERME RIAFFIORI E SI RIATTIVI LA #MEMORIA DELLA "#MADONNA DELLE #SORELLE", E CON LORO, ANCHE DELLE 12 #SIBILLE "CARMELITANE" (RITROVATE DOPO IL #TERREMOTO DEL 1980).
ALLA LUCE DEL FATTO CHE PER TUTTA LA META’ DEL CINQUECENTO E FINO AL 1652, C’E’ LA PRESENZA DEI #CARMELITANISCALZI (E C’E’ L’ACCOGLIENZA DELLA LEZIONE SPIRITUALE DI #TERESADAVILA), chiarissimo e carissimo Valerio Luongo, innanzitutto i miei più vivi complimenti per la condivisione dei frutti della tua "passione archeologica"), e poi, se permetti, una piccola sollecitazione: per capire un po’ di più la storia della pietà popolare e della tradizione culturale del tuo e mio paese, forse, non è il "caso" di tentare di approfondire di più l’eventuale legame tra la "Congregazione della Santisima Concezione di Maria" dei primi anni dell’Ottocento, la Congrega della «Immacolata, popolarmente detta “Madonna delle Sorelle”, sec. XVIII, Chiesa Madre di Contursi», e, la più antica tradizione legata alla devozione per la #MadonnadelCarmine, del #MonteCarmelo, del #profetaElia, e, con le stesse 12 Sibille (un evidente richiamo alle 12 "Sorelle" dei 12 Profeti, come si pensava in epoca tardo rinascimentale, e nella Contursi dei primi anni del 1600 - v. il mio libretto: "Della #Terra, il #brillantecolore", 1996/2013), affrescate nella stessa Chiesa del Carmine, proprio per dire del tempo in cui "ritorna la Vergine", come è scritto in latino ("iam redit et Virgo") nell’immagine della #SibillaCumana, e, concepirà e darà alla luce un Bambino? #Grazie! Buon lavoro e moltissimi auguri! Buon #Natale2025!🙏
Nota: "TONDO DONI" (O "LA SACRA FAMIGLIA"). ATTENZIONE: nella "lettura" della cornice lignea (per la "Galleria degli Uffizi", in essa, sono "raffigurate la testa di Cristo e quelle di quattro profeti"), ma, per Michelangelo, come puoi ben osservare ), non sono raffigurate sì le testoline" di #quattro "figure", ma - a ben vedere - non sono le teste di due profeti e #due sibille?!
#ANTROPOLOGIA E #FILOLOGIA: #NATALE2025. UNA DOMANDA #HAMLETICA (#SHAKESPEARE): A CHE #GIOGO SI VUOLE CONTINUARE AD #AGGIOGARE?! NON E’ ANCORA L’#ORA DI USCIRE DAL #LETARGO E RICOSTRUIRE UN BUON "#PRESEPE"?!
NON E’ ORA DI PORTAR-SI AL DI LÀ DELLA "LEZIONE" TEOLOGICO-POLITICA DI #PAOLODITARSO (DELLA SUA "#CRISTOLOGIA" E DELLA SUA #COSMOTEANDRIA)?!
Continuare a seguire ancora questa "Scuola" (oggi, #7dicembre 2025).: "Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [gr. ἀνήρ, ἀνδρός «uomo»], e capo di Cristo è Dio" (1 Cor. 11, 1-3)?!
#TEATRO #METATEATRO #STORIA #FILOSOFIA #PEDAGOGIA #LINGUISTICA #LESSICOGRAFIA #PSICOANALISI #ARCHEOLOGIA #STORIOGRAFIA #CATTOLICESIMO #CRISTIANESIMO ...
Su Saussure e Heidegger sul linguaggio (serie: appunti a me stesso)
di Luciano Floridi *
Saussure era un genio. All’Università di Roma La Sapienza, il corso di filosofia del linguaggio includeva il suo capolavoro postumo, Corso di Linguistica Generale [1], come testo obbligatorio ogni anno. Non posso ringraziare abbastanza Tullio De Mauro per aver insegnato quel corso.
Una lezione importante che ho imparato da Saussure è rilevante per questa nota. Nessuna lingua è più logica, razionale o filosofica di un’altra; tutte sono ugualmente capaci di esprimere ciò che deve essere comunicato all’interno delle rispettive comunità linguistiche. L’idea che una lingua abbia un accesso speciale e privilegiato all’essenza della realtà è semplicemente errata. È simile al geocentrismo e ad altre visioni obsolete: intuitiva, ma errata. Non esiste un logos dotato di un qualche potere ontologico perché:
[In qualsiasi lingua, mia aggiunta] Il legame tra il significante e il significato è arbitrario. [ Corso , p. 67]
In [qualsiasi, mia aggiunta] lingua ci sono solo differenze senza termini positivi. [ Corso , p. 120]
Così, all’inizio, filosofi come Wittgenstein e Russell sbagliarono nel considerare la logica matematica come l’essenza universale del linguaggio e, quindi, come una sorta di codice più vicino all’essenza della realtà. Tuttavia, non erano provinciali, a differenza di Heidegger, che si sbagliava in modo imbarazzante. Ecco una citazione dalla sua famosa intervista con Der Spiegel [2]:
Heidegger: Sì, nel senso spiegato nei dialoghi con Hölderlin.
SPIEGEL: Crede che i tedeschi abbiano una qualifica speciale per questa conversione?
Heidegger: Penso alla speciale affinità interiore tra la lingua tedesca e la lingua dei Greci e il loro pensiero. È qualcosa che i francesi mi confermano ancora oggi. Quando cominciano a pensare, parlano tedesco. Mi assicurano che non ci riescono con la loro lingua.
SPIEGEL: È così che spiega il fatto che nei paesi di lingua romanza, soprattutto tra i francesi, lei abbia avuto un’influenza così forte?
Heidegger: [È] perché vedono che, nonostante tutta la loro grande razionalità, non ce la fanno più nel mondo di oggi quando si tratta di comprendere questo mondo nell’origine della sua essenza. Non si può tradurre il pensiero più di quanto si possa tradurre una poesia. Al massimo, si può parafrasarla. Non appena si tenta una traduzione letterale, tutto si trasforma.Chi abbia assicurato a Heidegger un’idea così sciocca, non ci viene detto. Voltaire la pensava esattamente il contrario, ovviamente, e celebrava la propria lingua madre per la sua chiarezza logica. Più in generale, i francesi credono che la loro lingua madre sia la più logica e razionale. Un altro mito, ovviamente [3]. E sì, anche l’inglese e l’italiano hanno avuto i loro modesti sostenitori: Hobbes, Russell e Ayers, sebbene in modo più sottile; Vico, Croce ed Eco, anche se con più cautela.
Anche Heidegger era in buona compagnia. Altri due famosi terrapiattisti prima di lui erano Schopenhauer e Nietzsche, i quali sostenevano che la lingua tedesca avesse un "je ne sais quoi" più profondo, più universale, più fondato (lo so, è intenzionale) quando si trattava di filosofia e del suo legame speciale, privilegiato e unico con la natura ultima della realtà. Imbarazzante. Ma almeno non avrebbero dovuto studiare Saussure.
L’ errore semantico secondo cui una lingua - che sia la propria, se vivente, o morta, e quindi considerata di nessuno - fornisca un accesso speciale al noumeno kantiano è irresistibile. Quel tavolo sembra così tavolo. La nostra lingua è come una seconda pelle per la nostra realtà: è difficile accettare che la stessa realtà possa averne altre. Come potrebbe quel tavolo essere un tavolo? Quindi l’errore può essere corretto solo ripetutamente, come le erbacce che vanno regolarmente estirpate. Oggi, ad esempio, si possono ancora sentire argomenti simili su latino e greco nei dibattiti sull’importanza di insegnarli nelle scuole superiori italiane. A quanto pare, preparano gli studenti a essere più logici, consequenziali e razionali. Certo. Tavolo, tavolo, mensa.
Nel caso di Heidegger, la fallacia semantica è andata troppo oltre. La sua ossessione per etimologie fantasiose e contorsioni grammaticali è nota ma comprensibile alla luce della sua incrollabile convinzione - un dogma in realtà - che si possano scoprire verità più profonde leggendo testi tedeschi o greci. Il linguaggio potrebbe non possedere più il potere magico di far accadere le cose, ma in Heidegger esercita ancora l’altrettanto magico potere di farle parlare. La tipica reazione di un lettore ragionevole - "chi te l’ha detto?" o "come lo sai?" - è fuori luogo perché Heidegger usa il tedesco e il greco come se fosse un oracolo o un profeta. Senza offesa. L’uso del tedesco da parte di Heidegger mira a mostrare, indicare, far emergere, svelare, aprire. Si potrebbe dire che il linguaggio parli attraverso Heidegger, o almeno così sembra suggerire. Prendere o lasciare. Ma impegnarsi in un dibattito razionale su giustificazioni e ragioni non è né possibile né pertinente. Perché proprio questo dibattito è parte dell’errore che la filosofia occidentale, a quanto pare, ha commesso per millenni. Come tutti gli usi magici del linguaggio, il tedesco di Heidegger rafforza la fonte del messaggio e ne indebolisce il destinatario.
Il risultato effettivo è la sottomissione del linguaggio a intuizioni prestabilite. Qualunque esse siano, l’autore gode della libertà di presentarle, svincolato dalla logica o dalla ragione e inattaccabile da critiche, spiegazioni o intuizioni contrastanti. Le opinioni di Heidegger possono essere o meno illuminanti o profonde (alcune lo sono, senza dubbio), eppure rimangono prive di supporto e giustificate da un linguaggio che dovrebbe fungere da mezzo per la rivelazione poetica: non si discute con Heidegger, come lui non fece con Hölderlin; al massimo, lo si può interpretare, non come mezzo per comunicare e scambiare ragioni. I lettori sono un pubblico, non una giuria. Come in una chiesa, Heidegger viene letto e commentato, non valutato.
Con una variante. Perché il messaggio, libero e inspiegabile, è, per sua stessa natura, anche ermeneuticamente flessibile e adattabile: poiché il mittente può dire qualsiasi cosa, anche i destinatari possono comprendere qualsiasi cosa, in un’interazione che rafforza il senso del mittente di uno sforzo titanico ed epocale nel svelare una profonda aletheia finora nascosta , e la speciale connessione dei lettori con tale fonte. I lettori-pubblico interpretano il messaggio heideggeriano nei propri termini, godendo, come parte della propria autostima, della stima che attribuiscono al messaggio e alla sua fonte. Qualunque profondità il lettore percepisca nel messaggio è la profondità attribuita al mittente, che riecheggia nella profondità del destinatario. Sembra complicato, ma non lo è: "questo è profondo, Heidegger è profondo, devo essere profondo".
Con buona pace di Heidegger, non è un filosofo greco, ma un pensatore essenzialmente postcristiano, quasi teologicamente. Forse alcuni lettori, convinti dall’idea - cruciale nei contesti monoteistici - che Dio abbia parlato all’umanità attraverso un testo sacro scritto, potrebbero trovare la sua filosofia attraente.
Tali lettori potrebbero essere più abituati all’idea non kantiana che possiamo conoscere la natura intrinseca della realtà; all’idea non saussuriana che esista un linguaggio speciale per farlo; e all’idea non galileiana che questo linguaggio sia una versione di una lingua indoeuropea o semitica. Io non ci riesco.
Non perché non comprenda i fondamenti di questa posizione heideggeriana, ma perché vedo che tali fondamenti sono di per sé insostenibili, se non per fede; disumanizzanti, nella misura in cui rinunciano a qualsiasi ragionevole scambio di argomentazioni, che in definitiva è tutto ciò che abbiamo; e pericolosamente imprudenti, perché minano la nostra responsabilità e la nostra capacità di rendere conto, alimentando un fatalismo autocelebrativo.
Note
[1] Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale , a cura di Charles Bally e Albert Sechehaye in collaborazione con Albert Riedlinger, tradotto con introduzione e note di Wade Baskin. 3a ed. Open Court 1986/2011.
[2] Martin Heidegger, “Nur noch ein Gott kann uns retten,” Der Spiegel 30 (Mai, 1976): 193-219. Trad. di W. Richardson come “Solo un Dio può salvarci” in Heidegger: The Man and the Thinker (1981), a cura di T. Sheehan, pp. 45-67.
[3] Vedi Language Myths , a cura di Laurie Bauer e Peter Trudgill, Capitolo 4, “Il francese è una lingua logica”, di Anthony Lodge.
* FONTE: "MEDIUM", 26 NOVEMBRE 2025.
NOTA: ANTROPOLOGIA , ARCHEOLOGIA FILOSOFICA, E LINGUISTICA: RILEGGERE SAUSSURE...
CONSIDERATO CHE Saussure muove non da "Socrate" e "Alcibiade" che si guardano l’uno nell’occhio dell’altro per "conoscer-si", ma dall’atto comunicativo, dal "circuito delle parole" di "due persone che discorrono: A e B", a mio parere, è da dire che ha posto la premessa fondamentale di una #antropologia #linguistica "#chiasmatica", per portarsi oltre lo "#stadio dello #specchio", oltre la #dialettica di "#Narciso ed #Eco".
Premesso questo, appare, quantomeno è parziale e riduttivo attribuire allo stesso Saussure che
"Nessuna lingua è più logica, razionale o filosofica di un’altra; tutte sono ugualmente capaci di esprimere ciò che deve essere comunicato all’interno delle rispettive comunità linguistiche. L’idea che una lingua abbia un accesso speciale e privilegiato all’essenza della realtà è semplicemente errata. È simile al geocentrismo e ad altre visioni obsolete: intuitiva, ma errata. Non esiste un logos dotato di un qualche potere ontologico perché:
"ON WHAT THERE IS" (QUINE, 1948). Nel liberare il Logos da ogni "Logo", da ogni appropriazione indebita ("enclosure") idealistica o materialistica, e, dalla tradizione "monologica" del platonismo-paolino e dello hegelismo, egli si è portato, ristabilendo un filo critico con Parmenide, oltre Heidegger, e, ancor prima di W.O. Quine (1908-2000), con Quine, oltre Quine: "Essere è essere il valore di una variabile" (cfr. Quine, "From a Logical Point of View", 1953).
UNA HAMLETICA QUESTIONE DA "LA SACRA FAMIGLIA": "[...] L’uomo ordinario crede di non dire nulla di straordinario se dice che esistono mele e pere. Ma il filosofo, quando esprime queste esistenze in forma speculativa, ha detto qualcosa di straordinario. Egli ha compiuto un miracolo: egli ha da un’essenza intellettuale irreale, il frutto, generato esistenze naturali effettive, la mela, la pera, ecc., ossia egli dalla sua propria ragione astratta, che egli concepisce fuori di sè come un soggetto assoluto - nel caso nostro il frutto - ha creato questi frutti, e in ogni esistenza, ch’egli esprime, compie un atto creatore. [...]
Questa operazione si chiama nel modo di dire speculativo: concepire la sostanza come subbietto, come processo interno, come persona assoluta, e questo concepimento forma il carattere sostanziale del metodo hegeliano." (Marx - Engels, "La sacra famiglia").
ANTROPOLOGIA E LINGUISTICA: TRADUZIONE RADICALE, PRINCIPIO DI CARITA’ ED EMPATIA IN W. O. QUINE. "Il mio uso della parola “empatia” è piuttosto recente ed è stato notato, ma io avevo già riconosciuto che l’approccio del traduttore radicale è di tipo empatico in Word and Object e, in realtà, già nove anni prima. «Il lessicografo - avevo scritto - dipende [...] da una proiezione di sé stesso, con la sua Weltanschauung indo-europea, nei sandali del suo informatore Kalaba» (Quine, 2000).
Federico La Sala
AGRICOLTURA SPECULATIVA, ANTROPOLOGIA, ECONOMIA TERRESTRE, E FILOLOGIA AL SERVIZIO DEL DEMIURGO ("FITURGO"): "ANDARE A ZAPPARE L’ ORTO".
UNA NOTA CRITICA SUL COME "COLTIVARE IL GIARDINO" SECONDO LA TRADIZIONE PLATONICO-PAOLINA ED HEGELIANA:
"LA #SOSTANZA DIVENTA #SOGGETTO" E DA’ IL VIA AL #CONCEPIMENTO SPECULATIVO, A UN BEL "#CONCETTO", UN NUOVO "#CONCEPITO"
ECCO COME NASCONO LE #IDEE, LE #MELE, LE #PERE, E, ANCHE I #BAMBINI. Una citazione da "La #sacra famiglia":
"[...] L’#uomo ordinario crede di non dire nulla di straordinario se dice che esistono mele e pere. Ma il #filosofo, quando esprime queste esistenze in forma speculativa, ha detto qualcosa di straordinario. Egli ha compiuto un #miracolo: egli ha da un’essenza intellettuale irreale, il frutto, generato esistenze naturali effettive, la mela, la pera, ecc., ossia egli dalla sua propria ragione astratta, che egli concepisce fuori di sè come un soggetto assoluto - nel caso nostro il frutto - ha creato questi frutti, e in ogni esistenza, ch’egli esprime, compie un atto creatore. [...]
Questa operazione si chiama nel modo di dire speculativo: concepire la sostanza come subbietto, come processo interno, come persona assoluta, e questo concepimento forma il carattere sostanziale del metodo hegeliano." (K. Marx - F. Engels, "La sacra famiglia").
ARCHEOLOGIA, MATEMATICA, E FILOLOGIA: "VERE DUO IN CARNE UNA" (Gen. III, 24).
LE CATENE OMERICHE DEL FABBRO (EFESTO) E LA FILOSOFIA DELL’#UNO (E DEI MOLTI) DELL’AMORE DI PLATONE: "NON più DUE, ma UN’ANIMA SOLA"!
"#ARISTOFANE: [...] queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dirti cosa s’aspettano l’uno dall’altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell’amore: non possiamo immaginare che l’attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C’è qualcos’altro: evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza. Se, mentre sono insieme, EFESTO si presentasse davanti a loro con i suoi strumenti di lavoro e chiedesse: "Che cosa volete l’uno dall’altro?", e se, vedendoli in imbarazzo, domandasse ancora: "Il vostro desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola. Anche dopo la vostra morte, laggiù nell’#Ade, voi non sarete più due, ma uno, e la morte sarà comune. Ecco: è questo che desiderate? è questo che può rendervi felici?" A queste parole nessuno di loro - noi lo sappiamo - dirà di no e nessuno mostrerà di volere qualcos’altro. Ciascuno pensa semplicemente che il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e fondersi con l’altra anima. Non più due, ma un’anima sola. [...]" (Platone, "Simposio", 192 c-e).
"A CHE GIOCO GIOCHIAMO", ANCORA, OGGI? NELL’#OFFICINA DI PLATONE, chi parla e promette di fare di "due un’anima sola", nel racconto di Aristofane, è Efesto (#Vulcano), il dio dei fabbri, ed #Eros, è il dio dell’amore/#desiderio cieco e avido: questi colpisce con le sue frecce e l’altro costruisce le catene per rimettere insieme le due metà!
"#Disagiodellaciviltà" (S. #Freud, 1929): non è meglio andare a lezione dagli #Arcadi e dagli #Etruschi e cambiare #registro e "divano" ("diwan"), rileggersi insieme #Dante ("#DivinaCommedia") e #Nietzsche ("Crepuscolo degli idoli"), e fare serenamente e veramente di #duepersone "una carne sola" ("vere duo in #carne #una")?! Boh e bah?!
Allegato: "Raffaele Regio, Metamorfosi Pub. Ovidii Nasonis libri XV, Venezia 1509 (prima edizione 1493), libro IV; Omero, #Odissea (VIII, vv. 266-366).
Federico La Sala
UNA QUESTIONE DI "MINISEMANTICA" (TULLIO DE MAURO) E DI CIVILTA’:
RI-CONSIDERARE LA PROPRIA "SEMENZA" (DANTE ALIGHIERI) E RI-PRENDERE IL PROGRAMMA ANTROPOLOGICO-LINGUISTICO DI #KANT, #HUMBOLDT, E #SAUSSURE...
AL DI LA’ DELLE SECCHE (E DELLE "STECCHE") DEL "#RELATIVISMO" E DELLO "#UNIVERSALISMO LINGUISTICO-CULTURALE". Un #segnavia per riprendere la #navigazione e il #dialogo del #Galileo, "sopra i #due massimi sistemi del mondo":
*SUL TEMA, mi sia lecito, cfr.
C) ANTROPOLOGIA, #FILOSOFIA E #PSICOANALISI: #APPRENDERE DALLA "#METAFISICA DELL’ESPERIENZA"...
LA NASCITA DELL’#ESSERE UMANO E IL #GIOCO DEL #ROCCHETTO .
IL PROGRAMMA ANTROPOLOGICO DI "WILHELM VON HUMBOLDT LINGUISTA" *
WILHELM VON HUMBOLDT LINGUISTA
di Jürgen Trabant [2017] *
Nella storiografia della linguistica, Wilhelm von Humboldt è spesso visto, insieme con Franz Bopp e Jacob Grimm, come uno dei padri fondatori della linguistica comparativa. Lo è, ma il suo progetto linguistico, das vergleichende Sprachstudium, lo studio comparato delle lingue, è profondamente diverso di quello di Bopp o Grimm. Bopp e Grimm inventarono i principi della comparazione di lingue storicamente affini e della ricostruzione dell’unità di queste lingue (indo-europee, germaniche, romanze, slave ecc.) nel passato. Questo progetto in molti aspetti romantico (passato, nazione, medioevo) avrà un grande successo nel secolo XIX e sarà il paradigma dominante della linguistica fino alla metà del secolo XX. Il progetto comparativo di Wilhelm von Humboldt invece, legato alle idee dell’illuminismo europeo (cognizione, progresso, umanità), è lo studio della diversità delle lingue del mondo. Verschiedenheit, diversità, è il termine chiave della linguistica humboldtiana. Contrariamente alla linguistica comparativa storica essa è una linguistica comparativa antropologica che sarà una corrente piuttosto minoritaria nel secolo XIX ma che fiorirà nel secolo XX quando il paradigma storico sarà sostituito dal paradigma descrittivo sincronico.
La linguistica humboldtiana proviene da un progetto più ampio, da una
antropologia. "Antropologia" è il nuovo termine con cui, nel secolo XVIII, si designa lo studio empirico degli uomini, opposto alla filosofia che
si occupa della natura universale del genere umano. Contrariamente alla
storia, disciplina che tradizionalmente studia le manifestazioni empiriche
degli uomini nel tempo, la dimensione dell’antropologia è lo spazio.Perciò
il metodo di ricerca tipico dell’antropologia è il viaggio, non la lettura di
documenti e libri vecchi in archivi e biblioteche. Contemporaneamente
con l’Anthropologie in pragmatischer Hinsicht di Kant, pubblicata nel 1798,
il giovane Humboldt delinea in un Plan einer vergleichenden Anthropologie (1796/97) (non pubblicato allora) il vasto programma di una ricerca
di tutte le manifestazioni culturali dell’umanità. In contrasto ad altre
concezioni antropologiche intorno al 1800, per esempio quella degli
Observateurs de l’Homme di Parigi, l’antropologia humboldtiana tuttavia
non si concentra sui popoli «selvaggi» o sulle culture «primitive», ma
trova il suo oggetto preferenziale nella cultura sviluppata.
L’obiettivo
della ricerca antropologica humboldtiana è l’individuo (o meglio: un’entità individuale che pud essere anche collettiva come una nazione, una
lingua ecc.) il quale può sviluppare il suo carattere solo in culture altamente raffinate e differenziate. Il suo viaggio antropologico Humboldt
lo farà dunque a Parigi - luogo della cultura umana più avanzata - e
non in America o nelle isole del Pacifico.
Il motivo filosofico del suo piano antropologico è il desiderio di
comprendere la creatività della mente umana.[...]
3. Cognizione, Arbeit des Geistes
Con il linguaggio Humboldt è arrivato al cuore della sua ricerca sulla creatività umana determinata dalla Einbildungskraft kantiana. Il linguaggio non è solo un mezzo di comunicazione di entità mentali pre-linguistiche - idee, concetti, rappresentazioni - ma è la creazione stessa di queste entità, la produzione del pensiero, la generazione della cognizione. Secondo il sistema kantiano i sensi e l’intelletto creano il pensiero nella loro sintesi. Per Humboldt, questa sintesi non si fa indipendentemente dalla parola: il pensiero è creato come linguaggio, parola e concetto formano un’unità sintetica indissolubile. Il linguaggio è d’organo formativo del pensiero» («das bildende Organ des Gedanken», VII, p. 53) oppure «lavoro dello spirito» («Arbeit des Geistes», VII, p. 46).
Ora, questo lavoro dello spirito non è un lavoro solitario, ma ha bisogno dell’altro: la parola-pensiero va ascoltata e compresa. Il linguaggio come attività cognitiva si svolge allo stesso tempo essenzialmente nella dimensione dell’alterità, è Mitdenken, co-cogitazione, per utilizzare la bella espressione del primo testo linguistico di Humboldt. E l’altro è un attore, una forza attiva, l’altro non è soltanto uditore passivo. Creare il linguaggio-pensiero non è solo un processo ricettivo ma una attività creativa reciproca: l’ascoltatore deve diventare locutore. Le sintesi della formazione linguistica del pensiero sono completate solo «quando la parola creata dal soggetto risuona proferita dalla bocca altrui» («wenn das selbstgebildete Wort aus fremdem Munde wiedertönt, VII, p. 56). Humboldt chiama questa dualità dell’Io e del Tu «Urtypus», tipo originale, del linguaggio (VI, p. 26).
Humboldt اscopre dunque, nella scia di Hamann e Herder, che il
linguaggio è collocato al centro del sistema kantiano. La sua filosofia
linguistica è un linguistic turn della filosofia di Kant (il secondo linguistic
turn nella storia della filosofia europea tra l’altro, dopo il primo linguistic
turn, effettuato da Vico contro la filosofia cartesiana). Bacon aveva
visto - con orrore - che le parole delle lingue volgari creano concetti
che non sono quelli scientifici ed universali dei dotti, ma legati alla
mente volgare (intellectus vulgaris), dunque sbagliati e pericolosi, idolafori
da esorcizzare dalla filosofia 2.
La filosofia europea si rende lentamente conto che il linguaggio non è solo un mezzo per la comunicazione
del pensiero creato indipendentemente dall’attività cognitiva "pura" ma prima di tutto un’attività cognitiva, Arbeit des Geistes, incorporata
(embodied) in suoni vocali. Questa scoperta filosofica europea trova la
sua forma postkantiana nella filosofia linguistica di Humboldt.[...]
Il programma humboldtiano viene troppo tardi - o troppo presto.
La linguistica prenderà un cammino completamente diverso, cioè una
via esplicitamente anti-filosofica e anti-filologica. Humboldt pubblica
poco. Una ricezione delle sue idee linguistiche durante la sua vita è
quasi impossibile. [...]".
*
"Wilhelm von Humboldt, duecentocinquant’anni dopo. Incontri e confronti", a cura di Antonio Carrano, Edoardo Massimilla, Fulvio Tessitore, LIGUORI EDITORE Napoli 2017 (ripresa parziale senza note).
SUL TEMA, SI CFR.
Questione antropologica
IL PROGRAMMA DI KANT. DIFFERENZA SESSUALE E BISESSUALITA’ PSICHICA: UN NUOVO SOGGETTO, E LA NECESSITA’ DI "UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA"
Federico La Sala
ARITMETICA, #GEOMETRIA, #FILOLOGIA, E #ANTROPOLOGIA: RIPARTIRE DA #UNO, DAL #PUNTO, QUELLO DI #EUCLIDE, PER #ORIENTARSI NEL #PENSIERO E NON PERDERSI NELL’INFINITA’ DEL TEMPO E DELLO SPAZIO. Note sul tema...
INTRODUZIONE. Riconsiderando che #Democrito, il filosofo dell’antica concezione "atomica" del mondo, paragonava ogni #atomo ("a-tomo" - un "punto in-divisibile di materia", che è un "tutt’uno", senza parti, e invisibile ai sensi) a una lettera dell’#alfabeto greco, è possibile ripensarlo e riconnetterlo non solo alla definizione data da Euclide alla realtà materiale del "Punto" ("Punto è ciò che non ha parti") nei suoi "Elementi", ma anche alla realtà spirituale della Persona, che nel libro dell’Apocalisse dice di sé di essere il "punto" dell’inizio e della fine, "l’#Alfa e l’#Omega" di ogni "#discorso".
A) "DIO UOMO E MONDO": "IL PUNTO OMEGA". "[...] Secondo la teoria che #Teilhard #deChardin ha chiamato legge di complessità e coscienza, l’universo è in costante evoluzione verso livelli più elevati di complessità e di coscienza che vanno dalla geosfera, alla biosfera e alla noosfera [...] Interpretando l’universo secondo questi criteri, Teilhard de Chardin collocò il Punto Omega all’interno dell’ortodossia del Dio Cristiano, che è trascendente rispetto al creato. Per Teilhard de Chardin il Punto Omega è il Logos ossia Gesù Cristo, il quale è “Dio da Dio”, “Luce da Luce”, “Dio vero da Dio vero” e “attraverso di Lui tutte le cose furono create” (Gv. 1) [...]" (cit.).
B) IL "PUNTO OMEGA" (E IL RAPPORTO "MISTICO" TRA L’UNO E I MOLTI) NELLA "VISIONE" DI #PAOLODITARSO (#PAOLINISMO "UNIVERSALE" - "CATTOLICO"): "Diventate miei imitatori [gr.: "mimetaí mou gínesthe"], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è #Cristo, e #capo della donna è l’#uomo [gr. ἀνήρ], e capo di Cristo è #Dio" (1 Cor. 11, 1-3); "Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Galati, 3.28).
A ben leggere, "nella presa di distanza, nel porsi sopra tutti e tutte, e nell’arrogarsi il potere di #tutoraggio da parte di Paolo, in questo passaggio dal NOI siamo al VOI siete, l’inizio di una storia di sterminate conseguenze, che ha toccato tutti e tutte." (cfr. Federico La Sala, "L’enigma della Sfinge e il segreto della Piramide", Ripostes, Roma-Salerno 2001, pp. 23-25).
Una nota a margine e a commento del frammento 49: «Uno per me vale diecimila, se è il migliore» ....
NELL’ANNO #DANTE2021, #INGENUITY INIZIA LA SUA ATTIVITA’ E LA SUA MISSIONE ESPLORATIVA... .MA CHE STA SUCCEDENDO SUL PIANETA TERRA?! IL PROBLEMA DELLA SCRITTURA E DELLA LETTURA, E, LA LUNGIMIRANZA DELLO SGUARDO DI IDA MAGLI SUL MUTAMENTO ANTROPOLOGICO IN CORSO. Alcuni "segnavia" sul tema...
IL "PARTO MASCHIO DEL TEMPO" (BACONE, 1602), L’INSTAURAZIONE DEL "DOMINIO MASCHILE" (BOURDIEU, 1998/2014), LE "MEMORIE DI UN MALATO DI NERVI" (D. P. SCHREBER, 1903/1974), "LA FRECCIA FERMA" (E. FACHINELLI, 1979).
SE "LA FRECCIA FERMA" di Fachinelli mette in evidenza le "strutture nascoste" che accomunano "tre tentativi di annullare il tempo" (quello della nevrosi ossessiva, quello delle società arcaiche, e, quello del fascismo), IL LAVORO AUTOBIOGRAFICO DI SCHREBER, "MEMORIE DI UN MALATO DI NERVI", porta alla luce (come ancora non si è compreso) la punta di quell’iceberg che nasconde e ha nascosto la base della "tragica" operazione "preistorica" che è stata e sta (ancora oggi) a fondamento della cultura occidentale (e non solo), cioè del Platonismo, del Paolinismo, dell’Hegel-Marxismo e di ogni "Sovranismo" (ateo e devoto), con la sua millenaria costruzione piramidale della Cosmoteandria Mammonica (come ben "propagandata" dalla "Scuola di Atene (1509-1511), nella Stanza della Segnatura vaticana, e, dalla illustrazione "The Stages of Man" nel "Liber de sapiente" di Bovillus del 1510.
CONSIDERANDO CHE, a 40 anni (1985-2025) dalla pubblicazione del breve testo di Fachinelli, "Sulla spiaggia" (ripubblicato poi in apertura del volume "La mente estatica" nel 1989), in cui il rapporto "maschile" e "femminile" di ogni essereumano è ripensato, non si è ancora capaci di stare "davanti al mare" a vedere lo sciogliersi del "mondo come volontà e rappresentazione" dell’Ego cosmoteandrico, forse, RIMEDITARE alcune riflessioni-chiave di 30 anni fa (1995-2025) di IDA MAGLI, possono "aiutare" a svegliarsi dal sonno dogmatico (Kant):
Se la prima organizzazione dei gruppi umani, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, è avvenuta attraverso lo scambio matrimoniale (e su questo non ci sono dubbi da parte di nessun studioso, né biologo, né antropologo, né archeologo, né etnologo, né storico); se, come afferma Lévi-Strauss, la società è nata con la «circolazione» delle donne, è questa radice che oggi, almeno in Occidente, anche in base a quel primo seme gettato da Gesù in questa direzione, sta per essere strappata, divelta. Le donne si rifiutano di «circolare».
La messa in crisi dello scambio matrimoniale è molto di più che questo: è messa in crisi (come la storia qui appena tracciata dovrebbe dimostrare) del ruolo assegnato alla «femminilità», prima ancora che alle donne. Ed è sulla «femminilità» che si gioca il concetto di vittima.
Si ritorna, perciò, al problema di partenza: è necessaria la vittima per la sopravvivenza di un gruppo? E, se è necessaria, c’è qualcuno che voglia prendere il posto della vittima che le donne stanno per lasciare?" (cfr. Ida Magli, "Storia laica delle donne religiose", Longanesi, Milano 1995).PER LA PACE, IL RICONOSCIMENTO, E IL DIALOGO - A TUTTI I LIVELLI, OLTRE LA CRISI NELLA CIVILTA’ E DELLA CIVILTA’:
UN "CORSO DI #LINGUISTICA GENERALE (SAUSSURE), PER LA PALESTINA, PER ISRAELE, E PER IL PIANETATERRA...
"ESSERE, O NON ESSERE". A mio parere, la questione, così posta, diventa ("autenticamente") un amletico #nodogordiano di #filologia e #filosofia (a ricordo delle "buone anime" di #TullioDeMauro e #UmbertoEco, e, se si vuole, anche di #GianniVattimo), e di #matematica antropologico-politica (a ricordo della "buon’anima" di #FrancaOngaro #Basaglia) da #sciogliere (e non tagliare con la tracotanza e la violenza, e con la solita "astuzia della ragione").
GIUSTIZIA (DIRITTO) E #RISPETTO, "PER CARITA’ ("#CHARITAS"). Non è, forse, meglio ripensare il problema e prendere il via della riflessione (per sciogliere il nodo) dalla indicazione "strutturale" di Ferdinand de Saussure, dal suo #punto di partenza (indicato e illustrato - alla #Galileo - nel suo CLG) di "due persone che discorrono..."?!
STORIA E #METASTORIA. Non è, forse, cosa saggia contribuire ad aiutare le "due persone", che hanno "due bandiere, la palestinese e la israeliana", e stanno per mettere fine al loro dialogo, a ristabilire il "clima" dell’iniziale pacifica convivenza (almeno a partire dagli anni del primo Novecento), quando dialogavano e sapevano contare: avevano un #UNO (ONU) in comune (come il "Logos" di Eraclito di Efeso ) e, per lo più, il desiderio di vita e di pace era più forte di quella della morte e della guerra?!
Forse, non è proprio bene ricordarlo, nel #tempo presente, ormai del tutto "fuori dai cardini" (#3ottobre 2025)?!ANTROPOLOGIA E FILOLOGIA DELL’AMORE: L’ATTO COMUNICATIVO E LA LINGUISTICA... *
IL MIRACOLO PIU’ GRANDE E LA MERAVIGLIA DELLE MERAVIGLIE: LA POESIA, LA CONOSCENZA, E LA "CORRISPONDENZA DI AMOROSI SENSI" (U. FOSCOLO).
SE E QUANDO al "miracolo più grande", quello di "essere amati così come siamo" (P.O), segue il miracolo di #rispondere amorosamente e si è capaci di #amare, ALLORA E SOLO ALLORA si comprende che è "l’amor che move il sole e le altre stelle" (#DanteAlighieri, Par. XXXIII, 145), che le porte dell’#inferno, della #Terra, e del #Cielo, sono aperte, e, che "l’amore è più forte della #morte"!
N.B. - IL "CORSO DI #LINGUISTICA GENERALE" DI #SAUSSURE E’ UN TRATTATO ANTROPOLOGICO SULLA #REALTA’ DELLA #COMUNICAZIONE, A PARTIRE DA "#DUE #PERSONE CHE DISCORRONO", CON #RAGIONEVOLEZZA ("#LOGOS") E #AMORE CONOSCITIVO ("#CHARITAS"), PER CHIARIRSI LE #IDEE SUL "#MONDO", SU "#DIO", E SULLA LORO STESSA "#UMANITÀ".
NON [SI] PUO’ CONTARE
FINO A UNO"
(JEAN PAUL RICHTER, "Levana", 1807).
Una nota a margine di un non trascurabile “invito” di Jesper #Svenbro (“#Phrasikleia. Antropologia della #lettura nella Grecia antica””, 1988/2024) a riprendere il filo della ricerca di Foucault, e, rileggere l’ultimo capitolo, dal titolo “Il vero amore”, del suo ultimo lavoro (“L’uso dei piaceri”, 1984). MITO, STORIA, E ANTROPOLOGIA: UNA "CADUTA BIBLICA" E UNA "TRAGEDIA GRECA".
UN SOLO DISAGIO DELLA CIVILTÀ E UN’UNICA POSSILITÀ DI ANDARE AL DI LÀ DEL "BENE" ("DIO") E DEL "MALE" ("MAMMONA").
UNA INDICAZIONE DI DANTE E DI NIETZSCHE. *
"PER LA PACE PERPETUA" (KANT). Trovare la via d’uscita dall’inferno dell’attuale presente storico è ormai una "sollecitazione" che si fa sempre più planetaria: è un "invito", ormai costante, a svegliarsi dal sonno dogmatico e darsi da pensare rapidamente a come salvare, nello stesso tempo, il "capro espiatorio" (il "caprone") e l’ "agnello da sacrificare" (l’ariete, per prender-si il suo "vello d’oro").
"DIVINA COMMEDIA" E "GAIA SCIENZA". E’ possibile portarsi oltre "Scilla" e "Cariddi", e, oltre le stesse "colonne d’Ercole", senza naufragare - con Giasone e Medea, Ulisse e Penelope, e "Dante" (Dante Alighieri) e "Lucia" (Gemma Donati), e, con lo sguardo al cielo, salire sulla "nave" del Galileo, la Terra, illuminata dal "Sole e le altre stelle" (Par. XXXIII, 145), e riprendere la "navigazione" nell’oceano celeste (Keplero).
* SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR. "LA LEZIONE DI DANTE (E NIETZSCHE), OGGI. CONOSCER-SI E CHIARIR-SI LE IDEE, PER CARITÀ! "
Federico La Sala
P. S. 10 - ANTROPOLOGIA, ARCHEOLOGIA, E CIVILTÀ:
IL “DE AMORE” (ANDREA CAPPELLANO), IL “SÀPERE AUDE!” (KANT, 1784), E “IL VERO AMORE” (M. FOUCAULT, 1984).
1. “LA VOLONTA DI SAPERE” (1976) E LA FILOLOGIA E LA CRITICA. Una “vecchia” recensione del “De Amore” di Andrea Cappellano (apparsa nella rivista “Filologia e critica” (maggio- giugno 1981, pp. 311-313, Salerno Editrice, Roma).
2. A PROPOSITO DELLE RIFLESSIONI PRESENTI IN
“AA. VV., #MichelFoucault. Quarant’anni e poi” (Orthotes Editrice, 2024),
3. UNA “SOLLECITAZIONE” A RIPARTIRE DAL DISCORSO SU “SOGGETTIVITÀ E VERITÀ”, DALLE INDICAZIONI FOUCAULTIANE DELLA “LEZIONE DEL 18 MARZO 1981”, E, RIPRENDERE L’ ANALISI DEL PROGRAMMA DI RICERCA GIÀ AVVIATA POCHI ANNI PRIMA
4. con “La volontà di sapere” (1976) e continuata con [“L’uso dei piaceri” ("L’Usage des plaisirs", 1984), e, “La cura di sé” (1984), e, postumo, con “Le confessioni della carne (2018).
5. SE NON ORA, QUANDO?
L’#EUROPA (DI IERI E DI OGGI) E UNA STRANA #DISFATTA (#23AGOSTO 2025): A CHE GIOCO GIOCHIAMO?
"APOLOGIA DELLA STORIA", #STORIOGRAFIA, E TEOLOGIA-POLITICA (IL #CORPOMISTICO DEL #RE) DELLA "#SOCIETA’ #FEUDALE". Alcuni appunti sul tema...
A) NEL 1924, alla morte di #Lenin e alla "assegnazione" del potere a Mussolini avvenuta nel1922, Antonio Gramsci pubblica su "L’Ordine Nuovo", un articolo intitolato «#Capo», in cui chiarisce la differenza tra l’uno e l’altro e scrive: "Abbiamo visto la settimana rossa del giugno 1914. Piú di tre milioni di lavoratori erano in piazza, scesi all’appello di Benito Mussolini [...] mancò il «capo», che era Benito Mussolini. Mancò come «capo», non come individuo, perché raccontano che egli come individuo fosse coraggioso e a Milano sfidasse i cordoni e i moschetti dei carabinieri. Mancò come «capo», perché non era tale" (cit.).
B) Lo storico Marc #Bloch, che nel 1924 pubblica il saggio su "I re taumaturghi. Studio sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra" (Einaudi, 1973), e prepara la svolta storiografica delle Annales, così scrive in "La #stranadisfatta. #Testimonianza del 1940" (Einaudi, 1995): «[...] Hitler diceva, un giorno, a Rausching: "Facciamo bene a speculare più sui vizi che sulle virtù degli uomini. La Rivoluzione francese si richiamava alla virtù. Sarà meglio per noi fare il contrario". Si perdonerà a un Francese, cioè a un uomo civile - che è la stessa cosa - di preferire, a questo insegnamento, quello della Rivoluzione e di Montesquieu: "In uno Stato popolare è necessaria una forza, che è la virtù"».
C) Nel 1919, lo storico olandese Johan #Huizinga aveva già pubblicato la sua opera "#Autunno del #Medioevo. Studio sulle forme di vita e di pensiero del quattordicesimo e quindicesimo secolo in Francia e nei Paesi Bassi": contrariamente a quanto si pensa, la sua straordinaria analisi avverte e segnala come la nuova stagione a cui l’Europa si stia già preparando non è tanto la "primavera", ma l’inferno (sull’indicazione di Dante Alighieri era già calata la condanna di #eresia e la notte).
D) KANTOROWICZ, UN GRANDE (E IGNORATO) LETTORE DI DANTE: "FEDERICO II, IMPERATORE" (1927), E, "I DUE CORPI DEL RE" (1957). Senza Dante, non solo la prima ma neppure la sua seconda grande opera sarebbe stata possibile. L’orizzonte storiografico di Dante non solo aiuta K. a capire la lezione di Federico II, ma a gettare le basi di una straordinaria comprensione dell’opera di Dante, e, insieme, della sua stessa proposta politica e filosofica. Si tenga presente, che l’ultimo capitolo (l’ottavo) dei "Due corpi del re" è intitolato "La regalità #antropocentrica: Dante".
ANTROPOLOGIA E FILOLOGIA. "QUID EST VERITAS?" ("QUID EST CHARITAS?"): #OPINIONE, POST-VERITA’ (DELLA #TRAGEDIA), E #DEMOCRAZIA DEI "#DUE SOLI" (DEL #LOGOS DI #ERACLITO, #DANTE, E #SAUSSURE).
IL PROBLEMA DELLA MENZOGNA E DELLA VERITA’: QUALE TEOLOGIA-POLITICA?! SE E’ VERO, COME E’ VERO, CHE...
E’ ALTRETTANTO VERO CHE DA MILLENNI LA SOCIETA’ "VIVE" ANCORA IN UNA TERRA "CONCEPITA" ANTROPOLOGICAMENTE PRIMA DELLA #RIVOLUZIONE COPERNICANA (#GIORDANO BRUNO) E DELLA #RELATIVITA’ GALILEIANA ( #GALILEO GALILEI, "#DIALOGO SOPRA I DUE MASSIMI SISTEMI DEL MONDO, TOLEMAICO E COPERNICANO", 1632)!
"ESSERE, O NON ESSERE" (#SHAKESPEARE)?! "#ACHERONTA MOVEBO" (S. #FREUD): "#DIVINACOMMEDIA" (#DANTEALIGHIERI). La questione è amletica: apparentemente sembra richiamare #Parmenide (in verità, e già "kantianamente", è una domanda antropologica: "che cosa è l’uomo?"). E, per meglio affrontarla e chiarirla, bisogna portarsi - oltre #Platone e il #Platonismo (del populismo, ateo e devoto) - di fronte a #Pilato ("colui che fece il gran rifiuto"!), che cedette alle richieste delle opinioni (della "folla" e della "tragica" teologia-politica dell’epoca passata e presente: #Nicea, 325-2025), e, mandò a morte Gesù: "Che cos’è la verità? Cristo e Pilato", il ponte dell’arte tra i muri della guerra" (Maria Milvia Morciano, Vatican News).
ANTROPOLOGIA, LETTERATURA, E FILOLOGIA.
UNA "CANZONE" SULLA NASCITA DI UN BAMBINO, CHE NON SI SA COME "CANTARE" CON AMORE ("CHARITAS").
STORIA E METASTORIA: AL TEMPO DI DANTE (E DI "AMLETO"), «L’«ENTRÉE D’ESPAGNE», UNA "CHANSON DE ROLAND ", CON AL CENTRO UN "DUELLO" TEOLOGICO-POLITICO CON FERAGU (CHE "CONTINUA" ANCORA).
"[...] Disse Feragu [a Rolando]: «Se mi dimostrate / in modo chiaro come fece Dio / a far nascere suo figlio in una donna/ con carne umana - e ne spiegate il motivo -, / e come sua madre si mantenen vergine / sia prima, sia dopo averlo partorito, / oggi mi battezzerò al sacro fonte» (Anonimo Padovano, "L’Entrée d’Espagne", Interlinea edizioni, Novara 2021, pp. 138-139).
CULTURA E DISAGIO DELLA CIVILTÀ E NELLA SOCIETÀ:
FISICA (COSMOLOGIA), METAFISICA (PLATONISMO), E "QUARTA NAVIGAZIONE" ("DIVINA COMMEDIA") CON IL "GALILEO".
Riprendendo il "discorso" sulle "Tre navigazioni" della tradizione filosofico-scientifica occidentale (si cfr. la breve scheda del prof. Ivano Dionigi, sull’ [Avvenire del 7 marzo 2020), forse, è possibile avanzare qualche ipotesi di #ricerca e di riflessione antropologica su una ignorata "quarta navigazione", che ha visto impegnati molti grandi protagonisti della travagliata storia mediterranea, ed, eventualmente, contribuire ad aprire qualche varco che possa portare fuori da una visione sempre più buia della della vita sul #Pianeta Terra...
TRE NAVIGAZIONI. La traversata del mare della vita, così insegna la riflessione classica, può essere compiuta con due diversi tipi di navigazione: la scienza e la filosofia. La “prima navigazione” è quella in cui gli uomini in mare si affidano alla forza naturale dei venti.
Ma per Platone (Fedone 99 d) a questa navigazione, precaria e occasionale, occorre sostituire la “seconda navigazione” (déuteros ploûs), affidata alla certezza dei remi, che ti soccorrono laddove non spira più il vento: agli occhi del corpo, propri dell’indagine fisica, Platone sostituisce gli occhi dell’anima, che colgono la realtà meta-fisica: è la filosofia che medita sulla vita e sulla morte e nutre la "grande speranza" (megále elpís 114 c-d) della sopravvivenza.
Tuttavia Platone è consapevole che per poter fare il viaggio con maggior sicurezza e su una nave più solida, occorrerebbe affidarsi a un discorso divino (85 d theîos lógos). Ma per salire su quella nave più solida e attingere a questo discorso divino, che Platone ipotizza ma non certifica, bisognerà attendere la rivelazione cristiana, dove, in una sorta di “terza navigazione” (G. Reale) - la navigazione della fede -, soccorre quel «legno della croce di Cristo che ci consente di attraversare il mare di questo secolo» (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni II 2)." (I. Dionigi).
A PARTIRE DA SE’, #HAMLETICA-MENTE ("ESSERE, O NON ESSERE"): IL "#GALILEO" (#MESSAGGIO EVANGELICO), LA "DIVINA COMMEDIA" (#DANTE ALIGHIERI), E IL "DIALOGO DOPRA I DUE MASSIMI SISTEMI DEL MONDO TOLEMAICO E COPERNICANO" (#GALILEO GALILEI).
SULLA VIA DELLO "SPIRITO PROFETICO" DI GIOACCHINO DA FIORE E, A PARTIRE DALLA "LEZIONE" IN PRIMA PERSONA DI FRANCESCO DI ASSISI, DANTE ALIGHIERI, CON L’AIUTO DI (MARIA, LUCIA, E) "#BEATRICE" E "#VIR_GILIO", REALIZZA IL SUO "VIAGGIO" TERRESTRE E CELESTE, BEN OLTRE LA "#SECONDA NAVIGAZIONE" DI PLATONE, E LA "#TERZA NAVIGAZIONE" (CON LA #CROCE, IL "LEGNO", LA "NAVE") DI SANT’#AGOSTINO.
Platone, nonostante tutto, è stato chiaro: «Non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità, o scoprirla da sé medesimi, oppure, se ciò è impossibile accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita. A meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio, su una più solida nave, cioè affidandosi a una divina rivelazione» ( Platone, "Fedone", 85c-d).
AFFIDANDOSI ALLA "DIVINA RIVELAZIONE" DI #FRANCESCO DI ASSISI: IL SUO "#PRESEPE" (GRECCIO, 1223), UNA NUOVA #ARCA ("UNA PIU’ SOLIDA NAVE"), QUELLA DELLO STESSO "GALILEO", DANTE ALIGHIERI RITROVA SE’ STESSO E LA #SORGENTE DI TUTTE LE SORGENTI ( "L’ AMOR CHE MOVE IL SOLE E LE ALTRE STELLE") E RI-DIVENTA ANCH’EGLI UN ALTRO "CRISTO". (Sul tema, mi sia lecito, si cfr.: "La Fenomenologia dello Spirito... dei “Due Soli”. Ipotesi di rilettura della “Divina Commedia”).
STORIA, FILOSOFIA, BIOLOGIA, E MEMORIA DI GIORDANO BRUNO (17 FEBBRAIO 2025): ANDREA CESALPINO E IL PROBLEMA DELLA NASCITA DEGLI ESSERI UMANI (DEL "COME NASCONO I BAMBINI").
DIVINA COMMEDIA. Una nota a margine del #Dantedì (#25marzo) e, in particolare, della indicazione "evangelica" e "comica" dell’ "amor che move il sole e le altre stelle" e dell’#amore come "metodo della conoscenza" (* )
Nel primo capitolo del libro "Antropologia e civiltà nel pensiero di Giordano Bruno" (La Nuova Italia, 1968; e, Liguori Editore, Napoli 2006, con una "Introduzione" di Nuccio Ordine) , intitolato "Il naturalismo divino", Fulvio Papi così scrive:
La generazione spontanea ha quindi in Bruno la sua estensione e
la sua metamorfosi. Ciò che viene a cadere è l’antropocentrismo di tipo teologico e ciò che nasce è l’uomo naturale. La « dignità dell’uomo» non si collega al suo poter divenire anima immortale nel grembo celeste, al suo essere creatura dall’indefinito statuto ontologico, al suo conoscersi come esistente che può conoscere la natura e indirizzare la propria vita seguendo solo la regola della intelligenza , ma ha la sua radice nell’essere frutto di un amore naturale che percorre tutta l’infinità del cosmo. Questo non vuoi dire che elementi delle altre tradizioni non convergano in questa antropologia, ma non bisogna dimenticare qual è l’essere dell’uomo perché solo partendo da qui si potranno comprendere i motivi che costituiscono il suo valore." (op. cit.).
ANDROCENTRISMO, #GEOCENTRISMO, ED #ELIOCENTRISMO: TRACCE PER UNA #SVOLTA_ANTROPOLOGICA...
ANDROCENTRISMO, #GEOCENTRISMO, ED #ELIOCENTRISMO: TRACCE PER UNA #SVOLTA_ANTROPOLOGICA...
ARCHEOLOGIA DEL "SAPERE" E ANTROPOLOGIA DELLA "LETTURA":
IL "LUPO NEL DISCORSO" DEL "FEDRO" DI #PLATONE, LA "VOLPE E LA MASCHERA TRAGICA" NELLE "FAVOLE" DI #ESOPO E DI #FEDRO, E IL "CANTO DEL #CAPRO" (LA NASCITA DELLA TRAGEDIA).
UN "LECTOR IN FABULA" PER PORTAR-SI OLTRE LA TRAGEDIA (DEL "MONDO COME VOLONTA’ E RAPPRESENTAZIONE" PLATONICO ) E LIBERARE SOCRATE DALLA APOLOGIA ("CAVERNA") DELLA RETORICA DEL PLATONISMO ("SERVO-PADRONE") E RIPRENDERE LA SMARRITA "#DIRITTA VIA" DELLA #COMMEDIA (#DANTE ALIGHIERI).
"IL LUPO E L’AGNELLO". NEL "FEDRO" DI PLATONE, a conclusione del suo primo intervento, Socrate dice parole fortemente critiche contro il caso di un filosofo-sofista che pretenda di "leggere" (o di essere una "persona che vuole amare", essere un "amante", un "#erastès") un "libro" (una "persona che vuole essere amata", un "amato", un "#eròmenos") interpretandolo egoisticamente: "Dunque o ragazzo mio, devi comprendere e convincerti che l’amicizia di un innamorato non nasce da affetto, ma è fame che cerca di saziarsi, e che come i lupi amano gli agnelli, così gli amanti adorano il fanciullo" ("Fedro", 241 d: "ὡς λύκοι ἄρνας ἀγαπῶσιν, ὣς παῖδα φιλοῦσιν ἐρασταί").
Che cosa questa considerazione "esopica" ed "esotica" dice? Non, forse, che, dopo i famosi "venticinque secoli" di "letargo", calcolati da Dante (Par. XXXIII, 94), l’umanità è ancora "bloccata" nell’orizzonte antropologico di un "compromesso olimpico" che non è né un #patriarcato né un #matriarcato, ma solo una naturalistica alleanza "edipica" (zoppa e cieca, sia dal lato femminile sia maschile)?
Benché Platone e Socrate e tutta la società greca avesse già acquisito consapevolezza che "comportarsi da filosofi" significava, come già #Eraclito e #Parmenide avevano ben chiarito, seguire il "Logos" ed essere pari di fronte alla "Legge", dopo millenni, si vorrebbe sentire anche un suono di festa e di liberazione dal giogo e dal gioco del "servo-padrone", ma all’orecchie continua a giungere solo il frastuono assordante del "canto del capro" ([quello a cui rinvia l’origine stessa della tragedia:https://www.treccani.it/enciclopedia/tragedia_(Enciclopedia-Italiana)/]), e nient’affatto e non ancora il suono del corno dell’ariete, quello di un vero giubileo - altro che quello di Bonifacio VIII.
"DE TE FABULA NARRATUR" (#ORAZIO). Esopo, e anche Fedro, forse, quando sollecitavano a riflettere sul caso della "volpe e la maschera" , a questo alludevano: a una tragedia di lunga durata. Una "volpe" (famosa per la sua capacità di sciogliere nodi e risolvere enigmi ), vistasi allo "specchio" di una bellissima "maschera tragica ["personam tragicam"], perse il suo stesso "cervello" (testa, intelligenza e astuzia) e divenne una onorata e famosa "persona", nello spettacolo fatale della tragedia della tradizione "giocastolaia" del platonismo occidentale (e planetario).
Dantedì, #25marzo 2025
STORIA (TEATRO) E METASTORIA (METATEATRO): LA QUESTIONE DELLA "EREDITÀ" DI "ROMA" E L’ANALISI DI SHAKESPEARE NEL "GIULIO CESARE" E NELL’ "AMLETO"... *
Nell’ Atto I, Scena 2, del "Giulio Cesare" si fa riferimento alla festa e alla corsa dei Lupercali, che a Roma si svolgeva nei giorni degli Idi di febbraio. in onore del dio Luperco, patrono della fertilità, e si accenna al problema all’ordine del giorno:
"CESARE - Calpurnia!...
CALPURNIA - Eccomi, son qui, signore.
CESARE - Appena Antonio inizierà la corsa,
cerca di metterti sul suo percorso...
Antonio!
ANTONIO - Cesare, signore mio...
CESARE - Non ti scordare, durante la corsa,
di toccare Calpurnia con la mano;
ché secondo che dicono gli anziani,
le donne sterili che son toccate
in questa corsa sacra,
si scrollano di dosso il maleficio
dell’infecondità".
Nell’atto III, scena 2, ANTONIO, nel suo discorso agli "amici, romani, popol mio", sul suo "diritto" ad essere il degno "successore" di Giulio Cesare, astutamente insinua nell’ orecchio: "[...] Quando i poveri hanno pianto, Cesare ha lacrimato: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Bruto dice che egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli presentai una corona di re che egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice che egli fu ambizioso; e, invero, Bruto è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. [...]" (#Shakespeare, "Giulio Cesare", III.2).
*
LA MEMORIA DI #SANVALENTINO (#14FEBBRAIO) NELL’ "AMLETO" DI SHAKESPEARE: TEATRO (#STORIA) E METATEATRO (#METASTORIA)...
LA MEMORIA DI #SANVALENTINO (14 FEBBRAIO) NELL’#AMLETO DI SHAKESPEARE: #TEATRO (#STORIA) E #METATEATRO (#METASTORIA). *
Claudio II ordinò l’esecuzione di San Valentino;
Claudio di Danimarca ordinò segretamente l’esecuzione del Valentino di Ofelia, Amleto.
Una qualche forma di "Valentine" ricorre 70 volte in sette opere di Shakespeare [1].
Domani è il giorno di San Valentino,
Tutto di buon mattino,
E io una fanciulla alla tua finestra,
Poi si alzò e indossò i suoi vestiti
E aprì la porta della camera,
Lasciarono entrare la fanciulla, che da fanciulla
Non se ne andò mai più.
In verità, senza un giuramento, ci metterò fine:
[canta]
Ahimè e vergogna,
I giovani lo faranno, se ci arriveranno;
Per il cazzo, sono da biasimare.
Disse lei "Prima che tu mi facessi cadere,
Mi hai promesso di sposarti".
Lui risponde:
"Così avrei fatto, per quel sole,
Se tu non fossi venuta nel mio letto".
(4.5.51-71) OFELIA, A BEN RILEGGERE IL TESTO DELLA "CANZONE DI SAN VALENTINO" ("AMLETO", 4.5.51-71), RICHIAMA IN MODO "CIFRATO" AL RE CLAUDIO IL DELITTO DEL #RE #AMLETO ("#GIULIO #CESARE") E, AL CONTEMPO, ALLA CHIESA CATTOLICO-SPAGNOLA CHE LA "FESTA DI SAN VALENTINO" NON E’ ALTRO E ANCORA CHE LA "FESTA" DEL "#COME NASCONO I BAMBINI" SECONDO LA "MARZIANA" #TRADIZIONE ROMANA DEL "#LUPERCALE".
SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR.:
ARCHEOLOGIA, #STORIA, E #TEOLOGIA: IL #RITORNO DEL #RIMOSSO. IL #LUPERCALE, IL «#PRESEPE» DI #ROMOLO E #REMO, E IL #NATALE COSTANTINIANO-CATTOLICO: IL "LUPO" DIVENTA" "AGNELLO" E LA "PREISTORIA" CONTINUA!!! Una recensione di Rosita Copioli di "La leggenda di Roma" (a c. di Andrea Carandini - Fondazione Valla/Mondadori )
RICERCA SCIENTIFICA, "MALOCCHIO", PSICOANALISI, E CREATIVITÀ:
IL "SAPERE AUDE!" DI KANT, IL PROBLEMA DELL’ OCCHIO DI PLATONE, E UNA QUESTIONE DI BELLO. UN INVITO A USCIRE DALLA #CAVERNA DI "#POLIFEMO" (CON #DANTE ALIGHIERI).
RIAPRIRE IL PROGRAMMA-SOCRATICO PLATONICO DELLA "CUPIDITA" ("EROS") DEL VEDERE CON GLI OCCHI E DEL GUARDAR-SI NEGLI OCCHI PER CONOSCER-SI, FORSE, BISOGNA RI-PRENDERE IL CAMMINO PROPRIO DALLA #CRITICA DELLA "RAGIONE PLATONICA". Se è vero, come è vero, che Giorgio Colli inizia il suo cammino di ricerca da una rilettura attenta del "Simposio" e dall’ "Alcibiade primo" e che, poi, giunga a tradurre la "Critica della ragion pura" di Kant (Alfonso M. Iacono, "Giorgio Colli: la dismisura nella misura", "Doppiozero", 04 Febbraio 2025), c’è da pensare che, per realizzare l’antichissimo desiderio «di fare, di due, uno», e così, di «guarire la natura umana» (Platone), probabilmente, si dovesse andare a fondo con Kant e reimpostare la questione.
"CHIUDERE UN OCCHIO" O "APRIRE GLI OCCHI"?! CON FREUD, #OLTRE: CREDO CHE SIA UNA OTTIMA SOLLECITAZIONE A RIFLETTERE SUL TEMA, RIPARTENDO da alcune domande poste in "An Inquiry into Beauty" (cfr. Vincent De Luise, Fbook, 02 febbraio 2025).
Chiedersi se "La bellezza è negli occhi di chi guarda? O la bellezza è nel cervello di tutti coloro che la guardano?"; e, al contempo, accogliere come validi i dati disponibili, che "suggeriscono la seconda ipotesi" (cit.), da una parte si richiamano antiche questioni che risalgono almeno a #Platone (appunto, con tutte le conseguenze del caso) e, dall’altra, si rinvia quantomeno a una rilettura del "Manuale di Ottica fisiologica" di un "discepolo" di Kant: Hermann von Helmholtz.
DUE OCCHI E UNA SOLA "IDEA" ("VISIONE"). Helmholtz, nel varco aperto epistemologicamente da Kant, si porta sia al di là della dimensione euclidea dello #spazio e del #tempo (aprendo con #Riemann la via alle geometrie non euclidee e alla fisica di #Mach e #Einstein), e, ancora, sia sulla strada di studi "galileianamente" intesi sulla #fisiologia della #percezione, in #ottica e in #acustica, entro cui si colloca la stessa #neuroestetica.
Già solo capire che #Nietzsche, proprio dalla conoscenza delle ricerche di Helmholtz (mediata dalla lettura dell’opera di Friedrich A. #Lange, "Storia del materialismo e critica del suo significato nel presente"), scrive "Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali" (1881), sollecita a ripensare meglio il suo rapporto non solo con Kant, ma anche con lo stesso Socrate e Platone (il cristianesimo storico e la tradizione illuministica e scientifica) e il "#Crepuscolo degli #idoli".
"VERE DUO IN CARNE UNA": PER UNA STORIA CRITICA DELL’ARITMETICA E DELLA GEOMETRIA DELLA "SOLITUDINE".... E DEL "CONTRATTO #SOCIALE" TEOLOGICO-POLITICO DEL TRAGICO "PREISTORICO" PRESENTE,
RIPRENDERE IL PROGRAMMA DI KANT (CON BERNHARD RIEMANN E HERMANN VON HELMHOLTZ) *
RICORDANDO (E RICORDATO) CHE JEAN PAUL RICHTER, sulla strada di Jean - Jacques Rousseau, precisa e chiarisce (prima di tanti altri e di tante altre) che "PER MANCANZA DEL DUE NON [SI] PUO’ CONTARE FINO A UNO" ("Levana, 1807), sia opportuno fondamentale uscire dall’orizzonte del "#solipsismo" (e del #narcisismo edipico-tragico della "#cosmoteandria" teologico-politica) e ACCOGLIERE L’INDICAZIONE E LA LEZIONE DI #VITTORIO #MATHIEU:
OGNI ESSERE UMANO E’ UN "DUE IN UNO". SU QUESTA STRADA DI "UN SOGGETTO ATTIVO E RECETTIVO", si comprende come Kant abbia potuto aprire (così ULISSE E DANTE) la porta della caverna polifemica e platonico-paolina, comprendere le ragioni stesse della "#Claustrofilia (E. Fachinelli, 1983), e, con e oltre Newton, portarsi "sulla spiaggia" (E. Fachinelli, 1985), e offrire la chiave per un ri-orientamento gestaltico e antropologico, e, al contempo, per una ri-comprensione del #partorire, del nascere, e del rinascere (Federico LA Sala, "La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica", 1991).
* SUL "VERE DUO IN CARNE UNA". NOTE SUL PROGRAMMA DI KANT, mi sia lecito, cfr. il primo capitolo di un mio lavoro del 2010: Federico LA Sala, "KANT, FREUD, E LA BANALITA’ DEL MALE" ).
In memoria di Rubina #Giorgi (Filosofia del #Linguaggio- Università degli Studi di Salerno)
A LEZIONE DI JEAN PAUL ...QUALE EUROPA PER UN #BUON 2025 ?: UNA STORIA DI LUNGA DURATA E UNA ORAZIANA SOLLECITAZIONE SUL "SAPERE AUDE!" (KANT, KOENIGSBERG, 1784; KALININGRAD, 2024) DA RIPRENDERE...
RICORDANDO CHE “La guerra non si abolisce coi trattati, ma stimolando la riflessione e la cultura di tutti”, come sosteneva Gino Strada, forse, oggi alla fine del 2024, io renderei omaggio anche alla memoria di Enrico Berlinguer che, il 15 dicembre del 1981, dichiarò la fine della "spinta propulsiva" della rivoluzione sovietica, anticipando sia la svolta di Gorbaciov sia la caduta e la fine del "comunismo" russo, e, con esso, del "muro di Berlino" (1989). Al contempo, e insieme, renderei omaggio allo stesso Michail Gorbaciov (cfr. foto allegata, "Le Monde" 1989) e, ancora, ad Antonio Gramsci (1891-1937).
CULTURA E #SOCIETA’. Alla luce dell’avvio del #Giubileo2025 e delle celebrazioni dell’anniversario del #Primo #Concilio di #Nicea (325), una importante #analogia (carica di #teoria) sulla relazione tra il #cristianesimo e il #paolinismo e il #marxismo e il #leninismo, fatta da Gramsci:
"POSIZIONE DEL #PROBLEMA. [...] Marx è un creatore di Weltanschauung, ma quale è la posizione di Ilici? È puramente subordinata e subalterna? La spiegazione è nello stesso marxismo - scienza e azione -. Il passaggio dall’utopia alla scienza e dalla scienza all’azione (ricordare opuscolo relativo di Carlo Radek). La fondazione di una classe dirigente (cioè di uno Stato) equivale alla creazione di una Weltanschauung. [...] Marx inizia intellettualmente un’età storica che durerà probabilmente dei secoli, cioè fino alla sparizione della Società politica e all’avvento della Società regolata. Solo allora la sua concezione del mondo sarà superata (concezione della necessità, 〈superata〉 da concezione della libertà). Fare un parallelo tra Marx e Ilici per giungere a una gerarchia è stolto e ozioso: esprimono due fasi: scienza-azione, che 〈sono〉 omogenee ed eterogenee nello stesso tempo. Così, storicamente, sarebbe assurdo un parallelo tra Cristo e S. Paolo: Cristo-Weltanschauung, S. Paolo organizzazione, azione, espansione della Weltanschauung: essi sono ambedue necessarii nella stessa misura e però sono della stessa statura storica. Il Cristianesimo potrebbe chiamarsi, storicamente, cristianesimo-paolinismo e sarebbe l’espressione più esatta (solo la credenza nella divinità di Cristo ha impedito un caso di questo genere, ma questa credenza è anch’essa solo un elemento storico, non teorico)." (A. Gramsci, "Quaderno 7 § 33").
#BUONANNO, #BUON2025!
(...) il “nuovo mondo” che abbiamo costruito dimostra quanto presto abbiamo dimenticato la ‘lezione’ delle foreste, dei mari, dei deserti, e dei fiumi e delle montagne!!!L’ENIGMA DEL NOME, L’ENIGMA DEL SOGGETTO, L’ENIGMA DEL DESTINO ("ANANKE") E ... L’ENIGMA DI "DIO" ("CHARITAS") *
L’ENIGMA DEL DESTINO
di Gianfranco Ricci*
Lo storico Erodoto di Alicarnasso racconta nelle celebre opera “Storie” che nell’anno 499 a.C., Istieo, avventuriero e tiranno di Mileto, si trovava alla corte del re Dario I e non aveva modo di mettersi in contatto con il suo compatriota e tiranno della città Aristagora.
In quel tempo le città ioniche preparavano la grande ribellione contro il dominio persiano e Istieo voleva comunicargli che era il momento di dare il via alla sollevazione.
Alla fine ebbe un’idea: fece rasare la testa al suo schiavo più fedele e gli tatuò sul cuoio capelluto il messaggio che desiderava trasmettere, poi aspettò che i capelli ricrescessero, in modo da nascondere il messaggio.
Solo allora inviò lo schiavo a Mileto, dove gli rasarono nuovamente la testa e poterono leggere il messaggio. Il procedimento aveva diversi vantaggi, perché neppure il latore del messaggio ne conosceva il contenuto e pertanto non avrebbe potuto rivelarlo neanche se fosse stato sottoposto a interrogatorio o tortura.
Già Freud nello scritto “Isteria” (1888) aveva notato come i sintomi isterici seguissero una logica diversa da quella della mera anatomia. Tra il sintomo e la base organica non vi era un legame diretto, bensì l’emergere di una sorta di “dialetto”, di fenomeno linguistico.
Lacan porterà all’estremo la lettura freudiana, parlando di “crivellatura” del corpo per effetto del significante. Le parole, osserva Lacan, possono essere veri e propri “proiettili” che toccano, feriscono e perforano il corpo.
Abbiamo qui l’aspetto centrale della psicoanalisi: il rapporto fondamentale tra corpo e parola.
Il soggetto viene al mondo parlato dall’Altro, prima ancora di accedere direttamente al linguaggio.
Il primo significante che incontra è spesso il nome proprio, intraducibile per definizione, presente quindi nella sua dimensione di significante che si sgancia da ogni significato.
Tuttavia sappiamo bene che il significato è presente nel luogo dell’Altro e per questo può divenire come un “destino” per il soggetto che lo porta: il nome proprio può essere un destino.
Perché un certo nome? Perché non altri? Nel nostro nome e nelle parole che circolano nella nostra infanzia è evidente l’effetto di scrittura, di incisione che il significante opera su di noi.
Ciascuno di noi assomiglia quindi allo schiavo della storia di Erodoto: portiamo su di noi le tracce di un messaggio che non conosciamo e che ci resta enigmatico, misterioso, inaccessibile.
Compito dell’analisi è svelare questo messaggio inconscio: far emergere il discorso che l’Altro ha fatto per noi e su di noi, per assumere questo discorso e farlo nostro, riformularlo alla luce del nostro desiderio.
Sartre mostra l’importanza di questa operazione nel suo studio sulla vita di Jean Genet: l’intera opera di uno degli scrittori più discussi e controversi del Novecento si organizza intorno ad un significante che ha segnato per sempre la sua vita. Sartre ricostruisce infatti un episodio preciso dell’infanzia del piccolo Genet, quando, sorpreso dalla sua balia, viene ripreso con una parola: “ladro!”.
Come sottolinea Sartre nell’opera “Santo Genet, commediante e martire”, l’intera opera di Genet risponde ad una logica precisa: “il genio non è un dono, ma la via d’uscita che ci si inventa in casi disperati”.
Il lavoro di Sartre ha indagato il ruolo della storia, dell’infanzia e dell’Altro nella vita dell’uomo.
In particolare, questo ambito di ricerca segna un punto di contatto con la pratica e la teoria analitica.
Sartre ha articolato il suo lavoro concentrandosi su due grandi figure dell’universo culturale francese: Jean Genet e Gustave Flaubert.
Entrambi, nella loro vita, sono stati segnati da un marchio indelebile; la storia di questi due autori rappresenta il tentativo singolare di riprendere questa iscrizione originaria, per trasformarla.
In particolare, se nel caso di Genet il significante padrone, S1, è “ladro!”, nella storia di Flaubert vi è “idiota”.
L’opera elefantiaca di Sartre dedicata a Gustave Flaubert si intitola proprio “L’idiota della famiglia”.
Terzo di tre figli, Flaubert si trova gettato, scartato tanto dal desiderio paterno, investito integralmente sul figlio maggiore (divenuto “copia” del padre), quanto di quello materno (destinato interamente alla figlia femmina, tanto voluta).
La sua “idiozia”, destino già scritto dall’Altro familiare, tradotto in un ritardo nell’acquisizione della parola, diviene base di una ripresa singolare, che porterà Flaubert a divenire, a suo modo, uno degli scrittori più importanti della letteratura francese.
*Cfr. Gianframco Ricci, 29 novembre 2023 (ripresa parziale - senza immagini).
* Sul tema, nel sito, si cfr.:
Federico La Sala
PLATONE E NOI, #OGGI (*):
"IL COLTELLO E LO STILO" E IL "CONCETTO". UNA RIFLESSIONE INTORNO A TEMI DI ARCHEOLOGIA E ANTROPOLOGIA FILOSOFICA (#KANT, 1724-2024) E DI #COSMOTEANDRIA PLATONICA, PAOLINA ED HEGELIANA.
COME NASCONO I #BAMBINI, COME NASCONO LE #IDEE, COME NASCONO I #SOGNI? SE E’ VERO COME E’ VERO CHE « [...] Platone non può #concepire la “pura teoria” che come transito, necessario ma provvisorio, verso una restaurazione del dominio: un dominio certo fondato ora non sull’immediatezza della forza ma sulla cogenza di una verità neutralizzata, perciò necessariamente valida in universale.» (M. Vegetti, "Il coltello e lo stilo. Le origini della scienza occidentale", il Saggiatore, Milano 1996, p. 74), è possibile continuare a usare il "coltello" e lo "stilo" e, addirittura, a sezionare cadaveri all’inferno?! E’ mai possibile continuare a costruire piramidi come il "#Sapiente" (1510), ancora teorizzato da #Bovillus e dalla ecclesiastica "#Scuola di Atene" di #Raffaello (1509-1511) e a seguire sul piano di un #androcentrismo ateo e devoto la lezione teologico-politica di Paolo di Tarso?!
LEZIONE ANDROCENTRICA DI #TEOLOGIA-POLITICA DI #PAOLO DI #TARSO: "Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [gr. ἀνήρ, ἀνδρός «uomo»], e capo di Cristo è Dio" (1 Cor. 11, 1-3).
* Sul tema, mi sia lecito, si cfr. PLATONE: ILLUMINISTA O TOTALITARIO?! PLATONE E NOI, OGGI.
ANTROPOGENESI FILOLOGIA E FILOSOFIA: CHE GRANDE "PREISTORIA" DELL’INTERA #UMANITA’ DEL PIANETA TERRA!
RIPARTIRE DA CAPO, E IMPARARE A #CONTARE, A #CALCOLARE...
INDIVIDUO E SPECIE: "L’ONTOGENESI RICAPITOLA LA FILOGENESI" (ERNST #HAECKEL).
MA QUALE "RICAPITOLAZIONE", COME DA #ANTROPOLOGIA COSMICA, QUALE QUELLA DI #DANTE ALIGHIERI ("L’#AMOR CHE MUOVE IL #SOLE E LE ALTRE #STELLE") O COME QUELLA (DELL’ATTUALE #PRESENTE STORICO) DA #ANDROCENTRISMO TEOLOGICO-POLITICO DA "#CAVERNA" PLATONICA E PAOLINA)?!
"SAPERE AUDE!" (#KANT, 1784). NON E’ IL CASO DI CORRERE AI RIPARI E, FINALMENTE, uscire dall’orizzonte della #tragedia e dal #letargo epistemologico e #correggere un’operazione #matematica "sbagliata: un uomo più una donna ha prodotto, per secoli, un uomo" (#Franca Ongaro #Basaglia, 1978)!!!
COSMOTEANDRIA E STORIA. LA LEZIONE DI PAOLO DI TARSO:
"Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [ἀνήρ], e capo di Cristo è Dio [ ὅτι παντὸς ἀνδρὸς ἡ κεφαλὴ ὁ Χριστός ἐστιν, κεφαλὴ δὲ γυναικὸς ὁ ἀνήρ, κεφαλὴ δὲ ⸀τοῦ Χριστοῦ ὁ θεός.]"(1 Cor. 11, 1-3).
ANTROPOLOGIA FILOSOFIA, PSICOANALISI, E CIVILTA’ (KANT 2024): CRITICA DELLA COSMOTEANDRIA OCCIDENTALE.
RIATTIVARE IL "CIRCUITO DELLA PAROLE". Oltre il lacanismo (e il paolinismo), l’omaggio di Sigmund Freud a Marie Bonaparte:
"La grande domanda, alla quale nemmeno io ho saputo rispondere, è questa: che cosa vuole la donna?” (Freud 1933). *
PIANETA TERRA: ALLA LUCE DEL "CANTICO DEI CANTICI" (è "l’amor che move il sole e le altre stelle"), DOPO MILLENNI DI COLONIZZAZIONE DEL " LOGOS" (DIVENTATO UN "#LOGO"), e, dopo aver gettato in pasto all’algoritmo la "lingua" ("#langue" ) del "Corso di linguistica generale" di Ferdinand de #Saussure, forse, è ora di ri-attivare antropologicamente il "circuito della #parole", e, al contempo, fare chiarezza sulle #ideologie falloforiche nelle loro tragiche pretese androcentriche e platonizzanti e passare alla "commedia" (#DanteAlighieri): almeno dai lavori di #Michelangelo Buonarroti, per riflettere teologicamente sul tema, le Sibille camminano insieme ai #Profeti nella Volta della #CappellaSistina e l’ amore di ogni "Maria" e ogni "Giuseppe" cerca di illuminare non solo il cammino di ogni loro bambino e di ogni loro bambina ("Gesù"), ma anche le loro stesse comunicazioni e le loro stesse relazioni tra di loro e con tutti gli esseri umani (e non solo).
Note:
PENELOPE-IDEA E COMMEDIA: FILOLOGIA E ANTROPOLOGIA. Con lo spirito dell’opera “The Penelopiad” di Margaret Atwood e della "Divina Commedia" di Dante Alighieri, un segnavia di uscita dall’orizzonte della tragedia...
#STORIAELETTERATURA. Data la immersione totale di tutta la cultura occidentale nell’immaginario dell’#Odissea, "étudier, très succinctement, la technique d’« écriture féminine » de Margaret Atwood, à travers son ouvrage «The Penelopiad» et plus précisément, à travers l’ironie dans son rapport aux «métamorphoses» apportées au texte de l’Odyssée d’Homère" (cfr. Rebecca Plewinski, "La technique d’«écriture féminine» de Margaret Atwood: l’exemple de The Penelopiad») che con mente "penelope-idea" sa catturare e aggiogare persone e popoli con il proprio "canto" e l’ esperienza tragica della sua "fenomenologia dello #spirito".
L’ALBA DELLA MERAVIGLIA ("Earthrise"). Per #Dante, con l’aiuto del "padre" #Virgilio ("Eneide") su sollecitazione della "#bella e beata" #madre Beatrice (sollecitata a sua volta da Lucia, inviata da Maria, madre di Gesù "Cristo"), la "folle impresa" di uscire dalla "selva oscura" e ritrovare la "diritta via", con il vecchio "Ulisse" e con la vecchia "Penelope" sulle proprie spalle, è possibile: è l’amore che muove il sole e le altre stelle.
CON #BATESON, OLTRE #VERSAILLES: LA FRANCIA, CON UN PASSO DECISIVO, SI E’ PORTATA (E IN-VITA A PORTARSI) COSTITUZIONAL-MENTE OLTRE L’ORIZZONTE DEMIURGICO DELL’#ANDROCENTRISMO DELLA #TRAGEDIA E HA RESTITUITO ALLA #DONNA LA SUA "KANTIANA" FACOLTA’ DI #GIUDIZIO.CITTADINANZA ATTIVA, FACOLTA’ DI GIUDIZIO, E ANTROPOLOGIA: #SAPEREAUDE! (#KANT2024).
LA #LINGUA (LA COSTITUZIONE) BATTE DOVE I DENTI (I PARTITI) DOLGONO. *
Tutte le articolazioni del "corpo mistico" della democratica società italiana scricchiolano alla grande, a tutti i livelli, e da tempo: e la radice è non solo locale, ma globale (antropologica, teologica, e cosmologica)!
*
FILOLOGIA, "STRUMENTI DELLA COMUNICAZIONE" (MARSHALL MCLUHAN), E COSMOTEANDRIA: LOGOS (LINGUA) E CHARITAS (AMORE) ED "ECCE HOMO" (QUESTIONE ANTROPOLOGICA). In memoria di Galileo Galilei e di Ferdinand de Saussure
Una nota* a margine della seguente "biblica" riflessione di Franco Lo Piparo:
*
QUESTIONE ANTROPOLOGICA ED "ECCE HOMO" (NIETZSCHE, 1888). Dopo il sussurro "elianico" del CLG ("Corso di Linguistica Generale"), a quanto pare, stentiamo ancora a capire l’alfa e l’omega della parola ("parole") e della lingua ("langue"), e, continuiamo a cadere dalla padella del Vasaio alla brace del Sofista, nella "polifemica" caverna del Mentitore istituzionalizzato (Platone), il "regista" dell’Occidente e dell’intero Pianeta Terra: "Il Dio biblico non è un artigiano (artigiani e artisti erano gli dei creatori del mondo nella mitologia greca) ma un oratore. Crea con la parola."(Franco Lo Piparo).
FISICA, METAFISICA, ED ETICA: NICEA (325 - 2025)?! Dopo la vittoria di Galileo (Keplero: "Vicisti, Galilaee", 1611), il canto alla luna, "alla nuova luna" (Salvatore Quasimodo, 1958 ->Maturità 2023) è, forse, un segnale per cambiare rotta, uscire con Dante dall’inferno, rinascere nell’Infinito (Giacomo Leopardi), e riprendere a comunicare bene, nel giardino terrrestre?!
FREUD E LACAN: ATTO PSICOANALITICO, METAFISICA DELL’ESPERIENZA ED ETICA DELLA PSICOANALISI. Un omaggio al prof. di Filosofia, H. J. PATON, amico di Wilfred Bion ...
RIPARTENDO DA LONDRA, (J. Lacan, "LA PSICHIATRIA INGLESE E LA GUERRA", 1947) E RITENENDO IMPORTANTE OGGI PIù DI IERI, QUANTO SCRITTO nell’editoriale degli "Appunti" della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo Freudiano (Giugno 2016), che l’atto_analitico è "un concetto nuovo" che si deve a Lacan: “L’atto psicoanalitico, mai visto né sentito se non da noi, vale a dire mai notato, e ancor meno messo in discussione, ecco che invece noi lo poniamo come il momento elettivo del passaggio dello psicoanalizzante a psicoanalista”; “Ciò che chiamiamo la seduta è un lasso di tempo in cui si tratta dello stabilirsi di un rapporto con la dimensione fuori tempo dell’inconscio [...]” (cfr. SLPcf), FORSE, POTREBBE essere una buona idea, per riflettere di nuovo sul "tempo e l’atto nella pratica della psicoanalisi", mettere a disposizione in lingua italiana le opere di H.J. PATON: 1). "Kant’s Metaphysics of Experience (1936); 2) "The Categorical Imperative" (1947).
STORIA E STORIOGRAFIA: "APPRENDERE DALL’ESPERIENZA". A ben vedere, il titolo dell’opera di W. R. BION offre una indicazione-chiave, carica di teoria: richiama "ovviamente" l’amicizia di Wilfred R. Bion con Herbert James Paton e le sue indicazioni sulla via critica dell’imperativo categorico e della metafisica dell’ esperienza di Kant" (e, freudianamente e assolutamente, non la via paolina del "Kant con Sade" di Lacan).
Federico La Sala
Pensare il presente con Saussure
Tre motivi dell’attualità del linguista ginevrino
Intervista a Paolo Virno, a cura di Francesco Raparelli
È noto che Saussure per molto tempo è stato
una sorta di protettore della grande cultura
europea, il padre dello strutturalismo, per cui
non si riusciva a occuparsi dei costumi dei
selvaggi di certe tribù dell’Amazzonia senza
utilizzare le categorie coniate dal Cours.
Poi - parlo dei decenni più recenti - Saussure
è uscito di scena, le scienze cognitive hanno
spensieratamente decretato il carattere
cervellotico o museale della sua riflessione sul
linguaggio, e di lui non si sa più bene cosa fare.
Quindi è venuto il momento della sua piena
attualità. Forse mai come oggi egli è diventato
leggibile e costituisce uno straordinario
strumento per pensare problemi tutt’altro che
marginali. Saussure libero dallo strutturalismo,
Saussure in rotta di collisione con alcune delle
superstizioni predominanti negli ultimi decenni
a proposito di come funziona la mente umana.
Saussure e basta; Saussure e le sue idee non
mediate da alcunché d’altro.
I motivi dell’attualità di Saussure, i motivi per
cui lo si può considerare con un briciolo (e forse
anche più di un briciolo) di provocatorietà
l’ultimo grido in fatto di filosofia del linguaggio,
li ridurrei a tre. Tre punti di importanza
cardinale, che possono essere dichiarati con
le parole stesse di Saussure. Il primo punto:
la lingua è la principale istituzione umana,
l’istituzione più originaria, quella che fa da
matrice e modello a tutte le altre. Il secondo:
nella lingua non vi è nulla di sostanziale, non ci
sono che differenze, e - l’aspetto più
importante - queste differenze non presuppongono termini
positivi tra i quali si instaurano. Il terzo punto,
infine, è il seguente: nella lingua tutto è storico,
da un certo punto di vista, ma nella lingua -
aggiunge Saussure - da un altro punto di vista,
nulla è storico. L’incrocio dunque, all’interno
di quel fatto che caratterizza tutti noi, che
è il nostro parlare, tra il mutamento storico
e un’invarianza che sembra sfuggire alla
diacronia, al mutamento indotto da sistemi
sociali, usi, costumi. Questa combinazione tra
storia e metastoria, invariante e variabile, è il
terzo motivo di interesse per questo personaggio
malinconico e silenzioso (nel senso che ha
passato gli ultimi due decenni della sua vita non
scrivendo quasi più nulla), motivo che a miei
occhi decreta il nostro presente come il tempo
della piena attualità e leggibilità di Saussure.
Ritengo che la riflessione linguistica di Saussure
sulle istituzioni si presti oggi, senza troppe
forzature, a una lettura in termini di teoria
politica, laddove le istituzioni del vecchio
mondo, che in parte è ancora il nostro mondo,
sono solo un ricordo sbiadito, anche quando
continuano a funzionare. Conviene per prima
cosa prendere atto di ciò che Saussure dice sulla
lingua come istituzione. Anzitutto perché una
lingua sarebbe un’istituzione, anzi l’«istituzione
pura», quella che fa da matrice a tutte le altre.
La lingua ha una vita preindividuale e
sovrapersonale. Concerne il singolo animale
umano solo in quanto costui fa parte di una
«massa di parlanti». Proprio come la libertà
o il potere, essa esiste unicamente nella relazione
tra i membri di una comunità. La vista bifocale,
autonomo patrimonio di ogni uomo isolato, può
essere considerata poi, a buon diritto, una
prerogativa condivisa della specie. Non così
la lingua: nel suo caso è la condivisione a
creare la prerogativa; è il tra della relazione
interpsichica a determinare poi, per riverbero,
un patrimonio intrapsichico.
La lingua storico-naturale attesta la priorità del «noi» sull’«io»,
della mente collettiva sulla mente individuale.
Per questo, non si stanca di ripetere Saussure,
la lingua è un’istituzione. Per questo, anzi,
essa è l’«istituzione pura», matrice e pietra
di paragone di tutte le altre.
Un giudizio siffatto non sarebbe pienamente giustificato, tuttavia, se la lingua, oltre a essere sovrapersonale, non svolgesse anche una funzione integrativa e protettiva. Ogni autentica istituzione, infatti, stabilizza e ripara. Ma quale carenza deve colmare la lingua storico-naturale? E da quale rischio deve proteggere? Sia la carenza che il rischio hanno un nome preciso: facoltà di linguaggio. La facoltà, ossia la disposizione biologica a parlare del singolo individuo, è semplice potenzialità ancora priva di realtà effettuale, fin troppo simile a uno stato di afasia.
La lingua, fatto sociale o istituzione pura, pone
rimedio all’infanzia individuale, ossia a quella
condizione in cui non si parla pur avendone
la capacità. Essa protegge dal primo e più grave
pericolo cui è esposto l’animale neotenico:
una potenza che resta tale, priva di atti
corrispondenti.
La differenza tra facoltà di
linguaggio e lingue storicamente determinate -
differenza che, lungi dal rimarginarsi, persiste
anche in età adulta, facendosi valere ogni volta
che si produce un enunciato - conferisce una
tonalità istituzionale alla vita naturale della
nostra specie. Proprio questa differenza implica
un nesso strettissimo tra biologia e politica,
tra zoón lógon ékon e zoón politikón.
La lingua è l’istituzione che rende possibili tutte
le altre istituzioni: moda, matrimonio, diritto,
Stato e via enumerando. Ma la matrice si
distingue radicalmente dai suoi derivati.
Secondo Saussure il funzionamento della lingua è incomparabile a quello del diritto e dello Stato. Le indubbie analogie si rivelano però ingannevoli. La trasformazione nel tempo del codice civile non ha niente da spartire con il mutamento consonantico e l’alterazione di certi valori lessicali. Lo scarto che separa l’«istituzione pura» dagli apparati socio-politici con cui abbiamo dimestichezza è, forse, non poco istruttiva. Si potrebbe dire che soltanto la lingua è un’istituzione effettivamente mondana, tale cioè da riflettere nel suo stesso modo di essere la sovrabbondanza di stimoli non finalizzati biologicamente, nonché il cronico distacco dell’animale umano nei confronti del proprio contesto vitale.
Ancora. La lingua è, insieme, più naturale e più storica di qualsiasi altra istituzione umana. Più naturale: a differenza della moda o dello Stato, essa ha il suo fondamento in un «organo speciale preparato dalla natura», ossia in quella disposizione biologica innata che è la facoltà di linguaggio. Più storica: mentre il matrimonio e il diritto si attagliano a certi dati di fatto naturali (desiderio sessuale e allevamento della prole, il primo; simmetria degli scambi e proporzionalità tra danno e risarcimento, il secondo), la lingua non è mai vincolata all’uno o all’altro ambito oggettuale, ma concerne l’intera esperienza dell’animale aperto al mondo, dunque il possibile non meno del reale, l’ignoto proprio come l’abituale. La moda non è localizzabile in un’area cerebrale, e però deve sempre rispettare le proporzioni del corpo umano. Tutt’al contrario, la lingua dipende da certe condizioni genetiche, ma ha un campo di applicazione illimitato.
È concepibile un’istituzione politica, nell’accezione più rigorosa di questo aggettivo, che mutui la propria forma e il proprio funzionamento dalla lingua? È verosimile una repubblica che protegga e stabilizzi l’animale umano nello stesso modo in cui la lingua svolge il suo ruolo protettivo e stabilizzatore rispetto alla facoltà di linguaggio, cioè alla neotenia? Queste sono le domande che, nell’epoca della crisi economica globale e dell’evaporazione della sovranità statale, con Saussure possiamo provare a porci.
* Fonte: alfabeta2.28 (Aprile 2013).
ARCHEOLOGIA, FILOSOFIA, LOGICA PSICOANALISI E COSTITUZIONE: "IN PRINCIPIO ERA IL LOGOS" (non il Logo di una fattoria).
DIO E LE LETTERE DELL’ALFABETO. Questa storiella dello Zohar "nasconde" una grande lezione di logica e matematica, antropologia e teologia (e, a mio parere, offre la chiave per meglio capire il senso stesso del riferimento di Baruch Spinoza al detto Homo Homini Deus Est e il messaggio dell’ impresa di Dante Alighieri).
Quando si comincia a contare, da dove bisogna cominciare, per iniziare bene ed essere gà a metà dell’opera?! Chi è che conta e da dove inizia. Perché (come qui, nella storiella dello Zohar) dalla Bet?
Premesso che le lettere dell’alfabeto ebraico sono anche numeri e, quindi, hanno un valore numerico, è opportuno ricordare che alef vale zero (= 0) e che bet vale uno (= 1); e, quando si comincia a contare, si comincia a contare da uno (= 1), appunto, da bet.
Per non perdere la #bussola e, ancor di più, per non lasciarsi sopraffare dalla narcisismica terremotante tentazione di truccare le carte e il conto, però, occorre tenere ben presente che al "Dio" che conta, in un altro testo decisivo della tradizione biblica (Apocalisse di Giovanni), è attribuita la seguente importantissima frase: "Io sono l’alfa e l’omega" (greco koinè: "ἐγὼ τὸ Α καὶ τὸ Ω"). La precisazione è decisiva...
Amore è più forte di Morte (Ct., 8.6). A ben riflettere sull’apocalittica frase, si apre la porta di una chiara #comprensione sul Chi (= X) lega e sa legare "il principio e la fine" (Apocalisse 21:6, 22:13) e, al contempo, sul buon messaggio stesso della "Divina Commedia": "l’amor che move il sole e le altre stelle" (Par. XXXIII, 145).
L’alfa (il principio) e l’omega (la fine), e la bet ("la prima lettera dell’alfabeto), la lettera che indica ""il verso giusto del cammino"!
Bet, la lettera di Benedizione ....
LA PIETRA FONDAMENTALE E LA PIETRA ANGOLARE: "ECCE HOMO". Ogni Uno (=1), Ognuno (ogni Eva e ogni Adamo, ogni Maria e ogni Giuseppe), Ogni Essere umano (Everyman, così Dante Alighieri per Ezra Pound), è antropologicamente e linguistica-mente la lettera dell’alfabeto, la Bet, la lettera di Benedizione e Bereshìt, la Parola che sta "Nel Principio": "Nel Principio era il Logos". L’amor che move il sole e le altre stelle....
PSICOANALISI E FILOSOFIA.
SU FREUD: RIPARTIRE DAL PRINCIPIO.
Per comprendere meglio Freud e la sua "rivoluzione psicoanalitica" ("Die Frage der Laienanalyse",“Il Problema dell’analisi profana”: «Non succede nulla di strano, i due si parlano. [...] L’analista dà appuntamento al paziente a una certa ora del giorno, lo lascia parlare, lo ascolta, poi gli parla e gli chiede di ascoltare ciò che ha da dirgli»"), c’è solo da salire su una grande nave, scendere nella stiva, e rileggere il "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano" di Galileo Galilei: a partire da Copernico, da qui (da questa opera) prende il via la navigazione nell’oceano celeste (Keplero) e si apre la strada alla relatività di Einstein (e non al relativismo culturale dell’antropologia culturale e di Gregory Bateson!), alla rivoluzione copernicana di Kant, e alla rivoluzione di Ferdinand de Saussure, proprio da "due persone che discorrono" ("Corso di Linguistica Generale").
Per andare oltre le robinsonate (Marx) e oltre l’edipo (Freud), e uscire dal terrapiattismo non c’è altra via: con Elvio Fachinelli, superare la claustrofilia (1983), portarsi "sulla spiaggia" (1985), andare oltre le colonne d’Ercole (di Edipo), e non naufragare (come Ulisse), ma uscire dall’inferno (Dante 2021) e rinascere! O no?!.
Sul tema, nel sito, si cfr.:
DANTE E SAUSSURE: UNA SOLA TEORIA, QUELLA DEI "DUE SOLI". Ipotesi di lavoro
DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE.
Federico La Sala
TRADUZIONE E CREATIVITÀ: NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! Con gli occhi dell’altro...*
Con gli occhi dell’altro
di Franco Nasi (Doppiozero, 18 marzo 2021).
Che il tradurre testi letterari sia un atto complesso, che richiede competenza e infinita pazienza, umiltà e coraggio, ammirazione per l’opera che si traduce e rispetto per i lettori della traduzione, è cosa ovvia fra chi si occupa di traduzione. Lentezza, pudore, responsabilità, competenza, ascolto inventivo o passività attiva, apertura all’altro, collaborazione, sono tutti termini che ritornano nelle belle riflessioni sul tradurre di una dozzina fra i più autorevoli traduttori italiani, raccolte In L’arte di esitare curato da Stefano Arduini e Ilide Carmignani e pubblicato da Marcos y Marcos. Nell’agile volumetto sono riportati i “discorsi di accettazione” dei vincitori del Premio di traduzione letteraria conferito durante l’ormai canonico appuntamento annuale delle Giornate della traduzione, organizzate dai due curatori dal 2002, prima a Urbino poi a Roma. Il volume si apre con una poesia, I traduttori, scritta in italiano dal poeta spagnolo Juan Vincente Piqueiras, che dice molto bene, con l’economicità e la leggerezza cristallina dei versi, di queste figure spesso dimesse, che stanno dietro le quinte, ma che con passione ci fanno conoscere, a volte amare, mondi che altrimenti ci resterebbero del tutto estranei e sconosciuti:
Sono una tribù strana sparsa per il mondo
perché spostano il mondo.
Portano mondi da una lingua all’altra.
Ecco il loro mestiere.
Fanno nevicare in arabo, cambiano il nome al mare,
portano cammelli in Svezia,
fanno che don Chisciotte cavalchi su Ronzinante
dalla Mancia in Manciuria.
Fanno delle cose strane, pressappoco impossibili.
Dicono nella propria lingua
cose che mai quella lingua aveva detto prima,
cose che non sapeva di poter dire.
Sono nati da un crollo, quello della Torre di Babele,
e da un sogno: che gli uomini, le anime
che vivono agli antipodi,
si conoscano, si capiscano, si amino.
Sono una tribù muta:
danno la loro voce ad altre voci.
Sono diventati invisibili a forza d’umiltà.
Per secoli sono stati anche anonimi.
Loro, che vivono di nomi tra i nomi,
non avevano un nome.
Nella liturgia della letteratura
vengono trattati spesso come chierichetti.
Sono invece i veri pontefici: quelli che fanno i ponti
tra le isole delle lingue lontane, quelli che sanno
che tutte le lingue sono straniere,
che tutto tra di noi è traduzione.
Sono una tribù strana sparsa per il mondo
Perché stanno spostando il mondo,
perché stanno salvando il mondo.
Fra i “pontefici” che raccontano della loro professione e della loro passione, spesso in tono colloquiale e autobiografico, ci sono Giorgio Amitrano, Susanna Basso, Adriana Bottini, Pino Cacucci, Franca Cavagnoli, Renata Colorni, Ena Marchi, Yasmina Melaouah, Anna Ravano, Delfina Vezzoli, Claudia Zonghetti. Senza di loro, è certo, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Alice Munro, Toni Morrison, Thomas Bernhard, Daniel Pennac, ma anche Freud o Tolstoj, solo per ricordare alcuni autori da loro tradotti, avrebbero una voce diversa da quella che hanno per molti lettori italiani: sarebbero scrittori diversi.
Naturalmente c’è chi pensa che questa antica professione sia un’arte in via di estinzione, e che presto i traduttori non saranno solo dimessi ma proprio dismessi, sostituiti dalle intelligenze artificiali, capaci di processare una infinità di dati in un battito di ciglia e di restituirci finalmente la traduzione perfetta che, come si sa, è un paradosso in termini. Può darsi che succeda, come può darsi che arriveremo ad avere una lingua franca, standardizzata, unica per tutti, che tutti saremo costretti a rispettare come il newspeak nella società distopica di Orwell.
Per ora, e per fortuna, ci è ancora concesso di usare molte lingue che si muovono, si trasformano, si reinventano; lingue che permettono creazioni di nuove espressioni, ambiguità ed errori, che, come sanno bene i linguisti, sono causa importante delle variazioni e della vitalità del linguaggio. E per ora, grazie anche alla benedizione della caduta della torre di Babele, ci è permesso ancora un dialogo fra le lingue, attraverso il tradurre che non è un atto fondato su mere elaborazioni statistiche di occorrenze di termini, per cui a una parola in una lingua corrisponde una parola in un’altra lingua, a una espressione idiomatica corrisponde una equivalente espressione idiomatica in un’altra lingua ecc., ma un atto ad un tempo rigoroso e creativo, frutto di una relazione produttiva che ha segnato profondamente la storia della cultura, un atto che ha contribuito non solo alla diffusione dei concetti, ma anche alla loro trasformazione.
Di questa idea di traduzione parla Stefano Arduini nel volume Con gli occhi dell’altro. Tradurre (Jaca Book, 2020), un libro importante, erudito e nello stesso tempo chiaro e sollecitante anche per chi non è addentro alle questioni di filologia o di linguistica.
Il libro è un saggio scientifico, scritto da un linguista e biblista, impegnato da anni negli studi traduttologici, ma leggendolo si ha l’impressione di trovarsi davanti anche a un testo letterario, sia per la perspicuità ed eleganza dello stile, sia per la struttura “narrativa”. Uso questo termine perché la costruzione del libro ricorda quelle raccolte di racconti a cornice come Il Decameron o Le mille e una notte, dove c’è una storia che ospita al suo interno tante altre storie o novelle, ciascuna a suo modo conchiusa in sé, o bastante in sé, eppure funzionale al discorso generale, alla tesi generale del libro.
Nel libro di Arduini il filo rosso, che è anche cornice, è dichiarato in apertura e viene iterato ripetutamente all’inizio o alla fine di numerose molte “novelle”: “Una delle idee che sto sviluppando in questi saggi è che i concetti non siano stabili e abbiano invece una struttura dinamica e la traduzione contribuisca a questa dinamicità” (p. 149). Non cento novelle ma dieci, che hanno come protagonisti non dei personaggi ma dei concetti.
Le parole-concetto sono: L’altro, Confini, Tradurre, Parola, Io sono, Verità, Inganno, Amore, Bellezza, l’intraducibile”.
Arduini ci racconta parte della vita, della storia di queste parole-concetto, la parte più lontana da noi, quando transitarono dal sanscrito alla cultura ebraica, greca, latina classica e poi medievale, assumendo nomi diversi nelle varie culture e nelle varie lingue, e cambiando anche almeno un poco il loro carattere, mutando alcune delle loro peculiarità ogni volta che il loro nome veniva “tradotto”, e il concetto introdotto o ricontestualizzato in un’altra lingua, cultura o enciclopedia.
Arduini ci conduce sulla rotta di quei concetti che, come delle navi che lasciano il porto, prendono il mare, vanno “alla deriva” scrive Arduini, si muovono nel tempo e negli spazi, risignificandosi attraverso le traduzioni, che necessariamente tolgono e aggiungono, conservano e creano. Così, ad esempio, dall’ebraico ahev, per amore, ai greci eros, philia, àgape, al latino amare, diligere e caritas si ripercorre il viaggio di un concetto che muovendosi si trasforma, in quella che potremmo chiamare una storia interlinguistica delle idee.
In due di queste “novelle”, quella relativa alla nozioni di tradurre e di intraducibile ci sono poi momenti di particolare importanza per comprendere meglio quel filo rosso che lega tutto il discorso di Arduini; un discorso che non può che essere interdisciplinare o, come ama dire Arduini, transdisciplinare, e che si muove, si deve muovere, fra linguistica, teologia, filosofia, filologia, etica, estetica, storia della religione ecc. in un orizzonte di comprensione aperto alla complessità di quell’atto eminentemente relazionale che è la traduzione, un atto che implica di necessità “un altro”.
“L’altro” è l’argomento del secondo capitolo, e qui troviamo una spiegazione indiretta della prima parte del titolo, Con gli occhi dell’altro. Arduini, dopo aver parlato del concetto di altro riprendendo alcuni autori fondamentali per il suo impianto interpretativo come Benveniste, Ricoeur, Lévinas, arriva al libro La colonna e il fondamento della verità di Pavel Florenskij in cui la riflessione sull’altro porta alla riflessione sull’amicizia.
Qui incontriamo la citazione da cui viene ripreso il titolo del libro. Scrive Florenskij: “Che cos’è l’amicizia? L’amicizia è la visione di sé con gli occhi dell’altro... L’Io, rispecchiandosi nell’amico, riconosce nel suo Io il proprio alter ego”. E commenta Arduini: “Florenskij propone dunque un’idea di amicizia nella quale la propria soggettività è costruita a partire da tutto ciò che è fuori dal soggetto” (p. 35).
Questo modo di intendere la relazione è fondamentale sia quando si parla di traduzione sia quando ci si interroga su quelle parole-concetto che costituiscono l’ossatura del libro, e che, come mostra Arduini, sono sempre frutto di mediazioni, conflitti e relazioni complesse fra culture e lingue.
Leggendo l’espressione di Florenskij “con gli occhi dell’altro”, mi sono venuti in mente due racconti, che non hanno a che fare con il nostro libro, ma che forse possono esemplificare due atteggiamenti contrari, il rifiuto e l’accettazione dell’altro, di cui parla Arduini.
Il primo è una novella di Pirandello, Mondo di carta ed esemplifica il rifiuto. Si racconta di uno strano signore, il signor Balicci, amante fanatico di libri. Balicci, come dice Pirandello, “la vita non l’aveva vissuta”, perché l’aveva passata tutta a leggere libri, molti di viaggi e di terre lontane. Ormai anziano perde la vista. Assolda un giovane per riordinare la propria biblioteca. Sapere dove stavano i suoi libri era per lui di grande conforto.
Poi assume una giovane esuberante, Tilde Pagliocchini, perché gli “presti gli occhi” e legga per lui i suoi libri. L’esperimento non funziona perché nella voce della ragazza i suoi libri escono stonati, falsi, insopportabilmente diversi da come li aveva in mente, da come li aveva letti lui. Chiede allora alla ragazza di leggerli con “gli occhi soltanto, senza voce”. La ragazza lo fa di malavoglia perché non capisce il senso di questa richiesta; ma poi, di fronte a un libro sulla Norvegia, non resiste, sbuffa; lei che in Norvegia c’era stata dice a Balicci che quello che è scritto nel libro non è vero, non corrisponde alla realtà. Va da sé che Balicci non vuole sentire ragione e caccia in malo modo la ragazza. In questo caso gli occhi dell’altro non sono serviti a nulla, soprattutto perché il Balicci ha rifiutato l’altro, si è chiuso ostinatamente nel suo mondo di carta, un mondo immobile, tautologico e inesistente, statico nel tempo e buio come la morte.
Il secondo racconto ha a che fare invece con l’atteggiamento opposto non di rifiuto ma di accoglienza. Si intitola Cattedrale ed è di Raymond Carver. Qui ci sono tre personaggi. Una coppia, marito e moglie, e un amico della moglie, Robert, ex collega di lavoro, non vedente. Robert va a fare una visita alla donna dopo dieci anni, e così incontra per la prima volta il marito di lei, che però è pieno di pregiudizi nei confronti dell’ospite. All’inizio il marito è distaccato e imbarazzato, non sa come dialogare con Robert, tende piuttosto a evitare di interagire. Poi un po’ alla volta i due familiarizzano. Dopo cena bevono whiskey davanti alla televisione.
C’è un programma su una cattedrale di Lisbona. Il marito chiede a Robert se ha idea di come sono fatte le cattedrali. Robert risponde di sapere solo alcune cose e chiede al suo ospite di descrivergli quella mostrata nel programma alla tele. Immagina così, attraverso la voce del suo interlocutore, la cattedrale. La vede attraverso le sue parole che però non sono sufficientemente precise. Così Robert, ed è una svolta inattesa nel racconto di Carver, chiede all’uomo di prendere un foglio e una penna e di disegnare insieme una cattedrale.
I due hanno continuato in questo modo. Quando la cattedrale era ormai delineata sul foglio, il cieco invita il marito a chiudere gli occhi e a continuare a disegnare, ma a questo punto è la mano del cieco a guidare quella del marito nel disegno.
Ecco, qui scatta qualcosa di opposto a quanto succede nel raccontino di Pirandello. Dal rifiuto di Balicci di leggere il mondo con gli occhi della ragazza, che peraltro aveva avuto esperienza diretta di quel mondo, in Cattedrale nasce un’amicizia, un adeguamento nei confronti dell’altro che non è annessione, ma una relazione che costruisce qualcosa di nuovo, di non visto. È un’amicizia che consente al marito di uscire dalla propria casa pur restando a casa, di uscire dal proprio confine, di vedere la verità e l’inganno, la bellezza, la parola, l’essere e tutti gli altri concetti studiati nella loro dinamicità in Con gli occhi dell’altro.
Scrive Arduini: “Nell’amicizia si misura il vero rapporto con l’alterità dove l’altro non viene rifiutato perché incommensurabilmente lontano, non viene annullato annettendolo al proprio universo culturale e concettuale e, infine, non conduce a rinunciare al sé e alla tradizione in cui il soggetto si è formato, ma viene accolto in un patto di reciprocità che definisce la relazione di amicizia. Una contraddizione, un paradosso, che però non lascia solo il soggetto di fronte all’impenetrabilità dell’altro, ma costituisce un elemento decisivo nella costruzione dell’identità” (p. 44).
Quello dell’amicizia, del rapporto con l’altro, è un concetto chiave per entrare criticamente nell’atto del tradurre, atto relazionale, fertile e complesso come pochi altri, atto che costituisce il fulcro di questo libro centripeto e nello stesso tempo centrifugo, solido ed erudito nella sua documentazione filologica, ma anche suggestivo per le considerazioni originali sulla figura del traduttore, sulle sue esitazioni, psicologiche ed esistenziali, sul senso di perdita che prova confrontando il proprio scritto con il testo originale, e sulla sua capacità di elaborare il lutto di quella perdita ineludibile, grazie alla sua capacità di tenere in vita o di dare nuova vita a quel testo con le sue nuove parole.
* SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:
SE UN PAPA TEOLOGO SCRIVE LA SUA PRIMA ENCICLICA, TITOLANDOLA "DEUS CARITAS EST" ("CHARITAS", SENZA "H"), E’ ORA CHE TORNI A CASA, DA "MARIA E GIUSEPPE", PER IMPARARE UN PO’ DI CRISTIANESIMO.
MICHEL SERRES: L’ART DES PONTS. HOMO PONTIFEX. Intervista di Louis De Courcy e Guillaume Goubert. Una forte sollecitazione ad uscire dal "neolitico" e, ripartendo dal nostro presente storico, a ri-attivare l’umana (di tutti e di tutte!!!) capacità di "gettare ponti" e a riprendere il cammino "eu-ropeuo"!!!
DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE.
Federico La Sala
OLTRE LA TRAGEDIA E OLTRE I LIMITI DEL VIAGGIO DI ULISSE... *
In cammino con Dante/1.
Così Dante porta sé stesso in Commedia
Inizia il cammino dell’italianista Carlo Ossola attraverso i personaggi delle tre cantiche che ci accompagnerà in questo anno del 700° dantesco. Partendo dall’autore, certo non mero scriba
di Carlo Ossola **
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.«Conosciamo Dante profondamente grazie a un fatto rilevato da Paul Groussac [ Tolosa, 1848 Buenos Aires, 1929]: che la Commedia è scritta in prima persona. [...] Bisogna ricordare che, prima di Dante, sant’Agostino aveva scritto le Confessioni. Ma queste confessioni, appunto in virtù della splendida retorica, non sono così vicine a noi come lo è Dante, poiché la retorica splendida dello scrittore africano si interpone tra quello che egli vuole dire e quello che noi percepiamo’ ( J.L. Borges, Sette Notti, I: La Divina Commedia).
L’osservazione di Borges è acuta: il viaggio di Dante è così possente che lo pensiamo autore soltanto, come se l’io del viator fosse solo l’ombra dello scriba; non occupa dei propri tormenti le pagine come il Rousseau delle Confessioni; anzi, il poema si legge come se Dante avesse fatto passare le Confessioni di sant’Agostino attraverso il vaglio d’eternità della Città di Dio.
Egli visita infatti le città di Dio (Inferno, Purgatorio, Paradiso terrestre, Paradiso) e ad esse si commisura, fragile e smarrito nella selva della tentazione. Egli si rivela poco a poco nel poema: conosciamo dapprima la sua paura di fronte alle fiere; sviene al racconto del dramma d’amore di Paolo e Francesca («E caddi come corpo morto cade», Inf., V, 142); gli salgono le lacrime al vedere la pena che flagella Ciacco (Inf., VI), la «sozza mistura / de l’ombre e de la pioggia»; da quel dialogo apprendiamo che Dante è originario di una città toscana, come conferma l’apostrofe, poco dopo, di Farinata degli Uberti: «“O Tosco che per la città del foco / vivo ten vai così parlando onesto”» (Inf., X, 22-23).
Al canto XV, si dichiara ch’egli è stato allievo di Brunetto Latini il quale gli raccomanda il suo Tesoro (v. 119). Ad ogni conversazione, Dante autore lascia trapelare un tratto dell’identità del personaggio, e specialmente nel Purgatorio negli incontri che più lo rivelano, nella sua quotidianità - di sorriso e di malinconia - come nel dialogo con Belacqua (canto IV), o nella complicità poetica con Casella, che gli intona la prima citazione dall’opera di Dante, Amor che ne la mente mi ragiona, canzone che apre il III libro del Convivio (II, 112 ss.).
Solo al culmine della montagna, purificato dai peccati, ma non ancora deterso da essi, nel Paradiso terrestre è rivelato da Beatrice il suo nome; l’incontro tanto agognato diviene, nell’apostrofe di Beatrice, severo discorso di dura condanna: «Dante, perché Virgilio se ne vada, / non pianger anco, non piangere ancora; / ché pianger ti conven per altra spada» (Purg., XXX, 55-57).
Dal punto di vista dell’autore (e anche del lettore) è facile allegorizzare: il viator è appena stato assolto dalla ragione, promosso nella sua pienezza umana, come gli assicura Virgilio: «libero, dritto e sano è tuo arbitrio / [...] per ch’io te sovra te corono e mitrio» (Purg., XXVII, 140142); ed ora è messo a prova dalla teologia, alla quale deve ascendere.
Ma Dante personaggio patisce: coronato e, subito dopo, condannato; ha forse ragione Borges quando osserva: «Infinitamente ebbe vita Beatrice per Dante. E Dante assai poco, o nulla, per Beatrice. Noi tutti tendiamo, per pietà, per venerazione, a dimenticare questa disdicevole discordanza, inobliabile per Dante» (Nove saggi danteschi)?
In effetti, in più luoghi del poema Dante autore giudica del viaggio di Dante personaggio, non meno di quante il personaggio confessi, di fronte all’ardua prova, il proprio limite: «Ma io, perché venirvi? O chi ’l concede? / Io non Enëa, io non Paulo sono; / ma degno a ciò né io né altri ’l crede. / Per che, se del venire io m’abbandono, / temo che la venuta non sia folle» ( Inf., II, 3135). Varcate le «gelate croste» di Lucifero e dell’Inferno, giunti i viatores di fronte alla montagna del Purgatorio, la voce dell’autore a sua volta esclama: «Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone» (Purg., III, 34-36).
Tra la «venuta ... folle» e il «Matto è chi spera» c’è stato il «folle volo» di Ulisse, definizione di una frontiera invarcabile del conoscere; per questo Dante conclude: «State contenti, umana gente, al quia» (Purg., III, 37); giudizio che Dante, personaggio ancora e non meno autore, ribadirà al sommo del Paradiso: «sì ch’io vedea di là da Gade il varco / folle d’Ulisse» (Par., XXVII, 82-83).
Dante pur tuttavia cresce - ascendendo di cielo in cielo - nella consapevolezza dell’infinità dei mondi e del mistero che lo attende e lo assorbe: la sua consacrazione più alta avrà luogo nell’incontro con Adamo ove, se seguiamo parte dei codici più antichi, quelli esemplati dal Boccaccio (in particolare il Chigiano L VI 213) nonché le stesse Esposizioni del Boccaccio alla Commedia, e infine la maggior parte degli incunaboli, il nome di Dante viene nuovamente pronunciato, dal primo padre dell’umanità, che autorizza il nuovo testimone della discendenza redenta: «L’altra persona, alla quale nominar si fa, è Adamo, nostro primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create; e perché si crede lui averle degnamente nominate, volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quel nome imposto gli fosse, con la testimonianza di Adamo; la qual cosa fa nel canto XXVI del Paradiso, là dove Adamo gli dice: “Dante, la voglia tua discerno meglio”» (Boccaccio, Esposizioni, Accessus).
Questo crescere è un modellarsi all’umiltà: intanto quella del discipulus che, per tutto il viaggio, si affida a una guida: prima Virgilio (sino al Paradiso terrestre), poi Beatrice (sino al XXXI del Paradiso), poi san Bernardo, per gli ultimi tre canti; ma è altresì un ridivenire “fantolin”, “fantin” (Par., XXX, 82-87), perché soltanto chi si fa piccolo può - come conclude il paragone dantesco - “immegliarsi”, secondo il detto evangelico: «nisi [...] efficiamini sicut parvuli non intrabitis in regnum cælorum» (Matth., 18, 3).
Il crescere di Dante personaggio, ben oltre i limiti del viaggio di Ulisse, non è un affrancarsi che potenzia, un esercizio superoministico; ma un accogliere più luce e più mistero, un rimpicciolire perché la Gloria meglio “penetri e risplenda” (Par., I,2); è il divino splendore che deve crescere in noi, del quale il poema non sarà che favilla: «e fa la lingua mia tanto possente, / ch’una favilla sol de la tua gloria / possa lasciare a la futura gente» (Par., XXXIII, 70-72). Qui finalmente Dante personaggio e Dante autore vengono a coincidere: «povertà [di vita] e sapere e poesia, quale alleanza assicuratrice di giustizia!» (G. Ungaretti, Tra feltro e feltro, 1965).
** Fonte: Avvenire, domenica 21 marzo 2021 (ripresa parziale).
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Sul tema, nel sito, si cfr.:
DANTE ALIGHIERI (1265-1321)!!! LA LINGUA D’AMORE: UNA NUOVA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO. CON MARX E FREUD. Una "ipotesi di rilettura della DIVINA COMMEDIA" di Federico La Sala (in un "quaderno" della Rivista "Il dialogo"), con prefazione di Riccardo Pozzo [2007].
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Controparola/
Donne al futuro
di Francesca Rigotti (Doppiozero, 20 marzo 2021)
Da quando ho scoperto che nella grammatica esistono termini marcati e termini non marcati - me li ha spiegati un illustre linguista amico di tastiera - non dico che non dormo di notte ma quasi. I termini non marcatI, se ho capito bene, sono dominanti e includenti: per esempio il termine «giorno», che comprende il giorno e la notte; notte invece è un termine marcato, giacché designa soltanto il tempo dell’oscurità. Non marcato è uomo (ci avviciniamo al tema) in quanto comprende se stesso e anche la donna, la quale invece, guardacaso, è marcata quale «soltanto» donna.
Dovevo ripensare a questa disparità grammaticale nel leggere Donne al futuro, raccolta di saggi di donne che parlano «soltanto» di altre donne, uscito per il Mulino a cura delle amiche di Controparola. Si tratta di un gruppo di scrittrici e giornaliste, nato nel 1992 per iniziativa di Dacia Maraini, che ha pubblicato diversi libri sulle donne tra i quali Donne del Risorgimento, Donne nella Grande Guerra, nella Repubblica, nel Sessantotto e ora al futuro. Sono Paola Cioni, Eliana Di Caro, Paola Gaglianone, Dina Lauricella, Lia Levi, Dacia Maraini, Cristiana Palazzoni, Maria Serena Palieri, Valeria Papitto, Linda Laura Sabbadini, Francesca Sancin, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, cui si deve Donne al futuro (il Mulino, Bologna 2021). Sempre e soltanto donne. O donne sole, si potrebbe anche dire, che è un’espressione un po’ deprimente ma anche molto divertente, a leggerla con ironia, e con la quale si intendono donne in compagnia di altre donne ma non di uomini. Mentre la dicitura per soli uomini sta per luoghi e/o attività in cui le donne non possono entrare e a cui non devono partecipare (e così è intitolata l’eccellente analisi statistica Per soli uomini. Il maschilismo dei dati, dalla ricerca scientifica al design, appena pubblicata da Codice Edizioni e condotta dalla giornalista Emanuela Griglié e del collega Guido Romeo).
Le donne al futuro di questo libro, soltanto donne marcate nella loro donnità, sono di fatto figure straordinarie, proiettate, come dice il titolo, al futuro o declinate al futuro, visto che siamo partiti dalla grammatica (che innocentemente mi costringe qui a scrivere al maschile benché io sia donna che scrive di donne che scrivono di donne. La lingua sarà anche colpevole ma non nel modo semplificato e a tratti oltraggioso che le attribuiscono le interpretazioni corrive, come spiega puntualmente l’amico linguista il cui nome adesso svelo, Nunzio La Fauci, ma la dice lunga). Donne giovani che lavorano per fabbricare il futuro con l’arte e la musica, l’architettura e l’astrofisica; con l’impegno civile e umanitario (donnitario?), con la ricerca medica, l’economia, la pratica sportiva e l’insegnamento.
Le elenco qui tutte in fila in ordine alfabetico: Alice Pasquini (AliCè), Paola Antonelli, Marica Branchesi, Francesca Bria, Ilaria Capua, Silvia Colasanti, Ilaria Cucchi, Emma Dante, Sara Gama, Rita Giaretta, Giuseppina Multari, Eliana La Ferrara, Laila Abi Ahmed e Isabella Mancini, Barbara Riccardi, Fulvia Signani e le altre, Beatrice Vio. Un ricordo è dedicato alla cittadina del mondo Agitu Ideo Gudeta, uccisa nel dicembre scorso in Trentino, dove si era trasferita e portava avanti la sua attività di imprenditrice.
Non potendo parlare di tutte ho scelto di citarne una sola, l’unica tra l’altro che mi era del tutto ignota, lo confesso e chiedo venia: Sara Gama. Sara Gama, classe 1989, madre triestina e padre congolese, capitana della Nazionale azzurra femminile di calcio nonché vicepresidente dell’Assocalciatori (termine non marcato che comprende anche le calciatrici mentre le calciatrici, marcate dall’essere soltanto donne, non comprendono i calciatori).
Sara Gama, ho scoperto, non soltanto gioca al calcio femminile da quando era una bambinetta ma rivendica anche, per quel calcio di donne, assicurazione sanitaria, previdenze, stipendio e soprattutto dignità. Studentessa liceale, studentessa universitaria - sulla storia del calcio femminile in Europa ha anche scritto la tesi - Sara Gama, che nell’immagine di copertina sembra, coi suoi bei capelli ricci, l’Italia turrita, nel discorso del 4 luglio 2019 al Quirinale, di fronte al presidente Mattarella, ha ricordato l’articolo 3 della Costituzione che sancisce la dignità di tutti i cittadini «senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
E questo grazie alle donne della Costituzione, le madri costituient, che contro l’opinione di alcuni padri della costituzione insistettero affinché nell’art. 3 venisse inserita la specificazione «di sesso», perché senza quella la conquista della parità sarebbe stata ancor più difficile di quanto già lo sia.
MATEMATICA, ANATOMIA, E BAMBINI E BAMBINE. UNA QUESTIONE DI CIVILTÀ..
Ovviamente la matematica non procede per voto o alzata di mano, ma per ipotesi e verifiche. Se i nostri politici avessero studiato matematica, e se studiandola l’avessero capita, si comporterebbero diversamente rispetto alle cariche dello Stato che ricoprono perché non agirebbero come singoli, ma come funzioni di un sistema più ampio del loro ego, e soprattutto non si preoccuperebbero delle cose ma delle relazioni tra le cose, dunque sarebbero più cauti nel dare una notizia falsa o non verificata, perché consci di quanto la notizia falsifichi il resto, talvolta il contesto.” (Chiara Valerio, La matematica è politica, Einaudi, Torino, 2020, p. 53).Parlare dell’embrione per dimenticare il mondo
risponde Luigi Cancrini (l’Unità, 28.02.2005, p. 27)
«Avrei voluto con mio honore poter lasciar questo capitolo, accioche non diventassero le Donne più superbe di quel che sono, sapendo, che elleno hanno anchora i testicoli, come gli uomini; e che non solo sopportano il travaglio di nutrire la creatura dentro suoi corpi, come si mantiene qual si voglia altro seme nella terra, ma che anche vi pongono la sua parte; pure sforzato dall’historia medesima non ho potuto far altro. Dico adunque che le Donne non meno hanno testicoli, che gli huomini, benche non si veggiano per esser posti dentro del corpo».
Così inizia il capitolo 15 dell’Anatomia di Giovanni Valverde, stampata a Roma nel 1560, intitolato «De Testicoli delle donne» (p. 91). Dopo queste timide e tuttavia coraggiose ammissioni, ci vorranno altri secoli di ricerche e di lotte: «(...) fino al 1906, data in cui l’insegnamento adotta la tesi della fecondazione dell’ovulo con un solo spermatozoo e della collaborazione di entrambi i sessi alla riproduzione e la Facoltà di Parigi proclama questa verità ex cathedra, i medici si dividevano ancora in due partiti, quelli che credevano, come Claude Bernard, che solo la donna detenesse il principio della vita, proprio come i nostri avi delle società prepatriarcali (teoria ovista), e quelli che ritenevano (...) che l’uomo emettesse con l’eiaculazione un minuscolo omuncolo perfettamente formato che il ventre della donna accoglieva, nutriva e sviluppava come l’humus fa crescere il seme» (Françoise D’Eaubonne). Oggi, all’inizio del terzo millennio dopo Cristo, nello scompaginamento della procreazione, favorito dalle biotecnologie, corriamo il rischio di ricadere nel pieno di una nuova preistoria: «l’esistenza autonoma dell’embrione, indipendente dall’uomo e dalla donna che hanno messo a disposizione i gameti e dalla donna che può portarne a termine lo sviluppo» spinge lo Stato (con la Chiesa cattolico-romana - e il Mercato, in una vecchia e diabolica alleanza) ad avanzare la pretesa di padre surrogato che si garantisce il controllo sui figli a venire. Se tuttavia le donne e gli uomini e le coppie che si sentono responsabili degli embrioni residui dichiarassero quale destino pare loro preferibile, se un’improbabile adozione, la distruzione o la donazione alla ricerca scientifica, con la clausola che in nessun modo siano scambiati per denaro o ne derivi un profitto, la vita tornerebbe rivendicata alle relazioni umane piuttosto che al controllo delle leggi, ne avrebbe slancio la presa di coscienza dei vincoli che le tecnologie riproduttive impongono e più consenso la difesa della “libertà” di generare.
Federico La Sala
Ho molto apprezzato la citazione di Valverde soprattutto per un motivo: perché dimostra, con grande chiarezza il modo timido e spaventato con cui da sempre gli uomini di scienza si sono accostati al tema della procreazione. Il problema di quello che era un tempo “l’anima” dell’essere umano, la sua parte più preziosa e più peculiare, quella cui le religioni affidavano il senso della memoria e dell’immortalità è stata sempre monopolio, infatti, dei filosofi e dei teologi che hanno difeso accanitamente le loro teorie (i loro “pregiudizi”: nel senso letterale del termine, di giudizi dati prima, cioè, del momento in cui si sa come stanno le cose) dalle conquiste della scienza. Arrendendosi solo nel momento in cui le verità scientifiche erano troppo evidenti per essere ancora negate e dimenticando in fretta, terribilmente in fretta, i giudizi morali e gli anatemi lanciati fino ad un momento prima della loro resa. Proponendo uno spaccato estremamente interessante del modo in cui il bisogno di credere in una certa verità può spingere, per un certo tempo, a non vedere i fatti che la contraddicono. Come per primo ha dimostrato, scientificamente, Freud.
Ragionevolmente tutto questo si applica, mi pare, alle teorie fra il filosofico e il teologico (come origine: i filosofi e teologi “seri” non entrano in polemiche di questo livello) per cui l’essere umano è tale, e tale compiutamente, dal momento del concepimento. Parlando di diritti dell’embrione tutta una catena ormai di personaggi più o meno qualificati per farlo (da Buttiglione a Schifani, da Ruini a La Russa) si riempiono ormai la bocca di proclami (sulla loro, esibita, profonda, celestiale moralità) e di anatemi (nei confronti dei materialistici biechi di una sinistra senza Dio e senza anima).
In nome dell’embrione sentito come una creatura umana, la cui vita va tutelata, con costi non trascurabili, anche se nessuno accetterà mai di impiantarli in un utero. Mentre milioni di bambini continuano amorire nel mondo e intorno a loro senza destare nessun tipo di preoccupazione in chi, come loro, dovendo predisporre e votare leggi di bilancio, si preoccupa di diminuire la spesa sociale del proprio paese (condannando all’indigenza e alla mancanza di cure i bambini poveri che nascono e/o vivono in Italia) e le spese di sostegno ai piani dell’Onu (mantenendo, con freddezza e cinismo, le posizioni che la destra ha avuto da sempre sui problemi del terzo mondo e dei bambini che in esso hanno la fortuna di nascere).
Si apprende a non stupirsi di nulla, in effetti, facendo il mestiere che faccio io. Quando un paziente di quelli che si lavano continuamente e compulsivamente le mani fino a rovinarle, per esempio, ci dice (e ci dimostra con i suoi vestiti e con i suoi odori) che lava il resto del suo corpo solo quando vi è costretto da cause di forza maggiore, ci si potrebbe stupire, se non si è psichiatri, di questa evidente contraddizione. Quello che capita di capire essendolo, tuttavia, è che i due sintomi obbediscono ad una stessa logica (che è insieme aggressiva e autopunitiva) e che il primo serve di facciata, di schermo all’altro che è il più grave e il più serio. E accade a me di pensare, sentendo Buttiglione e La Russa che parlano di diritti dell’embrione e ignorando nei fatti quelli di tanti bambini già nati, che il problema sia, in fondo, lo stesso. Quello di un sintomo che ne copre un altro. Aiutando a evitare il confronto con la realtà e con i sensi di colpa. All’interno di ragionamenti che dovrebbero essere portati e discussi sul lettino dell’analista, non nelle aule parlamentari.
Così va, tuttavia, il mondo in cui viviamo. Perché quello che accomuna la Chiesa di ieri e tanta destra di oggi, in effetti, è la capacità di far germogliare il potere proprio dalle radici confuse della superficialità e del pregiudizio. Perché essere riconosciuti importanti ed essere votati, spesso, è il risultato di uno sforzo, anch’esso a suo modo assai faticoso, “di volare basso”, di accarezzare le tendenze più povere, le emozioni e i pensieri più confusi di chi non ama pensare. Parlando della necessità di uno Stato che pensi per lui, che decida al suo posto quello che è giusto e quello che non lo è. Liberandolo dal peso della ragione e del libero arbitrio. Come insegnava a Gesù, nella favola immaginata da Dostojevskji, il Grande Inquisitore quando Gesù aveva avuto l’ardire di tornare in terra per dire di nuovo agli uomini che erano uguali e liberi e rischiava di mettere in crisi, facendolo, l’autorità di una Chiesa che per 16 secoli aveva lavorato per lui e agito nel suo nome.
Del tutto inimmaginabile, sulla base di queste riflessioni, mi sembra l’idea che Buttiglione e Ruini, Schifani e La Russa possano accettare oggi l’idea da te riproposta nell’ultima parte della tua lettera per cui «le donne, gli uomini e le coppie che si sentono responsabili degli embrioni» potrebbero/ dovrebbero essere loro a decidere quale destino pare loro preferibile.
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#DANTE2021 A 700 anni dalla #morte di #Dante, ancora non compresi i #due significati (i #duesoli) del "vicisti, #Galilaee". PER #Keplero, come per #Kant, la vittoria di #GalileoGalilei è filosofico-scientifica!
http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5061
#Mathematics #anthropology #Theology #philosophy In #memoria di #GalileoGalilei (nato il #15febbraio 1564), ricordare i #duesoli (#Dante2021) e i #duelibri di #Galilei e che il #logos non è un #logo
http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1205
FLS
ANTROPOLOGIA E FILOSOFIA: SPIRITO CRITICO E AMORE CONOSCITIVO *:
"Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
l’ombra di fuor, come la mente è trista
«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
diss’io, «beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot’esser fuia.
Dunque la voce tua, che ‘l ciel trastulla
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la coculla,
perché non satisface a’ miei disii?
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
Dante Alighieri, Paradiso IX, 70-81.
* Sul tema, nel sito, cfr.:
LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89). Un omaggio a Kurt H. Wolff e a Barrington Moore Jr.
DANTE ALIGHIERI (1265-1321)!!! LA LINGUA D’AMORE: UNA NUOVA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO. CON MARX E FREUD. Una "ipotesi di rilettura della DIVINA COMMEDIA"
FLS
Papa Francesco, la nuova enciclica discrimina le donne già dal titolo «Fratelli Tutti». Critiche violentissime
di Franca Giansoldati *
Città del Vaticano - L’enciclica «Fratelli Tutti» non è ancora uscita che è già oggetto di feroci critiche. Stavolta da parte di donne che si battono per un linguaggio meno discriminatorio e per la parità di diritti, dentro e fuori la Chiesa. Il titolo scelto da Papa Francesco - secondo diverse teologhe, opinioniste, accademiche - sembra essere ben poco inclusivo visto che non tiene conto - esplicitamente - del mondo femminile. Praticamente la «spina dorsale della Chiesa».
Che il linguaggio racchiuda in sé anche un germe sessista non è una novità. Gli studi accademici in materia sono numerosissimi. Il linguaggio del resto serve a collegare, unire, relazionare ma può benissimo diventare strumento per discriminare, escludere, segregare. E così - anche nella Chiesa - modificare il linguaggio significa incidere sulla realtà con la consapevolezza che la questione non sia tanto grammaticale, ma culturale e che la lingua sia uno strumento utile per produrre i cambiamenti.
Ad essere al centro del dibattito è il titolo della imminente lettera enciclica che Papa Francesco firmerà ad Assisi il 3 ottobre dedicata alla pandemia. Un tempo difficile e doloroso per tutti, marcato da una condizione di fragilità e al tempo stesso dal bisogno di creare una fratellanza universale, una rete super partes capace di far superare il gap tra poveri e ricchi, tra giovani e vecchi, tra uomini e donne e ridisegnare i contorni di un mondo nuovo.
Il titolo scelto - tratto da uno scritto di San Francesco - uguale per tutte le lingue - Fratelli tutti - non è passato inosservato. Teologhe, accademiche e gruppi femminili che si battono per i diritti paritari a cominciare anche dal linguaggio hanno manifestato forti perplessità.
Naturalmente il termine “fratelli” - negli intenti del Papa - va inteso in senso estensivo, a chi è legato ad altri da un vincolo di affetto, di carità, da comunanza di patria. Un po’ come l’inno «Fratelli d’Italia» di Mameli o la celebre frase di Manzoni, «I fratelli hanno ucciso i fratelli». Il mancato riferimento alle sorelle ha però aperto il dibattito sui social e non sono mancati giudizi negativi e critiche.
Non è la prima volta che nei documenti magisteriali alle donne viene riservato una posizione marginale. Per esempio nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium - praticamente il manifesto del pontificato di Bergoglio - alla enorme questione della donna vengono riservati solo 4 punti su un totale di quasi 300. Il tema della violenza viene poi liquidato in sette righe. Inoltre non si dice nulla sul fatto che la Santa Sede non ha finora mai voluto né firmare né ratificare la Convenzione di Istanbul - praticamente la magna charta per contrastare le radici culturali della violenza tra i sessi.
Fratelli Tutti di conseguenza non poteva non sollevare obiezioni. La teologa inglese Tina Beattie lamenta il solito linguaggio non inclusivo e così ha fatto Paola Lazzarini presidente di Donne Per La chiesa una associazione che appartiene alla Catholic Women’s Council, una realtà globale che lavora per il pieno riconoscimento della dignità e dell’uguaglianza tra i sessi nella Chiesa cattolica. «Chissà se qualcuno farà notare al Papa che le donne non possono essere fratelli e che questo linguaggio ci esclude» ha chiosato su Twitter. Lazzarini ha riportato un parere della Crusca sul termine di fratellanza, specificando che forse, in certi casi, sarebbe stato meglio parlare di sorellanza, perché «più appropriat»”.
Sul Tablet in un editoriale Lizz Dodd ha manifestato sconcerto. «Papa Francesco potrebbe rompere con la tradizione e chiamare l’enciclica con qualcosa di diverso dalla sua frase di apertura (...) Il fatto che questo titolo sia riuscito a superare ilproceso di editing mi suggerisce che nessuna donna sia stata consultata o che le donne hanno sollevato preoccupazioni che sono state trascurate». L’idea suggerita è di inserire la parola ’sorelle’ a quella di fratelli. «Sarebbe un gesto verso le donne che sono la spina dorsale della Chiesa da millenni, sebbene esclusa. Significherebbe sentirci dire che il nostro bisogno di sentirci incluse nella casa viene prima dei giochi linguistici. Cambiare titolo sarebbe come se Francesco dicesse: vi vedo».
Naturalmente in Vaticano la questione è finità già sotto il tappeto. Vatican News attraverso il direttore editoriale Andrea Tornielli è sceso in campo per spegnere gli incendi scrivendo in un editoriale: «Fraternità e amicizia sociale, i temi indicati nel sottotitolo, indicano ciò che unisce uomini e donne, un affetto che si instaura tra persone che non sono consanguinee e si esprime attraverso atti benevoli, con forme di aiuto e con azioni generose nel momento del bisogno. Un affetto disinteressato verso gli altri esseri umani, a prescindere da ogni differenza e appartenenza. Per questo motivo non sono possibili fraintendimenti o letture parziali del messaggio universale e inclusivo delle parole “Fratelli tutti”».
Nel frattempo sono partite anche appelli al Papa di cambiare il titolo della nuova enciclica. Sui social, per esempio, spicca quello dell’economista cattolico Luigi Bruni, editorialista di Avvenire. «Caro papa Francesco finchè è ancora in tempo per favore cambi il titolo della nuova enciclica. Quel Fratelli (senza sorelle) non si può usare nel 2020. Lei ci ha insegnato il peso delle parole. Il titolo si mangerà il contenuto e sarebbe un grande peccato. L’altro nome di Francesco è Chiara».
* Il Messaggero, Lunedì 21 Settembre 2020 Ultimo aggiornamento: 23 Settembre (ripresa parziale).
Matematica e virtù civili: una recensione di “La matematica è politica” di Chiara Valerio
di Marco Verani (MaddMaths! Matematica Divulgazione, Didattica - 12 Settembre 2020)
“La matematica è politica” di Chiara Valerio ci parla di virtù civili, così importanti e così dimenticate, e del ruolo che la Matematica ha nel forgiarle.
Diverse sono le virtù civili che affiorano, come fari, tra le pagine di Chiara Valerio.
Amore per la verità. Verità che deve essere conosciuta, ricercata, detta anche quando e’ scomoda. Mai imposta, mai subita.
Perseveranza. La matematica è palestra per allenare la perseveranza, per coltivare l’attenzione.
Bello ricordare e affiancare a questo punto le parole indimenticabili sull’attenzione di Simone Weil e Cristina Campo.
Umiltà. Fare matematica è ripartire dai propri errori, spesso riconoscere la propria incapacità, confrontarsi con il limite, il non-possibile. Smantellare l’idea del tutto è possibile sempre, subito.
Cura del bene comune. Tra i beni comuni più preziosi che abbiamo vi è la democrazia. Fare matematica è difesa ed esercizio di democrazia.
Chiara Valerio usa una bella espressione: ci dice che la matematica è una “disciplina di manutenzione”, manutenzione della democrazia, del con-vivere nel rispetto e nella solidarietà. Bellissima parola “manutenzione” che richiama il gesto paziente, lento e accudente delle mani. Sì, e’ vero: la matematica è politica.
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Chiesa.
Il primato del Papa e l’infallibilità, i due dogmi compiono 150 anni
Approvati dal Concilio Vaticano I, affrontano temi dibattuti per secoli. Lo storico Fantappiè: una scelta per ribadire la sovranità spirituale della Chiesa. Il Vaticano II aprirà poi alla collegialità
di Filippo Rizzi (Avvenire, sabato 18 luglio 2020)
Era il 18 luglio 1870, esattamente centocinquanta anni fa, quando veniva promulgata la Costituzione Pastor Aeternus approvata dal Concilio Vaticano I. Con questa Costituzione il Concilio presieduto dal futuro beato il papa Pio IX ha definito due dogmi della Chiesa cattolica: il primato di giurisdizione del Vescovo di Roma e l’infallibilità papale. Un evento di portata storica che suscitò reazioni fortissime sia all’esterno sia in alcuni settori della Chiesa, provocando lo scisma dei “vecchi cattolici”.
Il documento venne approvato due mesi prima della fine del potere temporale dei Papi che avvenne con l’ingresso delle truppe piemontesi a Porta Pia a Roma.
A giudizio di Carlo Fantappiè, docente di storia del diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, il testo conciliare «rappresentò il coronamento di un processo di verticalizzazione interna alla Chiesa, dall’età gregoriana al Concilio di Trento, dopo la sconfitta delle tesi conciliariste intorno al primato del Concilio sul Papa e la consacrazione delle sue prerogative magisteriali dopo secolari discussioni intorno alla infallibilità del Papa».
Infatti, se fin dai primi secoli fu riconosciuto il ruolo del Vescovo di Roma come «custode della fede», nell’età moderna, prima Lutero e i riformatori, poi i gallicani e i giansenisti, tentarono più volte di negare o di limitare l’infallibilità papale.
Il professore che è anche ordinario di diritto canonico all’Università Roma Tre si sofferma sul legame stretto che si venne a creare nel corso dell’Ottocento fra l’affermazione del potere assoluto di governo del Papa nella Chiesa, sollecitato dalle correnti ultramontane e dal pensiero controrivoluzionario di De Maistre, e la formazione della sovranità negli Stati-nazione.
«Il conflitto fra Stati e Chiesa romana si venne a focalizzare sul problema della sovranità e dell’appartenenza dei fedeli alla Chiesa o alla nazione. Pio IX volle affermare la sovranità spirituale della Chiesa con i due dogmi del Vaticano I contro la sovranità temporale degli Stati che assoggettavano le strutture della Chiesa ai poteri secolari e minacciavano lo Stato pontificio».
In questo secolo e mezzo si è avvalso della prerogativa dell’infallibilità papale Pio XII per la proclamazione nel 1950 del dogma dell’Assunzione della Vergine in anima e corpo in Cielo.
Fantappié si sofferma su alcuni aspetti della Pastor Aeternus che, visti con gli occhi di oggi, possono apparire controversi. «Il testo definitivo che noi conosciamo - spiega - è concentrato sulle prerogative del Papa. In verità si pensava di elaborare una seconda Costituzione che completasse gli aspetti mancanti ma, a causa della sospensione del Vaticano I, ciò non fu possibile.
Anche per questo il Vaticano I fu un “Concilio monco”. In questa Costituzione avviene un sbilanciamento dottrinale a favore delle funzioni e dei poteri del Vescovo di Roma mentre vengono sottaciuti i diritti e le prerogative dell’episcopato come la partecipazione della “comunità dei fedeli” all’elaborazione del magistero e della vita della Chiesa. Per la verità diversi padri conciliari si resero conto di questo “sbilanciamento”. Una lacuna che sarà colmata cento anni dopo solo con il Vaticano II».
Inoltre osserva: «I padri conciliari ebbero l’avvertenza di restringere le prerogative del Pontefice quando egli parla “ex cathedra” nella sua veste di “pastore e dottore di tutti i cristiani” in materia di fede e di costumi, cioè lasciando lo spazio all’idea che anche un Papa quando esprime una semplice opinione può errare....». Bisogna distinguere infatti fra infallibilità e inerranza.
Fantappié legge soprattutto il filo rosso di continuità «non solo ideale di magistero» che i successori di Pio IX (in particolare Giovanni XXIII e Paolo VI, «entrambi grandi estimatori di papa Giovanni Maria Mastai Ferretti») hanno intravisto nel Vaticano II come «il completamento di ciò che non fu possibile realizzare durante l’assise conciliare del 1869-1870».
Di qui la riflessione finale: «In un certo senso lo stesso cardinale e oggi santo John Henry Newman comprese prima di altri che ogni Concilio, incluso il Vaticano I, doveva essere letto alla luce di quelli precedenti. Egli era convinto che, proprio perché il Vaticano I fu oggetto di “grandi opposizioni e prove” a livello di discussioni teologiche, avesse avuto bisogno di un riassetto e di un riequilibrio che ridefinisse quelle verità di fede che rimanevano valide. E cento anni dopo il suo auspicio fu esaudito con il Vaticano II. Per questo Newman per le sue intuizioni è considerato tra i migliori ermeneuti del Vaticano I e il precursore, secondo Jean Guitton, del Concilio successivo».
Leggi anche
AMARE NEL MARE DELLA VITA. Riprendere la navigazione ...
Una nota *
SE è VERO CHE “La ricerca del grande amore si fa ormai soltanto on line” (Laura Vasselli, "InLibertà", 29 giugno 2020), e, al contempo, che “La truffa esiste anche in danno della vita sentimentale” (L. V., "InLibertà", 10 giugno 2020), in una società “liquida” - dove non c’è più né un Giardino per Adamo ed Eva né una Itaca per Ulisse e Penelope - il problema su cui fare chiarezza e “chiudere l’argomento” è : “se è vero che nella vita è necessario amare innanzitutto sé stessi, come si fa a lasciare posto all’amore per qualcun altro ?”.
CONOSCER-SI: IN PRINCIPIO ERA LA “PAROLA” (IL “LOGOS”). RICORDATO CHE “Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima : così profondo è il suo lògos" (Eraclito, fr. 45), E, insieme, RIGUARDATA LA FOTO (vedi sopra: accanto al titolo, sul dito “indice” di “due persone” l’immagine di “due ancore”), RIPARTIRE PROPRIO DA QUI : DAll’ancoraggio di “due navi”, di “DUE PERSONE CHE DISCORRONO” (Ferdinand De Saussure). Mi sembra proprio una (bella riflessione e una) buona indicazione!
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Sul tema, nel sito, si cfr.:
LA "PROFEZIA" DI MARSHALL MCLUHAN: NARCISO E LA MORTE DELL’ITALIA. Il "rimorso di incoscienza" di Marshall McLuhan -
LA CONCESSIONE PIU’ GRANDE. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre.
FLS
L’anima e la cetra /8.
L’irrinunciabile custodia
di Luigino Bruni (Avvenire, sabato 16 maggio 2020)
Molte povertà sono anche povertà della parola. Una indigenza che impedisce di chiamare per nome il dolore proprio e quello degli altri. Questa povertà narrativa qualche volta precede le povertà materiali e morali, altre volte le segue, sempre le accompagna. I "cafoni" e gli oppressi di ogni tempo sono stati cafoni e oppressi anche e soprattutto per le parole che non sapevano dire e per quelle che dicevano i potenti e che loro non riuscivano e non riescono a capire. Ecco perché ogni povertà che vuole risorgere deve imparare e reimparare a parlare, finché, almeno un povero inizierà a dare un nome ai demoni della propria indigenza. Sta anche qui l’invito bellissimo che ci rivolgevano i nostri nonni: "Luigino studia"; sapevano bene che conoscere le parole dei signori era il primo passo di una liberazione.
La Bibbia, maestra e custode della parola, ne conosce le sue molte nature, ne ha visto il paradiso, ne ha intravisto l’inferno. L’ha vista, in principio, mentre creava il mondo; l’ha rivista diventare bambino, e si è stupita e commossa. Inseguendola tra la genesi e l’eskaton ha imparato la grammatica ambivalente delle parole umane. L’ha vista, bugiarda, sulla bocca di Giacobbe, poi su quella di Davide, il re più amato ma capace di uccidere con una parola menzognera, e infine su quella, bellissima, di Maria. E poi l’ha accompagnata in silenzio fino al monte dove la parola divenne grido. Ha imparato, tra molte difficoltà e fallimenti, a riconoscerla buona sulla bocca dei profeti veri e cattiva su quella dei falsi profeti. Ha capito che la parola è il contatto tra Dio e l’uomo, è il luogo dove l’umano e il divino parlano bocca-a-bocca e l’uno diventa sempre più simile all’altro. Siamo "immagine" di Elohim in molte cose, ma soprattutto lo siamo quando diamo ordine al mondo dicendolo con le parole, quando risuscitiamo noi stessi e gli altri con una parola finalmente diversa, quando feriamo e uccidiamo gli altri e noi stessi con una parola sbagliata.
Eravamo già immagine di Dio nelle grotte e nelle tende mobili del neolitico, ma lo siamo diventati di più per i miliardi di parole buone e belle che abbiamo imparato a ripeterci gli uni gli altri, ogni giorno. Solo gli dèi e gli uomini sanno parlare. Esiste, poi, un rapporto intimo ed essenziale tra la parola e la verità, che forse solo la Bibbia (e qualche poeta immenso) ci può spiegare. La verità è l’anima della parola. Come l’anima non appare in superficie, non si fa vedere, per molti non esiste. Quando la parola perde contatto con la verità perde la sua anima - o la vende al diavolo.
La parola è la protagonista del Salmo 12, un salmo sulla parola e quindi sulla profezia: «Salvami, Signore! Sparita è la lealtà; è scomparsa la sincerità tra i figli dell’uomo. Altro non fanno che mentirsi l’un l’altro, labbra adulatrici parlano con cuore doppio» (12,2-3).
Lealtà, sincerità, menzogna: questioni di parole. La sensazione certa del salmista è che la lealtà sia scomparsa dalla terra - o almeno dalla sua vita. È questa una tappa che arriva puntuale nella vita dell’uomo di fede, in particolare nei profeti. Perché i profeti, vivendo dentro del rapporto con la parola ricevuta e ridonata, sono particolarmente sensibili alla verità delle parole proprie e degli altri. Sono parola fatta carne, sempre in bilico tra il nulla e l’infinito, testimoni della forza-debole di un soffio effimero eppure capace di vincere la morte. Sono sentinelle in grado di vedere, nella notte, l’anima delle parole. Chi prega assomiglia molto al profeta: entrambi vivono della verità della parola, entrambi sono mendicanti dell’eco di parole sussurrate o gridate, entrambi non sono padroni né delle parole né, tantomeno, del ritorno dell’eco. E così sono radicalmente vulnerabili dalla manipolazione della parola, dalla menzogna. Qualche volta si convincono di essere circondati solo da menzogna. E non è raro che tra le lealtà e sincerità sparite dalla terra il profeta inserisca anche le proprie. Perché non fa parte del repertorio del profeta onesto sentirsi l’unico giusto superstite al mondo: la prima non-sincerità che avverte è la propria. Non è facile uscire da queste trappole di depressione spirituale, ma non è impossibile.
Il salmista vede e canta un aspetto cruciale della menzogna: "mentirsi l’un l’altro". Quando la menzogna prende possesso di una comunità - alcuni tipi di menzogna assumono la forma del virus - diventa reciproca. L’opposto del comandamento nuovo ("amatevi gli uni gli altri") non è solo il conflitto: è anche la menzogna reciproca. Perché come l’amore "non perdona" l’amato generando reciprocità, neanche la menzogna, spesso, perdona chi ne è toccato. Si diffonde, si moltiplica, cerca i propri simili, produce una sua perversa compagnia dove ciascuno si nutre delle menzogne degli altri e delle proprie - poche cose sono capaci di nutrirci più delle nostre bugie, che a forza di raccontarle finiamo per credere vere: perdiamo peso morale giorno dopo giorno e non ce ne accorgiamo. Una tipica forma di menzogna stigmatizzata dal salmo è l’adulazione: le "labbra adulatrici". La conosce anche il libro dei Proverbi: «Chi adula un amico, tende una rete ai suoi passi» (Pr 29,5). Tra le molte forme di adulazione, quella dell’amico è infatti particolarmente pericolosa e subdola.
Questa adulazione non è quella del falso amico (c’è anche quella). Diversamente dal falso-amico ruffiano, l’amico adulatore non ci loda in cerca di propri interessi, ma per una strana forma di pietà per noi. Sa di dire una parola non vera, ma la dice ugualmente per farci piacere. L’adulazione è molto frequente nelle richieste di stima: non abbiamo ragioni vere per stimare sinceramente un’opera o un’azione di un amico, ma decidiamo di soddisfare la sua richiesta donandogli una stima falsa. Preferiamo l’assonanza emotiva alla verità della parola. E così tendiamo "una rete ai suoi passi". Perché invece di scavare dentro quel rapporto e cercare una ragione vera di stima sincera, ci accontentiamo di una moneta falsa che spacciamo per buona. I rapporti iniziano a regredire, la parola perde verità, quell’amicizia perde la sua anima. E, come dice il Salmo, il cuore si sdoppia: un cuore sincero che tace e un cuore non-sincero che loda. Si sdoppia il cuore, si ammala l’amicizia, e col tempo il cuore bugiardo contamina e guasta quello buono. Chi trova un amico trova un tesoro; chi ne trova uno non adulatore ne trova due.
Ma la grammatica della parola contenuta nel Salmo non finisce qui: «Quanti dicono: "La lingua è la nostra forza, le nostre labbra sono con noi: chi sarà il nostro padrone?"» (12,5). La lingua è la nostra forza: eccoci dentro un’altra dimensione essenziale della parola. È quella legata direttamente al potere, a chi, sentendosi padrone delle parole e della loro anima crede di non avere nessun padrone oltre se stesso. Chi sa parlare e usare le parole domina e opprime chi non sa parlare o parla male - lo vediamo ogni giorno.
Il divieto di pronunciare il nome di Dio invano, racchiuso nel decalogo (Es 20,7), è anche dispositivo di protezione contro i tentativi di conoscere tutte le parole e quindi comandare su tutto e tutti. È la tentazione della magia, ma anche di chi vuole diventare padrone di tutte le parole. La lotta idolatrica della Bibbia si traduce anche nel rendere una parola inaccessibile e impronunciabile; perché se una parola non può essere comandata con la parola allora i suoi padroni saranno sempre padroni parziali anche quando si sentono padroni assoluti. Il nome nella Bibbia dice sempre mistero.
Qui il salmo denuncia allora la tentazione, sempre forte e a tratti invincibile, di chi usa le parole per costruire un suo culto, una sua religione. Se "parola" è uno dei nomi di Dio, allora il potere sulle parole è sempre potere religioso. Sta qui anche la radice dell’antico e sempre attuale progetto di Babele, dove la costruzione di un linguaggio unico e totale diventa lo strumento per l’edificazione di un impero assoluto, senza "nessun padrone".
Ogni impero, incluso il nostro, inizia pretendendo di dare un nome a quell’unica parola impronunciabile, e così si trasforma in una nuova religione-idolatria più piccola e meno libera di quella che voleva superare occupandone tutti i nomi. Le religioni dove i padroni conoscono tutte le parole, dove non ne resta neanche una nascosta nel mistero della nube, diventano imperi che volendo pronunciare tutti i nomi non riescono a dirne bene nessuno.
È l’uomo religioso il primo ad essere tentato dal voler mangiare il frutto dell’albero della conoscenza di tutti i nomi della terra e del cielo. L’Adam può e deve dare il nome agli animali ma non può dare il nome a Dio. Questo è l’unico nome può essere solo rivelato e poi velato di nuovo dallo stesso rivelatore, perché nella custodia del nome di Dio c’è anche la custodia dei nostri singoli nomi. «Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, ecco, mi alzerò - dice il Signore -, metterò in salvo il mio testimone"» (12,6). Il salmista prega che il Signore venga il soccorso del suo testimone. Il profeta è il testimone del povero oppresso dal potere delle parole.
Chi, per vocazione, ha una competenza sulla parola, chi ne conosce l’anima, la può - la deve - usare per testimoniare a favore di chi non conosce abbastanza parole per salvarsi.
Si comprende così il valore civile della profezia: i profeti sono coloro che prestano parole a chi deve difendersi dai padroni di tutte le parole. Scrittori, poeti, giornalisti, politici, sindacalisti, artisti, avvocati partecipano alla stessa funzione profetica di Isaia e Amos se sono testimoni degli oppressi dalla parola nei tribunali della storia. Il povero è colui che non conosce abbastanza parole per poter chiamare tutti gli spiriti della sua vita, e non conoscendo il loro nome non riesce a scacciarli. I profeti, e i loro amici, chiamano per nome i demoni che minacciano i poveri, e poi li mandano via. E così la parola, ogni giorno, ridiventa carne e ripete a Lazzaro: "Vieni fuori".
L’anima e la cetra/7.
Non è bene che Dio sia solo
di Luigino Bruni (Avvenire, domenica 10 maggio 2020)
Alcune persone ricordano per tutta la vita il giorno in cui hanno visto per la prima volta il cielo stellato. Lo avevano "visto" altre volte, ma in una benedetta notte è successo qualcosa di speciale e lo hanno visto veramente. Hanno fatto l’esperienza metafisica dell’immensità e, simultaneamente, hanno avvertito tutta la propria piccolezza e fragilità. Si sono, ci siamo, visti infinitamente piccoli. E lì, sotto il firmamento, sono fiorite domande diverse, quelle che quando arrivano segnano una tappa nuova e decisiva della vita: dove sono e cosa sono i miei affari? e i miei problemi? cosa è la mia vita? cosa i miei amori, i miei dolori? E poi è arrivata la domanda più difficile: e io, che sono? È il giorno tremendo e bellissimo; per alcuni segna l’inizio della domanda religiosa, per altri la fine della prima fede e l’inizio dell’ateismo - per poi scoprire, ma solo alla fine, che le due esperienze erano simili, che magari c’era molto mistero nella risposta atea e molta illusione in quella religiosa, ma lì non potevamo saperlo. Non tutti fanno questa esperienza, ma se la desideriamo possiamo provare a uscire di casa in queste notti fatte più calme e nitide dai mesi sabbatici, cercare le stelle, fare silenzio, attendere le domande - che, mi hanno detto, qualche volta arrivano.
Per qualcuno, poi, c’è stato un altro giorno decisivo. Quando quell’infinitamente piccolo ha fatto l’esperienza che quell’«Amor che move il sole e l’altre stelle» si interessava di lui, di lei, lo cercava, gli parlava, la incontrava. Giorno altrettanto decisivo, perché non basta l’esperienza vera del giorno delle stelle perché inizi la vita religiosa. Ci sono molte persone che sentono veramente vibrare lo spirito di Dio nella natura, odono la sua voce risuonare nelle notti stellate e in molti altri luoghi, ma non si sono mai sentite chiamare per nome da quella stessa voce. Come ci sono altri che hanno fatto un autentico incontro personale con la voce dentro, ma che poi non l’hanno mai sentita vivere nell’universo intero, che non si sono mai commossi riconoscendola nell’immensità del cosmo. È l’incontro tra questi due giorni che segna l’inizio della vita spirituale matura, quando l’immensità che ci svela la nostra infinita piccolezza diventa un tu più intimo del nostro nome.
L’autore del Salmo 8 ha fatto, credo, l’esperienza di entrambi questi giorni. Ha riconosciuto la presenza di YHWH nel firmamento infinitamente grande e si è sentito infinitamente piccolo; e poi ha intuito che la voce che gli parlava tra le galassie era la stessa voce che gli parlava nel cuore: «Come splende, YHWH, il tuo nome su tutta la terra: la bellezza tua voglio cantare, essa riempie i cieli immensi... Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, io mi chiedo davanti al creato: e l’uomo che cos’è? perché di lui ti ricordi? Che cosa è mai questo figlio d’uomo perché tu ne abbia una tale cura?» (8, 2-5). Versi meravigliosi. Dovremmo avere il cuore e le stigmate di Francesco per cantarli.
Assistiamo in presa diretta a una esperienza dell’assoluto. Quell’antico poeta ha avvertito l’immensità e la piccolezza, non si è sentito schiacciato, e ha iniziato un nuovo canto. Il canto dell’umiltà (humilitas) vera, perché l’humus ci dice chi siamo veramente solo se riusciamo per un attimo a guardarlo da distanza siderale; l’adamah (terra) svela l’Adam solo se vista dall’alto. È questa la gioia per la verità finalmente rivelatasi, per una nuova ignoranza che non umilia. L’umiltà è l’opposto dell’umiliazione. E si sperimenta una nuova infanzia, una sconfinata giovinezza: «Da fanciullo e lattante balbetto» (8,3).
Al centro del salmo una domanda: cosa è il figlio d’uomo (Ben Adam: espressione cara ai profeti e ai vangeli), di fronte a tanta immensità?! Splendida è la risposta: nonostante la sua insignificanza in rapporto alle stelle e la sua piccolezza nel tempo e nello spazio, tu ti prendi cura dell’uomo, tu ti ricordi di lui. Come a dire: se tu tenessi conto, o Dio, di quello che l’Adam è oggettivamente in rapporto all’universo sterminato, non dovresti occupartene; e invece ti prendi cura di lui, di lei. E quindi la domanda necessaria: ma questa voce che mi parla dentro è proprio la stessa che ha parlato tra le galassie? La risposta del primo giorno può essere soltanto un sì, altrimenti il cammino non incomincia! Col passare del tempo la risposta diventa: forse. Poi arrivano i lunghi anni quando la risposta è: no. Infine ritorna il sì, ma - se e quando ritorna - è un sì detto con un’altra profondità e un’altra umiltà. E qui nasce una nuova meraviglia, trabocca la gratitudine, riaffiora la preghiera degli ultimi tempi.
Sta in questa tensione tra le stelle e il cuore, abitati entrambi dalla stessa presenza, la dignità dell’Adam, dei suoi figli e delle sue figlie, la sua gloria e il suo onore. Ci si perde nelle varie ideologie quando si perde uno di questi due poli. Dobbiamo leggere il Salmo 8 in parallelo con i primi capitoli della Genesi: «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Il versetto della Bibbia che, forse, amo di più. L’Adam è posto da Elohim al centro del giardino della creazione perché ne fosse custode e responsabile. Il Salmo ce lo ridice: «Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Salmo 8,7). L’Adam diventa il primo interlocutore di Dio, perché con la sua reciprocità potesse accompagnare anche la solitudine di Dio - «non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18) va letto insieme all’altra frase non scritta nella Bibbia ma altrettanto presente: non è bene che Dio sia solo.
Non mi stupirebbe se l’autore di quell’antico salmo mentre cantava avesse sottomano questi versi della Genesi. Forse stava meditando e contemplando "cosa è l’uomo" quando, ad un certo punto, non ha più retto l’emozione e ha composto uno dei versi più belli sull’uomo mai scritti da tutta la letteratura religiosa e laica. Dopo averlo visto sub specie aeternitatis, dopo essere andato con l’anima sulla luna e averlo perso di vista tanta era la sua piccolezza, tornato a quelle parole della Genesi ha rivisto un altro uomo. E ha pronunciato questo capolavoro, che va letto dopo qualche attimo di silenzio: -«Eppure l’hai fatto poco meno di Elohim, di gloria e di onore lo hai coronato» (8,6). Eppure: a volte la Bibbia sa racchiudere in una umile congiunzione tutta la sua profezia. Siamo effimeri, siamo come l’erba ... eppure... «Una voce dice: "Grida", e io rispondo: "Che cosa dovrò gridare?". Ogni uomo è come l’erba. Secca l’erba, il fiore appassisce ... Veramente il popolo è come l’erba» (Isaia 40,6-7).
Veramente ... eppure. Siamo stati pensati, cercati e amati tra un veramente e un eppure. Veramente effimeri come l’erba, veramente infinitamente piccoli, veramente infedeli e peccatori; eppure poco meno di Dio, eppure sua immagine e somiglianza, eppure amati, curati e attesi come figli.
Questa è l’immensa antropologia biblica. La letteratura antica conosceva la metafora dell’immagine di Dio applicata all’uomo. Ma era usata per il re, per il faraone. La Bibbia la usa per ciascuno di noi, per ogni uomo e per ogni donna, per te, per me. È l’Adam, ogni Adam, l’immagine e somiglianza di Elohim; e quindi lo siamo anche noi, tutti noi. È questa la magna carta di ogni dichiarazione dei diritti dell’uomo e della donna, dei bambini, delle bambine, della dignità del creato. Il Salmo 8 è un inno a Dio e insieme un inno all’uomo. Esalta la persona dicendoci chi è quel Dio di cui egli è immagine, ed esalta Dio dicendoci chi sono l’uomo e la donna che lo riflettono. Perché se l’uno è immagine dell’altro, più l’Adam diventa bello più dice la bellezza del suo Creatore, e più lasciamo libero Dio di diventare migliore di noi, più abbelliamo noi stessi. Non capiamo l’antropologia biblica se usciamo dalla reciprocità intrinseca al simbolo dell’immagine.
Ma la bellezza e la forza di questo canto esplodono se immaginiamo il salmista cantare quel versetto 6 mentre leggeva anche i capitoli tre e quattro della Genesi: quelli della disobbedienza, della seduzione vincente del serpente, e poi Caino e il sangue di Abele, di cui il salmista sentiva ancora l’odore. È troppo semplice cantare la gloria e l’onore dell’uomo fermandosi al capitolo due. La sfida decisiva è riuscire a continuare il canto mentre i capitoli scorrono e si entra nelle pagine buie e buissime del no, quelle della rottura dell’armonia uomo-donna-creato-Dio, nelle pagine della cacciata da quel giardino meraviglioso, quelle della notte oscura del primo fratricidio della terra. E giunti lì, non smettere il canto. E poi continuarlo con l’urlo tremendo di Lamek l’uccisore di fanciulli, con la ribellione di Babele, con i peccati dei patriarchi, con le bugie e gli inganni di Giacobbe, con l’omicidio dei beniaminiti, fino all’omicidio di Davide, alle infedeltà di Salomone e di quasi tutti i re d’Israele. E non smettere mai di cantare: «Veramente ... Eppure lo hai fatto poco meno di un Dio».
Tutta la forza dell’antropologia biblica si sprigiona quando riusciamo a vincere il dolore e la vergogna e ripetiamo "veramente ... eppure" non solo di fronte al firmamento ma anche nelle carceri, nelle meschinità, nelle violenze, nei bassifondi di Calcutta, nelle via crucis che portano al Golgota. Non c’è condizione umana che non sia racchiusa tra quel veramente e quell’eppure, nessuno resta fuori. La Bibbia non ha avuto paura di narrarci i peccati e le bassezze dei suoi uomini perché credeva veramente all’immagine di Elohim. E ogni volta che nascondiamo nelle nostre storie le pagine più buie abbiamo smesso di credere che siamo immagine.
Caino ha cancellato la sua fraternità e i suoi figli continuano a cancellarla uccidendo ogni giorno Abele. Ma non ha potuto cancellare l’immagine - e se il "segno di Caino" fosse proprio l’immagine di Elohim? «O Dio, Signore nostro, come splende il tuo nome su tutta la terra!» (8,10).
MESSAGGIO EVANGELICO, FILIAZIONE DIVINA E IMITAZIONE DI CRISTO: CRISTO-FARO O CRISTO-FORO?! *
A cento anni dalla nascita.
Giovanni Paolo II. «Totus tuus»: una vita per amore
Il suo sguardo fisso in Cristo ci ha insegnato che tutto ciò che è umano ci riguarda, come cristiani e come Chiesa Il suo amore per Maria è un faro vitale, una strada maestra ...
di Gualtiero Bassetti (Avvenire, domenica 3 maggio 2020)
Il 27 ottobre 1986, Giovanni Paolo II - Papa da otto anni, sempre più amato e popolare - animò ad Assisi la Giornata di preghiera interreligiosa per la pace, rimasta nella storia. In quella come in molte altre occasioni, le telecamere di tutto il pianeta lo immortalarono come lo ricordiamo: intimamente, quasi dolorosamente raccolto, in dialogo profondissimo con Dio, la cui volontà non può che essere il bene e la pace di tutti. Pochi furono i testimoni di un altro momento, intenso e dolcissimo, che precedette lo storico incontro.
Il giorno prima, 26 ottobre, il Papa visitò Perugia, oggi mia diocesi. Incontrò tutte le fasce di popolazione, in particolare gli amati giovani. In un saluto a braccio, seppe fondere la bellezza del genio italiano e cristiano - l’arte di una piazza tra le più belle d’Italia - col prorompente entusiasmo dei giovani che lo stavano festeggiando.
«Mi piace stare qui, mi piace molto!», non poté trattenersi dall’esclamare. A Perugia trascorse la notte, in una struttura diocesana fuori porta voluta da un mio predecessore, il vescovo mantovano Giovanni Battista Rosa. Chi salutò il Papa al mattino, alla partenza, ricorda il suo sguardo limpido affacciarsi dalla terrazza sulla valle assisana, dove stava recandosi. Avvolse in una lunga occhiata sia la bellezza quasi mistica di quel panorama, sia la pace che ne emanava, chiedendo forse a Dio, col Salmo 19, di tradurla in tutte le lingue del mondo. Ma solo una fu la testimone del suo ultimo sguardo: la Vergine Maria, raffigurata, in una semplice statua, su una colonna al centro della terrazza.
Totus tuus. La dedica a Maria nel motto apostolico di Karol Wojtyla è tratta da una frase di san Luigi Maria Grignion de Montfort: «Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt».
Non è, come chiarì lo stesso pontefice, una semplice formula di devozione: si radica nel mistero della Santissima Trinità. Alla potenza teologica unisce una vigorosa efficacia. San Giovanni Paolo II era uomo di pensiero quanto di azione; era abituato così, sia dalla sua storia personale, sia da quella del suo popolo. Un’assonanza, una comune origine scritturale, si coglie nella mia cattedrale in un gonfalone votivo di scuola peruginesca, realizzato nella pestilenza del 1526 - una delle tante che sconvolsero la città e l’Europa. In un cartiglio, il popolo, ai piedi dei santi e della Vergine, grida: “Salus nostra in manu tua est, et nos et terra nostra tui sumus”.
Altri approfondiranno le concordanze storico- artistiche: ci sono, a Dio piacendo, inediti filoni di bellezza di cui trovare origini e parentele, per scoprire, una volta di più, quanti canali uniscano l’umanità. A me interessa sottolineare l’efficacia della preghiera, quando davvero affida tutto l’essere. Siamo tuoi. La preghiera è universalità, coralità, unione fraterna, come ricorda papa Francesco; e pure intimità, sponsalità, unione mistica, come il Totus tuus di Wojtyla, che comunque, sulle labbra di un papa, sigilla l’offerta dell’intera umanità. Maria è via privilegiata al Cristo, di cui fu figlia e madre, come dice Dante con poesia incomparabile.
Madre di Gesù, madre di tutti, dalle nozze di Cana all’affidamento a Giovanni, ai piedi della Croce. Cristo è veramente risorto! E ci attende come attese Maria, con le sorprese della gioia. In questi giorni difficili, ho rinnovato, sia come supplica sia come ringraziamento, l’affidamento della città e del mondo alla Vergine Maria: le parole accorate che il popolo ha reiterato nei secoli. Tutto ciò che è umano ci riguarda, come cristiani e come Chiesa. È una delle eredità di san Giovanni Paolo II, forse la più significativa. Raccogliere e offrire a Dio, nella preghiera e nell’azione, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo; gli aneliti alla pace, alla sicurezza, alla liberazione dai mali dell’anima e del corpo. Portare briciole di umanità dove dominano ancora barbarie, sopruso e ingiustizia, egoismo e indifferenza.
Annunciare amore in nome di Cristo, come faceva san Giovanni Paolo II, significa portare Cristo stesso.
MESSAGGIO EVANGELICO, FILIAZIONE DIVINA E IMITAZIONE DI CRISTO: CRISTO-FARO O CRISTO-FORO?!
Caro don Santino Bove Balestra
Vista la tensione e la passione personali che animano la sua Lettera "a san Cristofaro al tempo del Coronavirus" e, al contempo,sollecitato dalle sue stesse associazioni collegate a questa figura di gigante buono («Ti hanno fatto - forse un po’ abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini) : oggi dovresti ispirare chi dall’automobile passa alla bicicletta, al treno o all’uso dei propri piedi!»), il discorso fatto appare essere una forma implicita di autocritica "istituzionale" (cioè, da parte dell’intera Istituzione Chiesa paolina-costantiniana) della propria capacità di "portare Cristo" in giro, di qua e di là, avanti e indietro - e, della totale e più generale cecità antropologica e pedagogica, nei confronti del "Bambino" (che ognuno e ognuna di noi, tutti e tutte, è) !
SE, OGGI, AL TEMPO DEL CORONAVIRUS, VALE l’esortazione “Restiamo tutti a casa!”, altrettanto sicuramente, domani, vale la consapevolezza che “Nulla sarà più come prima!” e, ancor di più, se vogliamo veramente cambiare rotta, che la “conversione eco-logica” (la ristrutturazione della nostra stessa "casa"!) è già "oggi necessaria", ora e subito! Non c’è alcun tempo da perdere.
Portar-si il "bambino" sulle proprie spalle, «suprema fatica e suprema gioia», è impresa ancora tutta da tentare - e non ha nulla a che fare con il "sacrificio" e con la "messa in croce" di alcun "Bambino"! O no?! (Federico La Sala)
***
ARCHEOLOGIA E ARCHITETTURA. NOTE PER LA RISTRUTTURAZIONE DELLA “CASA” *
Caro don Santino Bove Balestra
SICCOME LA SUA SOLLECITAZIONE A RIFLETTERE SULLA FIGURA di “san Cristofaro al tempo del Coronavirus” appare essere carica di molte implicazioni e degna di grande attenzione per la nostra e generale “salute”, credo che sia opportuno non lasciar cadere l’occasione e La sollecito a meditare anche sulla differenza di significato che corre tra la parola “Cristo-foro” e la parola “Cristo-faro” (una variazione “parlata”, più che un refuso) : in gioco c’è la comprensione stessa di cosa significa “portare Cristo” e come “seguire Cristo”!
Cristoforo è “Cristo-foro”, perché porta sulle spalle il Bambino, la “luce del mondo”(Gv. 8,12) e non va più in giro a spegnere “luci” o “fari”, e a “mettere in croce” bambini, uomini, donne: egli stesso (da Cristoforo) è diventato un “Cristo-faro”: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”[...]?»(Gv.10,34). Non è forse questa la “conversione eco-logica” da farsi: diventare “fari”?!
E come è possibile questa ristrutturazione della “casa” di tutti gli esseri umani, se continuiamo a negare anche al “cristoforico” Giuseppe la sua stessa “paternità” (cfr., mi sia consentito, “DE DOMO DAVID”: GIUSEPPE E IL “PADRE NOSTRO”. UNA QUESTIONE EPOCALE E CRUCIALE...). Di quale “casa” e di quale “chiesa” si sta parlando?! Boh?! O no?!
CONCILIO DI NICEA I e il CONCILIO DI NICEA - 2025. Materiali sul tema:
2 MAGGIO 2020. Il santo del giorno
Atanasio. Discepolo di sant’Antonio, difensore dell’ortodossia
di Matteo Liut (Avvenire, giovedì 2 maggio 2019)
Sant’Atanasio fu come un ponte per la Chiesa antica: sulle spalle, infatti, portò il “peso” della retta dottrina, dell’ortodossia, traghettandola attraverso un periodo difficile, nel quale sembrava che l’eresia dovesse trionfare.
Era nato ad Alessandria nel 295 e nel 325 era al Concilio di Nicea come diacono del vescovo Alessandro. Lì si stabilì che il Figlio era della stessa sostanza del Padre, Cristo non era “come” Dio, ma era Dio.
Una verità che gli ariani tentavano di negare, mettendo in campo una lotta aspra, spesso fatta di calunnie e strategie politiche.
Nel 328 la gente volle Atanasio come nuovo vescovo di Alessandria e lui, nei suoi 46 anni di episcopato, si dimostrò un saldo difensore della verità. Ma dovette subire attacchi personali e anche esili prima di essere riabilitato. Ebbe come maestro sant’Antonio abate di cui scrisse una Vita. Morì nel 373.
Altri santi. San Felice di Siviglia, martire (IV sec.); sant’Antonino Pierozzi (di Firenze), vescovo (1389-1459).
Letture. At 5,27-33; Sal 33; Gv 3,31-36.
Ambrosiano. At 4,32-37; Sal 92; Gv 3,7b-15.
Sul tema, nel sito, si cfr.:
Federico La Sala
DOPO I “VENTICINQUE SECOLI” DI DANTE, I "TREMILA ANNI" DI GOETHE, E I "MILLE ANNI DOPO DAVIDE E GIONATA" .. *
Idee.
Se gli amici fanno le ali della storia
La philia e l’eros dell’antica Grecia acquistano una diversa ricchezza di significato alla luce dell’agape evangelica. Il libro di Pietro Del Soldà
di Luigino Bruni (Avvenire, giovedì 9 aprile 2020)
Uno degli effetti collaterali del covid19 è la ri-scoperta (o scoperta) della semantica dell’amicizia. Ci stiamo abituando a lezioni online, riunioni di lavoro via zoom, videochiamate, tesi di laurea online con il vestito buono e applauso dei genitori commossi e nascosti dietro la camera; ma ogni volta che terminiamo queste sessioni telematiche ci nasce, troppo spesso, una forte nostalgia per i nostri studenti, per i colleghi, per genitori e amici, per il bar dove andavamo per “consumare” prima la chiacchierata poi il caffé. Gli incontri che stanno continuando ad accadere in questa lunga quarantena non sono solo semplicemente incontri “virtuali” (parola che morirà con la fine della pandemia), sono comunque incontri ai quali mancano alcune dimensioni fondamentali, e tra queste il corpo. Ci sono voluti migliaia di anni per imparare a stare vicini a meno di un metro di distanza, a dare la mano allo sconosciuto per dirgli che su quella mano non c’era un pugnale, e poi ad abbracciare e baciare gli amici.
Ci sono voluti troppi millenni per apprendere l’arte delle distanze brevi per poter pensare di poterle dimenticare in pochi mesi. L’amicizia è l’arte delle distanze brevi. Distanze affettive, ma anche distanze fisiche, geografiche, spaziali. Perché se i verbi dell’amicizia sono quelli del tempo (fedeltà, durata, resilienza), anche i tempi dello spazio sono importanti: se non si va dall’amico o l’amicizia si è indebolita o c’è un ostacolo all’incontro o c’è solo un grande desiderio, come quello immenso che sta crescendo giorno dopo giorno. E mentre le distanze tra di noi sono cresciute, la lotta col virus si gioca sulla capacità di cura di medici e infermieri, che è anche talento delle mani, che devono toccare senza contaminare e contaminarsi.
L’ambivalenza della vita, la danza di communitas e immunitas, che ogni tanto diventa danza macabra. L’amore è uno, ma gli amori sono molti. Amiamo molte persone e molte cose, siamo amati da molti e in modi diversi. Amiamo i genitori, i figli, le fidanzate, le mogli e i mariti, fratelli e sorelle, maestre, colleghi, nonni e cugini, poeti e artisti. E amiamo, moltissimo, gli amici e le amiche.
Il mondo greco per dire amore aveva due parole principali, eros e philia, due parole che non esaurivano le molte forme dell’amore ma che offrivano un registro semantico più ricco del nostro per declinare questa parola fondamentale della vita. Un lessico che era capace di distinguere il «ti voglio bene» detto alla donna amata dal «ti voglio bene detto» detto a un amico, e allo stesso tempo riconoscere che erano anche uguali. Il cristianesimo, poi, ha aggiunto una terza parola greca per dire un’altra tonalità dello stesso amore, un tono già presente nella Bibbia ebraica e, soprattutto, già presente nella vita.
Questa terza, stupenda, parola è agape, l’amore che sa amare chi non è desiderabile e il non-amico. Il cristianesimo non ha inventato l’agape lo ha semplicemente visto ed esaltato. Tre dimensioni dell’amore che, spesso, si trovano insieme nei rapporti veri e importanti. Certamente sono tutti presenti nell’amicizia, che non è solo philia. Non dobbiamo, infatti, commettere l’errore di pensare che l’amicizia sia espressa dalla sola parola philia. No. Perché anche nel mondo greco la philia non è mai sola, è la philia la prima ad avere bisogno di amici.
La philia è sempre accompagnata dal desiderio-passione per l’amico ed è irrorata dall’agape che le consente di poter risorgere da fallimenti e fragilità. La philia poi lega l’eros e l’agape tra di loro e li affratella. In quelle pochissime amicizie che ci accompagnano per lunghi tratti di vita, a volte fino alla fine, la philia racchiude in sé anche i colori e i sapori dell’eros e dell’agape. Sono quegli amici che abbiamo abbracciato, baciato come e diversamente da altri abbracci e da altri baci. Pochi dolori sono più grandi di quello per la morte di un amico - in quel giorno, un pezzo di cuore smette di battere. Non c’è soltanto una lotta radicale tra eros e tanatos; ce n’è un’altra, simile e diversa, tra philia e tanatos.
Il bel libro di Pietro del Soldà, noto conduttore di Radio3 e filosofo, dal titolo suggestivo Sulle ali degli amici. Una filosofia dell’incontro (Marsilio, pagine 152, euro 16), ci offre una occasione propizia per riflettere, oggi, sull’amicizia. Del Soldà lo fa a partire dalla filosofia e dal mondo greco. Questa mia pagina lo fa prendendo le mosse dalla Bibbia, una seconda radice profonda dell’Umanesimo occidentale. La Bibbia non parla molto di amicizia. Ma ne parla, e in alcuni libri le ha dato un posto centrale.
A partire dall’Adam, l’essere umano, che è anche amico di Dio, prima di essere amico della donna e degli altri uomini. E non certamente a caso in uno degli ultimi episodi dell’ultimo vangelo, quello di Giovanni, troviamo un bellissimo dialogo sull’amicizia: «Pietro, tu mi ami [agape]? - Sì, Signore, ti amo [philia]. Pietro, tu mi ami [agape]? - Sì, Signore, ti amo [philia]. Pietro, tu mi ami [philia]?» ( Vangelo di Giovanni 21,15-17). Un gioco di parole e di verbi che si perde nelle lingue moderne, ma chiarissimo nell’originale greco.
Il libro di Giobbe, ad esempio, è composto essenzialmente di dialoghi con i suoi amici: «Tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui. Partirono, ciascuno dalla sua contrada, Elifaz di Teman, Bildad di Suach e Sofar di Naamà, e si accordarono per andare a condividere il suo dolore e a consolarlo. Levarono la loro voce e si misero a piangere » (Giobbe 2,11-12).
Dal contesto si capisce che questi uomini che si recano presso il mucchio di letame di Giobbe siano amici veri: vengono a sapere della sua sventura, lo vanno a trovare, siedono e piangono con lui. Ma lo sviluppo dei dialoghi di Giobbe ci mostrerà che quei quattro uomini che lo vanno a trovare non sono, in realtà, amici di Giobbe ma difensori di astratte teologie che si riveleranno nemiche dell’uomo e di quel Dio che volevano difendere. Le grandi prove della vita sono anche test che distinguono il grano degli amici dalla zizzania dei finti amici. Ecco perché tra i canti più belli di Giobbe c’è una un’amara e stupenda riflessione sull’amicizia e sull’esistere: «I miei amici sono incostanti come un torrente, come l’alveo dei torrenti che scompaiono: sono torbidi per il disgelo, si gonfiano allo sciogliersi della neve, ma al tempo della siccità svaniscono e all’arsura scompaiono dai loro letti» (6,14-19).
Molti amici svaniscono nel tempo della sventura, e svanendo ci dicono che non erano amici. Ma è con Gionata, figlio di re Saul, che l’amicizia fa il suo grande ingresso nella Bibbia. Gionata è principe, è guerriero, ma è soprattutto l’amico. Questa amicizia prende le forme di un patto solenne, forse un “patto di sale”, dove la non corruzione del sale diceva simbolicamente il “per sempre”.
La Bibbia sa cos’è un patto- Alleanza, e se ricorre a questa parola per parlarci di un’amicizia, allora sta dicendo qualcosa di importante. Nell’Alleanza con Abramo, Dio passò in mezzo agli animali squarciati. Nei grandi patti d’amicizia, Dio passa “in mezzo” agli amici (Matteo 18,20). È quindi un patto che buca spazio e tempo. Coinvolge le nostre discendenze, i nostri figli che abbiamo e che avremo, genitori e nonni. I patti di amicizia, diversamente dai patti nuziali, non vengono in genere celebrati con la parola. Quasi sempre sono patti muti, non vengono pronunciati in pubblico. Qualche volta, però, in una amicizia che matura ci possono essere anche dei patti espliciti, celebrati anche con la parola. Sono, ad esempio, quei patti di amicizia alla base di nuove comunità e movimenti, civili o religiosi, generati da due o più amici che si dicono parole speciali in un momento speciale. Una grande amicizia biblica è quella tra Davide e Gionata, che prende la forma di un patto sacro, di un’alleanza solenne, di una vera e propria fraternità spirituale: la fraternità è una forma di amicizia. Un giorno Gionata, quando ormai infuriava la guerra civile tra suo padre Saul e Davide, aveva detto al suo amico Davide: «Andiamo ai campi» (20,11).
La Bibbia conosce molto bene questa frase. Era stata quella di Caino (4,8). L’amico è l’anti-Caino, qualcuno che ti invita ad andare nei campi non per ucciderci ma per salvarci. Sulla terra gli inviti di Caino, il fratricida, e quelli di Gionata, l’amico, coesistono, vivono l’uno accanto all’altro, si incrociano. Qualche volta scopriamo che l’altro non è Gionata ma Caino solo quando, arrivati nei campi, vediamo la sua mano diventare diversa. E sono i giorni più tristi. Altre volte scopriamo che chi pensavamo fosse Caino era in realtà Gionata. L’umanità continua la sua storia perché gli inviti di Gionata sono più numerosi degli inviti di Caino, perché le mani degli amici sono di più di quelle degli assassini.
Mille anni dopo Davide e Gionata, un altro amico dell’uomo, fondatore di una comunità di amici («non vi chiamo più servi ma amici»), fu messo su una croce da un’altra mano fratricida. Sotto la croce c’erano le donne, e un amico. Quella volta le donne e l’amico non riuscirono a salvarlo. Ma noi, suoi amici, continuiamo ad attenderlo, in compagnia di Abele e di tutte le vittime della storia. Lo aspettiamo perché ci ha promesso che tornerà, e perché la promessa dell’amico è vera.
SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:
DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO : IL PROGRAMMA "ANTICRISTO" DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. LA LEZIONE CRITICA DI KANT. Alcune luminose pagine da "La fine di tutte le cose"
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DANTE, ERNST R. CURTIUS E LA CRISI DELL’EUROPA. Note per una riflessione storiografica
Federico La Sala
L’ECCE HOMO, L’8 MARZO AL TEMPO DEL “CORONA VIRUS”, E LA MEMORIA DI CHRISTINE DE PIZAN ...
ALLA LUCE DEL CHIARIMENTO DEL SIGNIFICATO DELLE PAROLE DI PONZIO PILATO: “ECCE HOMO”(cfr. sopra : https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/02/26/dialetti-salentini-piticinu/#comment-269838), si comprende meglio anche il significato delle parole di Christine de Pizan, l’autrice della “Città delle dame” : «Or fus jee vrais homs, n’est pa fable,/De nefs mener entremettable » (« Allora diventai un vero uomo, non è una favola,/capace di condurre le navi» - cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Christine_de_Pizan), che dicono ovviamente non della “metamorfosi” in “vir” - uomo, ma della “metanoia” in “homo” - essere umano (su questo, in particolare, si cfr. Michele Feo, “HOMO - Metanoia non Metamorfosi”, “dalla parte del torto”, Parma, autunno 2019, numero 86, pp. 12-13).
***
ASTREA ! “IAM REDIT ET VIRGO” ...
CARO ARMANDO... RICORDANDO DI NUOVO E ANCORA IL TUO PREGEVOLISSIMO LAVORO SU- GLI ARCADI DI TERRA D’OTRANTO, VIRGILIO, E IL “VECCHIO DI CORICO”. A SOLLECITAZIONE E CONFORTO DELL’IMPRESA (si cfr. https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/#comment-238474), E LA TUA CONNESSIONE TRA LA “PIZANA” CAPACE DI “CONDURRE LE NAVI” CON LA FIERA E NOBILE Carola Rackete, A SUO E TUO OMAGGIO, riprendo qui una breve scheda su:
Buon 8 marzo 2020 - e buon lavoro...
FILOSOFIA E FILOLOGIA. IN PRINCIPIO ERA IL LOGOS: CHARITAS....
Tesi di Laurea
IL PRINCIPIO DI CARITÀ [2016]
Definizione e analisi critica tra ermeneutica e logica
a cura di Francesco Gandellini **
SOMMARIO Introduzione .................................................................................................................
1 Sezione 1: il versante ermeneutico ....................................................................... 5
1.1 La genesi agostiniana del principio .................................................................... 7
1.2 L’illuminismo tedesco e il nesso linguaggio-mondo ................................. 23
1.2.1 Wilhelm von Humboldt: “Sprachansicht als Weltansicht” ................................................................... 27 -APPENDICE Georg Friedrich Meier e il “Versuch einer allgemeinen Auslegungkunst” .................................. 43
1.3 La linea ontologica dell’ermeneutica contemporanea .............................. 53
1.3.1 Martin Heidegger e l’analitica esistenziale di “Sein und Zeit” ................................................ 55
1.3.2 Hans-Georg Gadamer e l’ermeneutica ontologica di “Warheit und Methode“ ........................ 69
Sezione 2: la riflessione logica .............................................................................. 85
2.1 Fondamenti teorici della carità in logica ....................................................... 87
α ) La riflessione filosofica di Ludwig Wittgenstein ......................................... 89
β) L’ipotesi della relatività linguistica............................................................ 100
2.2 Willard van Orman Quine e l’argomento di “traduzione radicale” ............................................................... 113
2.3 Donald Davidson e l’interpretazione radicale ..................................................................................... 137
Conclusione .............................................................................................................. 157
Bibliografia ............................................................................................................... 161 -Sitografia................................................................................................................... 163
***
INTRODUZIONE
Il termine “carità” deriva etimologicamente dal latino caritas (acc. caritatem, «benevolenza», «amore», questo da
carus, «caro», «costoso», «diletto», «amato»), e a sua volta dal greco χάρις, «grazia». Dal punto di vista dell’etimo, la parola cattura l’idea dell’amore disinteressato ma prezioso verso qualcuno, della benevolenza gratuitamente concessa al destinatario, senza riserve rispetto alla sua condizione.
Gli etimologisti latini derivavano il lemma carus
dalla prima persona singolare del presente del verbo carēre, ovverocareo, «manco», «sono privo di», e ritenevano di giustificare il valore di una cosa sul metro della mancanza della cosa stessa, in modo tale che tanto più se ne avverte l’assenza, tanto più essa acquista valore e pregio.
Passando per il greco χάρις e dal verbo χαίρω, «rallegrarsi», «provare piacere», si arriva alla radice sanscrita ka = ca (sscr. ka, kan, kam), presente in parole quali kâma, «amore», kamana, «desiderabile», «bello»,kamara, «amoroso», kam-e, «desiderò», «amò». Si possono, inoltre, trovare affinità nel lettone kahrs, «cupido», nel gotico hors, da cui il tedesco Hure, «meretrice», ma che si riallaccia al latino quaero, «cercare», «ricercare», «bramare» ciò che è desiderato. Il termine “carità” afferisce, dunque, anche alla sfera dell’amore desiderato, del richiesto perché bramosamente bello e capace di dare piacere e rallegrare.
Il principio di carità rappresenta un criterio prezioso, disinteressato ma richiesto nella logica del dialogo. Esso fornisce una norma fondante, sebbene implicita, per la costruzione di un confronto fecondo e esente da appropriazioni o strumentalizzazioni di qualunque sorta. Il valore apportato dal principio di carità consiste, forse banalmente, nel rendersi disponibile all’ascolto dell’altro e nell’attribuire pregnanza di senso alle sue parole, almeno fino a un evidente punto di non ritorno.
La scelta di trattare il principio di carità come argomento di tesi va incontro alla necessità di indagare l’implicito, il sottinteso, il banale che sovente viene trascurato e passato sotto silenzio, col rischio di dimenticarne la validità e l’utilità concreta e portante nell’ambito dell’umano. Si tratta, perciò, di far riermegere agli occhi della coscienza i fondamenti troppo spesso dati per scontato e, proprio per questo, dimenticati, abbandonati e relegati a relitti a margine dell’edificio del sapere.
È compito primario della filosofia conferire dignità conoscitiva a quanto viene accolto come evidente, ovvio, lapalissiano perché in ciò, e nel suo oblio, si possono rinvenire “proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino”1, ossia quegli interrogativi umani centrali in cui ne va della quotidianità tanto quanto dell’esistenza intera, oltre che di una convivenza pacifica. Spingendo la riflessione in direzione di ciò che pare assodato e fuori di dubbio ai fini della riflessione stessa, si giunge a capire e a rendere ragione di una complessità nuova, nella quale si gioca qualcosa come la comprensione o il fraintendimento tra gli individui.
Il principio di carità è una guida rimasta finora col capo coperto. Esso ha condotto e conduce gli uomini nei meandri tortuosi della comunicazione, del rapporto dialogante e dell’interpretazione reciproca. Può pregiudicare il buon andamento di una discussione, rimanendo nell’anonimato e nell’ombra. Determina e garantisce lo spazio minimo per l’intesa e l’accordo, ma può anche sancirne il definitivo naufragio.
Lo scopo della presente trattazione è di portarne alla luce, in un percorso storico e tematico, le caratteristiche principali, in modo da scoprirne il capo e segnalarne i lineamenti distintivi. La filosofia, nel suo decorso storico, si è raramente rivolta in modo esplicito al principio di carità. Fatta eccezione per Agostino, per il caso isolato dell’illuminista tedesco Georg Meier (che lo chiama principio di equità ermeneutica) e per la riflessione dei logici contemporanei (Wilson, Quine, Davidson), esso non viene pressoché mai menzionato o, almeno, non con questo appellativo con cui, soprattutto recentemente, è tornato alla ribalta.
Si tratta, quindi, e questo è l’intento del lavoro, di rimarcarne gli aspetti costituivi, laddove il criterio sia stato suggerito dagli autori, oppure di ricercare ed enucleare possibili edizioni, implicitamente consegnate dai filosofi alla riflessione sul principio in questione. Per questo la tesi potrebbe soffrire di discontinuità più o meno consistenti, dettate appunto dall’esigenza di scandagliare le profondità del pensiero filosofico, anche mediante salti temporali e concettuali rilevanti, in quei punti ritenuti significativi per una trattazione ampia e pregnante, ma filtrata sempre nel setaccio della carità ermeneutica e logica.
1 E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Milano, il Saggiatore 2008, pag. 35
** UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO
Dipartimento Lettere e Filosofia
Corso di Laurea in FILOSOFIA.
Supervisore: Prof. Varzi Achille Carlo, Co-Supervisore: Prof. Ghia Francesco,
Laureando: GANDELLINI Francesco.
* SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:
SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA GRAZIA ("CHARIS"): "ECCO DA DOVE COMINCIA L’AMORE" ("ECCE UNDE INCIPIT CHARITAS").
IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"
GUARIRE LA NOSTRA TERRA: VERITÀ E RICONCILIAZIONE. Lettera aperta a Israele (già inviata a Karol Wojtyla) sulla necessità di "pensare un altro Abramo"
Federico La Sala
AL DI LA’ DI HEGEL, HEIDEGGER, E RATZINGER. IL PROBLEMA DELL’UNO E LA VIA DEI "TRE SOLI".
A scuola di Dante, Bruno, Galilei, e Kant
NUOVO REALISMO: CONOSCERE SE STESSI E CHIARIRSI LE IDEE, PER CARITA’!
Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua De Mauro: cresce l’analfabetismo di ritorno
di Paolo Di Stefano (Corriere della Sera, 28.11.2011)
«Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto...». Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani».
Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Basterebbero queste due percentuali per far scattare l’emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività.
Fu lo stesso Tullio De Mauro quasi cinquant’anni fa, in un libro diventato un classico, Storia linguistica dell’Italia unita, a segnalare il contributo non solo della scuola ma anche della televisione nell’apprendimento di una lingua media che superasse la frammentazione dialettale. Si assisteva in quegli anni al declino del dialetto e contemporaneamente al trionfo di quell’italiano popolare unitario che avrebbe portato, secondo le previsioni dei linguisti, a un innalzamento delle conoscenze linguistiche in parallelo con il progresso economico, culturale e civile. Nel 1973, Pier Paolo Pasolini aprì una discussione: il tramonto del dialetto equivaleva per lui all’abbandono dell’età dell’innocenza e all’entrata nella civiltà dei consumi e nell’età della corruzione. Gli fu risposto che la conquista dell’italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale.
Oggi, a quarant’anni da quelle accesissime polemiche tra apocalittici e integrati, tra nostalgici delle parlate locali e fautori delle magnifiche sorti e progressive, sembrano tutti sconfitti di fronte al pauroso ristagno economico, culturale e linguistico.
L’allarme lanciato da De Mauro chiama in causa anche il nuovo governo, che finora, ha detto lo studioso, «sembra aver dimenticato l’istruzione». Istruzione e scuola sono i due concetti chiave. Se nel dopoguerra, fino agli anni Novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel ’51 eravamo a tre anni a testa), oggi si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento pauroso del cosiddetto analfabetismo di ritorno, favorito anche dalla dipendenza televisiva e tecnologica. Non deve dunque stupire che il 33 per cento degli italiani, pur sapendo leggere, riesca a decifrare soltanto testi elementari, e che persista un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra. Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come avviene per le nozioni matematiche).
Non bisognerebbe mai dimenticare che la conoscenza della lingua madre è il fondamento per lo studio delle altre discipline scolastiche e delle altre lingue (inglese compreso), così come è alla base della capacità di orientarsi nella società e di farsi valere nel mondo del lavoro. Sembrano constatazione banali, ma non lo sono affatto in un contesto in cui l’insegnamento dell’italiano nelle scuole soccombe all’anglofilia diffusa e la lettura, sul piano sociale, è nettamente sacrificata rispetto all’approccio visivo, comportando vere mutazioni psichico-cognitive. Se ciò risulta vero, non è eccessivo affermare che l’emergenza culturale, nel nostro Paese, dovrebbe preoccupare almeno quanto quella economica.
RECENSIONE
G. Gabbiadini, Il mito del duale. Antropologia e letteratura in Wilhelm von Humboldt (Mimesis: Milano-Udine, 2014).
Guglielmo Gabbiadini ha dedicato uno studio ricco e appassionate a un dispositivo d’importanza fondamentale nell’immaginario e nelle pratiche letterarie della Goethezeit: la dualità. Punto di partenza - e di approdo - di quest’indagine è il saggio Sul duale di Wilhelm von Humboldt. Stando all’autore, infatti, lo studio linguistico di Humboldt sul duale può essere interpretato come un «tentativo di articolare con il rigore scientifico della prassi accademica l’eredità fluida di un vastissimo immaginario» (p. 17). Proprio in ciò consiste l’originalità dello studio di Gabbiadini: considerare il saggio Sul duale come un prezioso documento per reinterpretare retrospettivamente un’intera temperie culturale. «Il saggio Sul duale» - scrive Gabbiadini - «si presenta come un importante documento storico-culturale in grado di dischiudere non solo un considerevole potenziale cognitivo in materia di linguistica e di studio del linguaggio, ma anche e soprattutto di permettere un accesso, secondo una prospettiva inconsueta, alle forme e alle pratiche culturali dell’età goethiana» (p. 19).
Il saggio in questione, nel quale «giunge a piena maturità una costellazione di pensiero attorno alla quale era
andata germinando tutta la ricerca filosofica e antropologica di Humboldt» (p. 165), venne composto tra il febbraio e l’aprile del 1827, per poi essere pronunciato il 26 aprile dello stesso anno alla Reale Accademia Prussiana
delle Scienze di Berlino. Il titolo originario della comunicazione fu in realtà Sul significato del duale, e il testo apparve per la prima volta in forma di estratto (Separatdruck) autorizzato dall’autore con il titolo di Sul duale
(1828), il quale poi si conservò nella successiva edizione
del testo pubblicata sugli Annali dell’Accademia (1830).
Per mostrare come il saggio Sul duale possa assurgere a
cifra di un’epoca, incarnarne le aspirazioni speculative e
al contempo rappresentarne il culmine, è necessario comprendere anzitutto la genesi, la cornice culturale e il sostrato antropologico del testo humboldtiano. In ciò lo studio di Gabbiadini si rivela particolarmente prezioso. Sebbene gli studiosi si trovino tutti d’accordo per quanto riguarda la «centralità» del saggio Sul duale nell’economia
della produzione humboldtiana e nei suoi rapporti con le
opere successive, minore attenzione è stata dedicata alla
genesi del saggio nei suoi rapporti con la produzione precedente. Gabbiadini propone una valutazione critica delle
vicende che portarono alla redazione del testo (dalla modifica del titolo del saggio per la pubblicazione, non voluta da Humboldt, all’importante circostanza di una circolazione per mezzo di una pubblicazione ‘intermedia’ di cui
le edizioni di riferimento attuali non danno invece notizia); un’innovativa interpretazione dell’epistolario humboldtiano, non considerato come semplice ‘cassa di risonanza’ di un foro interiore o di vicende meramente private, bensì come il ‘diario di bordo’ di un pensiero in divenire; una perspicace attenzione filologica al «sapiente
gioco» dei molteplici richiami e riferimenti intertestuali
operati da Humboldt, dalle liriche di Goethe e Schiller -
passando per i Greci - fino alla trasposizione metaforica
di mitologemi classici e delle scoperte naturalistiche del
tempo.
«Un lavoro occupa le mie giornate, i miei pensieri, e
mi trattiene dal rispondervi» - scrive Humboldt a Welcker
nell’aprile del 1827 - e il riferimento è con ogni probabilità al saggio Sul duale. Tuttavia, le prime riflessioni di
Humboldt sulla dualità connaturata allo spirito umano risalgono almeno a circa quarant’anni prima («una costante
sensazione di essere doppi», eine stete Empfindung des
gedoppelten Seins, scrive Humboldt a Caroline nell’aprile
1790, «sensazione» che poi nel saggio Sul duale assumerà
le connotazioni intersoggettive di un «sentimento della
dualità», Gefühl der Zweiheit, condiviso da tutti i parlanti)
e hanno il loro corrispondente oggettivo in un paio di
saggi capitali apparsi nel 1795 sulla rivista «Die Horen»
di Schiller, La differenza sessuale e il suo influsso sulla
natura organica e La forma maschile e femminile.
Antefatto di questo interesse è il viaggio di Humboldt a Parigi
nell’estate del 1789, le cui tappe e gli incontri sono ricostruiti con dovizia di particolari da Gabbiadini nel primo
capitolo della sua ricerca. «Che ho da cercare io tra la
sporcizia di Parigi, in questo orrendo brulichio di uomini?» si domanda Humboldt nell’agosto del 1789. La domanda è retorica, e la risposta è: l’Uomo. Humboldt, infatti, intraprende il suo viaggio a Parigi per fini antropologici, in una fase della propria vita di particolare fermento esistenziale. A Parigi, e non nelle isole del Pacifico o in
America centrale. È nel «brulichio di uomini» della città
luogo della cultura umana più avanzata dell’epoca che il
giovane Humboldt inizia a porre il linguaggio al centro delle proprie ricerche antropologiche, al quale prima aveva conferito un ruolo periferico e marginale.
Non a caso è
durante un secondo soggiorno a Parigi che Humboldt inizierà a occuparsi della lingua basca, alla quale dedicherà
uno dei suoi pochi studi pubblicati in vita. Si comincia
così a configurare un’allora inedita ‘antropologia linguistica’, in contrasto soltanto apparente con il suo interesse
per lingue minori come il basco, le lingue amerindie o il
kawi.
In un dialogo serrato con gli studi sull’argomento,
Gabbiadini segue le tracce di una «antropologia duale»
(p. 45) già nel cosiddetto «Libro verde» (noto anche con il
titolo redazionale: Idee per un saggio sui limiti
dell’attività dello stato), uno scritto di attualità sconcertante scaturito dalle ricognizioni antropologiche compiute
da Humboldt tra il 1789 e il 1792. Una «antropologia duale» che tuttavia si affianca - senza ancora sovrapporsi - al
progetto di una ‘antropologia linguistica’.
Sebbene dualità e linguaggio siano il fulcro del pensiero antropologico di Humboldt, essi corsero per decenni
su binari paralleli, si scontarono talvolta, procedettero
d’un tratto in direzione di una reciproca convergenza, per
avvinghiarsi infine soltanto nel Saggio sul duale.
La cronaca di questo avvicinamento non graduale si
legge nel secondo e terzo capitolo dello studio di Gabbiadini. Non c’è alcun dubbio, infatti, che a fondamento della primissima «antropologia duale» di Humboldt sia da
porre una «base empirico-sperimentale delle sue indagini
a Jena» (p. 78), e che in questo contesto «l’idea di una
dualità delle forze naturali assume [...] un ruolo cruciale»
(pp. 78-79). Certo, c’è da dire che ai dati empirici ottenuti
da un’acuta e partecipata osservazione della natura si intrecciano «sin da subito assunti speculativi di origine poetico-filosofica, la cui matrice [...] si ritrova in una certa
tradizione del pensiero cosmogonico greco e della filosofia dell’amore di origine platonica» (p. 82). Se da una parte i principi ‘maschile’ e ‘femminile’ divengono «principi
fondamentali e complementari da cui dipende l’esistenza
e la conservazione della totalità cosmica» (p. 84), dall’altra nei due saggi jenesi del 1795 è «nell’interazione duale
del principio maschile e femminile [che] viene [...] individuata la dinamica fondamentale con cui la vita organica
non solo si origina e conserva (a livello fisico), ma si raffina e si perfeziona (a livello morale)» (p. 82). In altri
termini, «nella visione di Humboldt, il maschile e il femminile non presiedono dunque soltanto alle funzioni di
procreazione ma si mostrano come le figurazioni contrapposte di una dualità creativa universale, su cui si fonda il
cosmo delle creature organiche.
L’elemento antropomorfico della dicotomia iniziale che contrappone uomo e
donna, colti nella loro “differenza di sesso” e di ruolo, si
sposta gradualmente in secondo piano fino a divenire una
derivazione, in chiave antropologica, di un principio più
ampio di dimensioni cosmiche. Lo dimostra, non da ultimo a un livello lessicale, la predilezione sempre più marcata nei due saggi per sostantivi astratti di genere neutro
che rinviano a principi generali a valenza metafisica» (p.
85).
Nonostante l’oscillazione fra natura organica e creatività spirituale, qui si è ancora lontani dalla tesi nel saggio Sul duale. La dualità assurge certo a «principio originario e strutturante di tutta la realtà, a livello microscopico (struttura dell’organismo umano) e a livello macroscopico (struttura dell’universo naturale)» (p. 89); eppure
Humboldt in questa fase di pensiero non ha ancora rico- nosciuto nel linguaggio la ‘dimora’ propria di tale dualità,
che offre le coppie di ‘opposti naturali’ alla percezione di
quell’animale che abita la lingua, e che viene - talvolta -
grammaticalizzata in una categoria linguistica (il duale)
soggetta peraltro a repentina scomparsa.
La convergenza tra ‘antropologia linguistica’ e «antropologia duale» si realizza finalmente con la scomparsa
delle connotazioni di genere (‘maschile’ e ‘femminile’),
le quali vengono rimpiazzate dai poli - ‘neutri’, ma correlati - di una fondamentale categoria linguistica, irrinunciabile per qualsiasi lingua: i pronomi personali ‘io’ e
‘tu’. Perciò Humboldt può scrivere nel suo saggio del
1828 di una «fortunata omogeneità» tra «concetto di dualità» e «lingua», e affermare «che la dualità occupa un posto più importante in essa che in qualsiasi altra parte».
Ad ogni modo - fa notare Gabbiadini riprendendo una considerazione storico-critica di estremo interesse - «l’idea che il legame Io-Tu fosse la manifestazione più profonda di una dualità fondamentale non era stata, in realtà, un’intuizione soltanto humboldtiana, ma era già presente negli Anfangsgründe der Sprachwissenschaft (1805) di August Ferdinand Bernhardi, l’esponente di una grammatica filosofica universale fondata sull’impostazione trascendentale del criticismo kantiano, che Humboldt considerava punto di riferimento costante della propria riflessione» (p. 134).
Nella sua ricerca Gabbiadini offre nel complesso un «percorso storicizzante» (p. 19) per quanto riguarda il saggio Sul duale, da una parte iscrivendo il testo humboldtiano nella cornice delle pratiche discorsive e culturali del suo tempo, ivi compresa la fascinazione per alcuni motivi speculativi caratteristici della grecità classica (cfr. pp. 46-53, e pp. 91-95), dall’altra ricostruendo lo sviluppo delle concezioni di Humboldt sul ruolo e il ‘luogo’ propri della dualità. In qualità di «documento storico-culturale», poi, Sul duale può a ragione assurgere a cifra della stagione classico-romantica: che cos’è, infatti, il saggio del 1828 se non un tentativo di esporre e articolare con rigore scientifico il motivo faustiano epocale del «Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust»? Tuttavia, «il potenziale cognitivo in materia di linguistica e di studio del linguag- gio» del saggio humboldtiano viene volutamente trala- sciato dall’autore, il quale predilige il versante antropologico-letterario e storico-critico. L’indagine contenuta in questo studio, dunque, dovrebbe ispirarne ad altri una ulteriore, da intraprendere con il fine di dischiudere tale notevole «potenziale».
*
Lorenzo Pizzichemi, Istituto Italiano per gli Studi Storici, Napoli
DOI: 10.5281/zenodo.3865628