L’attenzione ai non credenti
di Carlo Sini (l’Unità, 1 settembre 2012)
Ho incontrato per la prima volta il cardinale Martini in occasione della preparazione dei programmi per la Cattedra dei non credenti. Mi accolse nel suo studio in Arcivescovado, in ora serale. Nella penombra mi venne incontro con quel fare semplice e cordiale, mai affettato e mai impostato, che tutti coloro che lo conoscevano ricordavano e ammiravano in lui. Il tratto accogliente contrastava, senza che lui certo se ne avvedesse, con quella sua figura singolarmente alta e ieratica che non poteva non colpire chi per la prima volta lo incontrava e che comunque restava impressa poi nella memoria.
Parlammo del dialogo che, qualche giorno dopo, ci avrebbe visti insieme nell’aula magna della Università degli studi di Milano. L’argomento di quell’anno, per la Cattedra, era il tempo e io avevo proposto di concentrare il mio intervento su Agostino. Mi aspettavo qualche discreta domanda relativa alla impostazione che intendevo dare al discorso, ma con signorile distacco e discrezione Martini non vi fece il minimo cenno.
Si trattava semplicemente di un contatto preliminare per conoscerci un po’ e fu soprattutto lui a parlare di sé, del suo amore per gli studi teologici, purtroppo da tempo limitati dai suoi incarichi pastorali, della sua convinzione che la ricerca vive di libertà: l’iniziativa della Cattedra dei non credenti era pensata appunto in questo spirito di carità e di apertura.
Parlava con una modestia non affettata e con una serenità di tono che da un lato attraevano alla confidenza, dall’altro e nel contempo imponevano un istintivo riserbo. Da tempo avevo maturato una meditata stima per questo arcivescovo di Milano che coraggiosamente si adoperava e si esponeva in favore dei diritti del lavoro e della giustizia sociale e si batteva per l’accoglienza dei fratelli che venivano da lontano.
Per la mia relazione all’università mi preparai con molto impegno, naturalmente: anche i non credenti hanno, a loro modo, un’anima; ma Martini, prendendo dopo di me la parola, disse letteralmente: «Il professor Sini ci ha messo in parete!» Alludeva scherzosamente, con questa metafora da scalatori, ai passaggi forse troppo ardui della mia relazione. Per parte sua, abbassò considerevolmente il livello e il tono: parlava per i suoi credenti e per il buon popolo di Dio, senza nessuna pretesa di ben figurare. Anche in questo lo ammirai: a ognuno la sua parete e la sua parte, con reciproco rispetto e trasparente onestà.
Un seconda volta incontrai Martini in occasione della enciclica «filosofica» di papa Woityla: si trattava di un convegno organizzato dalla diocesi milanese per il quale ero invitato a portare una interpretazione «laica» del testo. Non feci mistero della mia posizione critica su certe tesi, ma Martini non mi ascoltò: dopo aver aperto i lavori e ringraziato i presenti, se ne andò, adducendo impegni improrogabili.
Aveva fatto il suo dovere, organizzando al meglio la manifestazione; ebbi però l’impressione che dell’enciclica non fosse entusiasta. Se ripenso alla conversazione privata all’Arcivescovado e ai suoi riferimenti al modo di intendere gli studi religiosi, l’insistenza dell’enciclica in favore di una filosofia universale che caratterizzerebbe l’intera umanità, consapevole o inconsapevole, non poteva trovarlo consenziente, o così mi parve e mi pare.
La grande e nobile figura di Martini mi ricorda ciò che disse Enzo Paci in occasione del discorso di Paolo VI all’ONU: se un papa parla così, noi non possiamo che rallegrarcene. Lo spirito soffia dove vuole e non chiede a noi di decidere dove, come e per chi. La Cattedra per i non credenti ne è stato un segno indelebile.
Sul tema, nel sito, si cfr.:
Federico La Sala
Carlo Sini: la filosofia non esiste
di Francesco Valagussa (Doppiozero, 24 Giugno 2025)
«La filosofia, ..., non esiste. Esistono al più degli esseri umani che la praticano e ne fanno esercizio». Queste le parole di Carlo Sini nel suo ultimo libro Filosofia e memoria. La vita come scrittura, edito da “il Saggiatore”. Ma costui - mormorerà tra sé il lettore malizioso - non è lo stesso che negli ultimi sessant’anni ha scritto oltre quaranta volumi dedicati, grosso modo, a temi filosofici? E questa sarebbe la sua conclusione? Dopo tutta ’sta fatica, si scopre che la filosofia non esiste? Sì, è così ... ma non è affatto una conclusione. Forse si potrebbe dire che è un piccolo inizio.
Nessuno si faccia illusioni: certo, la filosofia non esiste, anzi è letteralmente esplosa ... ma non è che invece le altre discipline se la passino bene, tutte belle arroccate nei loro statuti, nel castello dei loro protocolli. Su questo punto, cogliamo l’occasione per offrire uno spaccato del volume, in cui s’alternano riflessioni e aneddoti, dando vita a un gioco di teorie colme di ricordi, di pensieri misti a racconti autobiografici. L’autore ha inteso intrecciarli tra loro in modo inestricabile, già nel titolo. Ha in mente qualcosa: seguiamolo.
I. Per varie ragioni, trattando di memoria, si comincia a parlare di alcune divinità greche: Temi, le Parche, le Ore. Rammentando i Prolegomeni di Kerényi, siamo costretti a constatare come oggigiorno l’accesso al mondo spirituale della mitologia ci sia precluso: l’abbiamo perduto proprio a causa del nostro spirito scientifico - questo scriveva il grande storico delle religioni ungherese. Adesso la scienza ci aiuterà a dissodare nuovamente il terreno, per farci scoprire come funzionava la mentalità arcaica. Qui interviene Sini, con la sua domanda che ormai non esitiamo a definire “classica”, perché condensa il suo stile, direi quasi il ritmo del suo pensiero mentre procede lungo il cammino. Dunque, Sini chiede: “Ma scienza in che senso?”.
Spieghiamoci meglio. Incontriamo uno studioso di miti. Con fare bonario, ci prende da parte e ci ricorda l’aspetto immaginifico e musicale di queste narrazioni: per fortuna oggi possiamo contare su studi filologico-letterari e raffinatissime analisi sotto il profilo mitologico. Siamo in grado di indagare le “proiezioni simboliche” prodottesi in quegli “stati di trance” da cui poi sarebbero scaturite leggende e saghe. E di nuovo prende parola Sini: proiezione simbolica? Stati di trance? Ma davvero? Viene il sospetto che tale terminologia, così complessa, fosse del tutto sconosciuta alle Baccanti, mentre erano preda di Dioniso. I riferimenti “scientifici” citati dianzi sono utilissimi, ci fanno capire molto, ma forse «dicono qualcosa di noi, non di loro».
Insomma, siamo abituati a parlare di questi fenomeni tramite una gran finzione: l’esperto ce li sta illustrando scientificamente come se fosse stato lì presente all’epoca mentre si consumavano. Immaginatevi per un istante la scena: può essere un bell’esercizio. Le Menadi imperversano sul Citerone ma, se è per questo, potremmo rammentare Edipo che scopre di essere parricida, o - perché no - un rapsodo che canta le gesta di Odisseo. Bene, accanto alle Menadi, a Edipo e al rapsodo noi pensiamo di trovare - come testimoni della scena - Kerényi, Otto, e mettiamoci anche Creuzer. Sono lì, tutti in fila: non assistono alla scena, non vogliono soltanto prendere appunti e note preziose per comporre i propri volumi. Stanno proprio vivendo la cosa in prima persona. Ma non è andata così: nessuno di loro è mai stato una Baccante, né Edipo e nemmeno un rapsodo che canta le imprese di Odisseo. Non hanno visto quelle cose, non erano presenti. Ed ecco la domanda, nella sua cadenza costante, come un ritornello: «scusate - chiede Sini - ma quali cose? Quale presente?».
In ogni vita si manifesta un intero mondo, fatto di opinioni, di usi, di abitudini - insomma in ciascuno di noi risuona un intero orizzonte di pratiche nate e sviluppatesi in tempi assai remoti. Non sappiamo da quali e quante strade vengano i nostri antenati o le pratiche che abbiamo letteralmente incorporato: non ne abbiamo memoria, anche se in qualche modo essi vivono silenziosamente, ma attivamente in noi. Torniamo alle Baccanti: anche in loro affioravano credenze, tradizioni e modi di vivere a noi certamente ignoti. Quando proviamo a dire che forse già Ovidio e Orazio non credevano più all’esistenza degli dèi come invece ancora accadeva nelle Baccanti, persino qui Sini torna a metterci in guardia. Torna quel ritmo di pensiero: eccolo di nuovo. Già quando diciamo “credere” siamo assai imprecisi, poiché il termine è oramai carico della tradizione biblica, ed evangelica in particolare. Chi può sapere effettivamente quale rapporto intrattenessero i poeti latini con le divinità? Di nuovo, siamo noi che proiettiamo su di loro qualcosa di interamente nostro.
Quando vogliamo indagare qualche oggetto, ogni volta adoperiamo il linguaggio per cercare di catturare tramite una parola un’azione singolarissima: un evento peculiare, irripetibile, irriproducibile. Le parole impiegate sollevano il particolare al livello del concetto, dell’universale: cercano di iscrivere un preciso accadimento entro la verità della dimensione scientifica. Pronti? Eccolo di nuovo, quel ritmo: «ma chi ha detto, dove è stabilito, come è stabilito che questo si debba intendere per verità?». Perché l’universalità dovrebbe coincidere con la verità? Questo è soltanto un punto di vista: utilissimo, nobilissimo, carico di storia, almeno da Galilei in poi, ma - appunto - soltanto un punto di vista.
II. Ci sentiamo coinvolti, assieme all’autore, in un’operazione di scavo: mitologia, testimoni, credenze, scienza ... tutta “roba nostra”, una terminologia tutta nostra. Detto in breve, il linguaggio stesso che adoperiamo per imbastire l’intera trama della nostra civiltà, anzi delle varie civiltà, non è neutro: è una pratica, che opera, agisce e trasforma la realtà in cui viviamo - innanzitutto, giusto per fare un esempio, il linguaggio denomina quel “tutto che ci circonda”, stipandolo a forza entro lo spazio angusto di sei lettere “r-e-a-l-t-à”. Ed eccola qui, la cosiddetta realtà: l’abbiamo chiamata così.
Per di più ci siamo illusi che, esistendo la parola, esistesse anche la cosa corrispondente. Ma non c’è una “cosa” che corrisponda alla parola “realtà”: ci sono una serie innumerevole e incalcolabile di processi, entro i quali sorge persino il linguaggio; quel linguaggio che è capace di spezzettare e frammentare questo flusso unico in varie parti, assegnando a ciascuna un nome. Tra queste svariate “cose” troviamo anche la realtà - la cosiddetta realtà, che è tale solo perché “così-detta”.
Qui sembrerebbe proprio di toccare il fondo: scopriamo che non esistono “cose in sé”, ma soltanto cose “nominate”, secondo questi o quei termini, all’interno di questa o quella tradizione linguistica. “Ma insomma - esclamerà qualcuno - diteci una buona volta come stanno davvero le cose”. E ancora, noi qui sentiamo affiorare un ritmo, una voce che replica: dire le cose come stanno? Ma davvero? «Dando quindi per scontato che le cose stiano “di là”, così come stanno e come sono, e il dire stia “di qua”, dirimpetto alle cose».
In realtà, ancora una volta, non ci sono gli oggetti da un lato e il linguaggio dall’altro: questa sarebbe una triviale semplificazione - benché sollecitata dal funzionamento del linguaggio stesso. Al contrario, c’è un processo, un transitare dall’uno agli altri, una relazione reciproca, concreta, in cui entrambi i fronti - linguaggio e cose - crescono assieme. Magari toccassimo il fondo ... piuttosto pare davvero mancarci il terreno sotto i piedi: come ci muoviamo adesso?
III. Altro che filosofia! Qui a esplodere è la scienza e l’intera cultura alfabetica. Abbiamo scovato una distanza abissale tra la vita e il sapere: altro è l’accadere, altro la conoscenza dell’accadere. L’autore ci narra vari episodi della propria vita, vari aneddoti, senza fare nulla per celare la parzialità prospettica tramite cui li riporta. Così pure le Baccanti danzanti tramontano e a noi resta il racconto, e poi lo studio del racconto, e l’analisi filologica del racconto - avendo perso oramai il loro vissuto.
Sini rileva come attorno a questa soglia scienza e filosofia si separino. La filosofia s’accorge che c’è uno stacco tra la teoria e la vita. Non c’è “qualcosa da fare” in proposito: cominciamo ad accorgerci del problema, lasciando che in qualche modo lavori in noi, per quanto ancora non si veda all’orizzonte una soluzione.
Cerchiamo di ricavarne l’esito in forma radicale: la differenza stessa tra natura e cultura appare tutta interna alla cultura.
Di fronte a questa soglia esistenziale, che coincide con il nostro modo di essere, scopriamo che la Terra è da sempre “antropizzata” e non c’è modo di “tornare indietro”. Indietro dove? Non vedere che il “prima” è pur sempre una costruzione linguistica?
A furia di scavare, abbiamo inteso che l’umano si manifesta come eccedenza. Viene in mente l’antico racconto della cacciata dal paradiso terrestre o il mito greco dell’età dell’oro. Qui le parole di Sini prendono un sapore platonico, inconfondibile: «che altro potrei fare in proposito, se non raccontare una favola?». Il mito ci dà accesso a una prospettiva sul “vero” che non coincide con quella della scienza. Cerchiamo d’intenderci: è chiaro ormai che il “vero”, a sua volta, non è concepibile come fosse una cosa: anch’esso è un processo, che si sviluppa nel gioco dei vari punti di vista.
Religione cristiana o materialismo scientifico: chi ha ragione? Proprio questo è il tema: non c’è un terzo che, da fuori, possa stabilire chi abbia ragione. Ogni prospettiva conta, perché in essa si riflette e si esprime un intero mondo.
IV. Leggendo queste pagine - non dimentichiamolo: è anche un’autobiografia - ci si imbatte in quel che Sini definisce «il compito della mia vita», vale a dire il senso di tutti i suoi interventi pubblici, dei suoi lavori seminariali a Mechrí. «Che cosa credevate? Questa è la “rivoluzione culturale” che un vecchio professore di filosofia, con la sua storia e il suo abito mentale, non può fare a meno di auspicare». Una rivoluzione! Dove i veri rivoluzionari saranno gli scienziati, ingegneri, filosofi, intellettuali. Scienziati di tutto il mondo, unitevi! Un’avanguardia rivoluzionaria di nuovi monaci, che vanno tra i lupi a mani nude. Sono quei personaggi che in ogni società e in ogni tempo innovano.
Un’altra stazione di posta, dove le domande, anziché diminuire, si moltiplicano. L’autobiografia tiene in serbo altri aneddoti, altre storie, altri ricordi: grandi questioni e dettagli di vita convivono. Alla luce di questa operazione genealogica, come e perché studiare il passato? Non è forse già svanito, riformulato dalle nostre parole? E dove sono finiti quei giorni, quelle ore, quei pomeriggi, quegli amici mai più visti? Piccola curiosità, come si colloca Sini politicamente: a destra, o a sinistra? Ma, soprattutto, come intendere la nozione stessa di verità? Dobbiamo forse abbandonare l’idea della verità come oggettività e incamminarci lungo il sentiero del vero inteso come “potenza di diffusione”?
Tutte domande a cui il lettore troverà e non troverà risposta nel libro. Troverà qualcosa, ma è l’autore stesso, sin dalle prime pagine, a dichiararsi insoddisfatto del risultato - sicuro che ritornerà su questo o quel tema ... «sino a che verrà qualcun altro, a cercarlo ancora per me». Qualcuno leggerà il libro e, insoddisfatto, tornerà a interrogarsi, aprendo strade nuove. Forse sentirà sussurrare tra sé e sé quel messaggio che un tempo veniva trasmesso sottovoce alle orecchie dei giovani.
«Sì, misera pulce, non sai e non capisci proprio niente: prima te ne rendi conto meglio è. La cosa cui aspiri è invece grande, tanto grande, tanto più grande di te e di me. Ma vedi un po’, sembrerà incredibile, ma magari puoi farcela. Prova ragazzo, prova ragazza, prova: non si sa mai».
ENZO PACI. IL FILOSOFO E LA VITA
Il rapporto tra maestro e allievo nel ricordo di Carlo Sini
di Fulvio Papi *
Alla ricchissima produzione filosofica di Carlo Sini si aggiunge ora un libro di rara eleganza filosofica e narrativa. Il suo titolo, molto rapido, è Enzo Paci. Il filosofo e la vita, Feltrinelli, Milano, 2015. Se poi desiderassimo anticipare quella che è la gradevole scoperta del testo, dovremmo scrivere “La mia giovanile vita filosofica intrecciata all’esperienza decisiva di Enzo Paci della fenomenologia di Husserl”. Rendere i titoli referenziali ha solo il vantaggio di svelare al lettore un cammino di verità, poiché proprio in questo intreccio sta il fascino di queste pagine. La filosofia vive (fenomenologicamente) in una esperienza vivente, in una intenzionalità che si ripete e così si rinnova.
Siamo nel 1957 quando Sini, dopo la dolorosa scomparsa di Barié con cui era laureando, si trova a comporre il suo lavoro di tesi hegeliano nell’atmosfera filosofica che Paci sta inaugurando. È l’inizio di quell’epoca straordinaria, quando il filosofo era impegnato in una rinascita fenomenologica, che fu una esperienza molto importante nella nostra cultura. Poi Paci aveva una energia straordinaria e una dedizione totale propria di un filosofo che in Husserl trovava la modalità veritativa del pensiero. Il lavoro delle lezioni, dei seminari, della promozione editoriale, della rivista «Aut-Aut», convegni, dibattiti in Italia e all’estero. È una ebbrezza intellettuale ma anche una passione personale. Paci, che riconobbe subito Sini come un ingegno fuor dal comune e un giovane filosofo cresciuto nella filosofia, gli assegnò il posto di assistente, e così Sini fu coinvolto teoreticamente ed emotivamente in questa impresa filosofica il cui stile passava, come processo di formazione, dal maestro all’allievo. Il libro di Sini rimanda con chiarezza filosofica e con un ricordo pieno di partecipazione questo riflettersi di compiti e di obiettivi filosofici. Le pagine nella loro stilistica sobrietà fanno rinascere il tessuto vitale di quel tempo.
Lo “stacco” di Sini avviene su una domanda fondamentale: “che origine ha l’autocoscienza, come si è costituita?” Quindi Nietzsche, il pragmatismo, la concezione della scrittura alfabetica come condizione del pensiero oggettivante, le pratiche che costituiscono, nel loro intreccio, gli orizzonti filosofici e culturali. È Sini che, nella memoria del suo cammino, ci presenta un Paci vivente. Come oggi non è, per molte ragioni che potrei anche elencare facilmente. Ma chiuderò un po’ alla Kraus: “Il lavoro filosofico di Paci era troppo intelligente e troppo ampio per ridurlo a una banalità”.
Il Papa e i credenti
Se la verità diventa avventura
La lettera del Papa mi ricorda i pensieri del card. Martini: la questione prima per la Chiesa non è la dottrina ma l’annuncio e la testimonianza
Nessuna esperienza della verità è priva di relazioni: questo vale per credenti e non
di Carlo Sini (l’Unità, 12.09.2013)
La risposta di Papa Francesco alle domande di Scalfari conferma una volta di più l’ammirevole e per certi versi stupefacente disponibilità dell’attuale Pontefice ad aprirsi a un dialogo e a una presenza reale ovunque e con chiunque lo interpelli con sincerità e nobiltà di intenti.
Nella risposta molte cose importanti meriterebbero ovviamente attenzione adeguata. Per esempio il senso, a mio avviso, profondamente pastorale che emana da tutto il testo: non è questione prima per la Chiesa la dottrina, la «filosofia», ma l’annuncio e la testimonianza, la pratica concreta dell’amore. Anche il cardinale Martini, nei suoi interventi alla cattedra dei non credenti, pur non sottraendosi alle argomentazioni più sottili, privilegiava, se ben ricordo, la parola semplice e piana, che tocchi il cuore, la speranza e il destino esistenziale di chi ascolta.
C’è però più di un passaggio che suscita attenzione in chi, muovendo, diceva Scalfari, dalla modernità illuminista, ha detto addio a una supposta verità assoluta; con il sottinteso che la Chiesa sia invece tuttora favorevole ad attribuirsela. In proposito la risposta di Papa Francesco è non poco spiazzante: non è il caso di parlare di verità assoluta nemmeno per il credente. Ma qui bisogna intendere. Ciò che Papa Francesco rifiuta è che il non essere assoluto della verità equivalga all’esistenza di «una serie di verità relative e soggettive», come Scalfari sembra ritenere e con lui certamente moltissimi. Ora, che una verità sia «relativa» e «soggettiva» equivale a un’opinione priva di senso, che dice «verità» e che evidentemente non pensa ciò che dice; così pure non ha senso pensare verità in tono minore o «debole».
Papa Francesco dice invece chiaramente che cosa si deve pensare dell’assoluto: assoluto significa «sciolto» (ab-solutus), cioè privo di relazioni; ma nessuna esperienza o figura della verità è priva di relazioni, quella del credente come quella del non credente. Si tratta dunque di mutare sguardo relativamente a ciò che intendiamo nel riferirci alla verità. Uno sguardo inadeguato è quello che ritiene che la verità coincida con il contenuto di una credenza o con la forma logica di un giudizio (il famoso principio di non contraddizione, che suggestiona ancora qualche filosofema superstizioso). Papa Francesco invita a considerare invece la verità un cammino e una relazione di vita. In termini più filosofici direi che la verità è un evento, qualcosa a cui si appartiene, dice il Papa, e non che ci appartiene.
In un’intervista recente mi capitò di dire che la verità è un’avventura (chissà perché qualcuno vi ravvisò un pericolo di...nazismo): per avventura siamo nati e destinati a un certo mondo, che non abbiamo scelto. Dice Francesco: senza la Chiesa non avrei incontrato Gesù. Scalfari potrebbe dire: senza la tradizione della cultura illuminista non sarei quel non credente che sono. Tutto questo non è certo secondario o accidentale, perché senza relazioni (alla Chiesa, all’illuminismo, all’ebraismo ecc.), nessuna verità si fa presente e si manifesta. Il punto è come possa stare ognuno di noi nel suo destino e nella sua occasione di verità.
IL CAMMINO E L’ERRORE
E qui non so sin dove il mio dire cammini insieme al dire generoso di Francesco. Quello che penso dei contenuti che ognuno di fatto riferisce alla verità è che essi sono certamente inadeguati, nella loro parzialità storica, psicologica, antropologica ecc. Vi è qui come la certezza dell’essere in errore e dell’errare: senza questa consapevolezza, pregiudizio e superstizione la fanno da padroni (una Chiesa così disegnata sarebbe oscurantista, il che, osserva il Papa, è scandaloso pensarlo di una istituzione che ha per legge l’amore e per fine la liberazione di tutti gli esseri umani). Ma il fatto che i contenuti siano in errore rispetto al loro stesso evento, alla totalità che mai potranno circoscrivere, non significa affatto che essi siano trascurabili o secondari: è solo attraverso di essi, infatti, che ognuno fa di continuo esperienza della verità, del camminare della verità in relazione con noi, modificandoci e destinandoci all’avventura sempre aperta della vita, a un compito di incarnazione transitoria del destino che ci è assegnato. Imparare a considerare la verità non solo dalla parte superstiziosa del significato, ma dalla parte dell’evento, in quanto evento del significato e di ogni significato, dell’occasione e della nostra occasione, è forse l’apertura a una comprensione umana che sia più vera e più profonda della mera opposizione tra credenti e non credenti.
Il senso di Roncalli e di Martini
di Carlo Sini (l’Unità, 14 novembre 2012)
La sfida in diretta tv per le primarie del centrosinistra è stata un successo: su questo non mi pare che si possano avanzare dubbi. Si è trattato, oltre al resto, di una grande lezione di stile di cui la politica tutta aveva bisogno: ne siamo ugualmente grati ai cinque protagonisti. Si è avuta altresì la sensazione della presenza, dietro ai loro interventi, di una grande forza politica accomunante sulla quale contare, pur nelle differenti opzioni strategiche o forse anche proprio per quelle. La cultura monolitica non giova alla politica, che è sempre mediazione in atto tra il reale e l’ideale, il possibile e l’attuale.
Ovviamente la presentazione dei candidati leader secondo una logica televisiva, oggi indispensabile per tutti noi che siamo la gran massa degli elettori, è in grado di offrire informazioni preziose sulla personalità di ognuno, sui tratti caratteriali e sui riferimenti programmatici essenziali; sappiamo benissimo però, o dovrebbero sapere tutti, che la politica reale è poi tutt’altra faccenda, anzitutto perché i propositi e le intenzioni sono una cosa, la loro realizzazione un’altra. Qui l’azione del singolo leader è certamente importante, ma la sua efficacia e le sue possibilità di successo sono affidate a molte altre componenti complesse e anche problematiche.
C’è per esempio bisogno di una cultura politica di fondo capace di analisi efficaci; c’è bisogno, proprio per ciò, di un intero gruppo dirigente che, sebbene diviso in molti particolari, sia coeso e collaborante nelle strategie essenziali; c’è bisogno di vedute ampie e generose di lungo percorso e di capacità tattiche per interventi ravvicinati e di immediata comprensione.
Le forze che si oppongono al cambiamento, spesso nascoste dietro la facciata della saggia moderazione, sono enormi, molto più radicate e potenti, e disposte a difendersi con ogni mezzo, di quanto l’opinione pubblica possa sapere e immaginare: una politica realmente riformista, aperta a un futuro di maggiore giustizia e di profonda rinascita economica e morale, non trarrà molto vantaggio dagli slogan e dalla incarnazione di modelli di facile presa spettacolare. Ben altra, ben altrimenti dura e complicata sarà la partita e ogni tentazione semplificatoria esibita con populistica baldanza, come accade oggi con l’antipolitica da strada, è sostanzialmente un inganno perpetrato contro il popolo degli elettori.
Proprio per questo una politica degna di questo nome dovrà coniugare la tenacia coerente e intransigente degli interventi capillari con dei modelli di governo di alto profilo e di profonda portata. In questo senso molto mi ha colpito il riferimento di Bersani a papa Giovanni XXIII e di Vendola al cardinale Martini. Il fatto che due massimi esponenti di una forza di grandi tradizioni laiche e di sinistra abbiano ravvisato un modello ispiratore in due figure della chiesa cattolica non va però equivocato. Non si tratta, a mio avviso, di sottolineare il riferimento alla istituzione ecclesiastica o a un generico cristianesimo. Al contrario, proprio le due figure prese a riferimento incarnano agli occhi di tutti momenti di rottura con una istituzione immobilista e reazionaria, esempi di una quotidiana apertura al nuovo e all’essenziale rispetto a una tradizione inaridita, nonché il sogno di un ritorno alle origini rivoluzionarie di quella tradizione stessa.
In questi riferimenti leggo l’esigenza di riportare la politica sui binari di una visione universalmente terrena e umana della vita sociale, di riconsegnarla a un ideale che ne giustifichi l’impegno, le fatiche e i pericoli reali, quando quegli ideali si traducano in azioni concrete. È la nobiltà della politica, ben oltre le sue pur necessarie espressioni pragmatiche, a essere invocata, è la sua dedizione alla liberazione e alla tutela dei più deboli, è la sua capacità di credere in una giustizia che superi la condizione attuale, interpretando in questa luce ideale ciò che ha caratterizzato e caratterizza l’umanità tutta intera nella sua storia.
Diceva Rousseau che mentre le forze della conservazione si prodigano per convincerci che il cambiamento è impossibile, l’azione politica trasformatrice ha sempre dimostrato il contrario. Tutti i modelli che aiutino a riconquistare e a confermare questa fede siano benvenuti.
Quel cammino con i non credenti
di Silvia Vegetti Finzi (Corriere della Sera - Milano, 4 settembre 2012)
Che cosa significano la personalità e il magistero dell’arcivescovo Carlo Maria Martini per un «non credente», per giunta donna, e di origine ebraica da parte di padre? Innanzitutto capacità di ascolto e poi riconoscimento di una appartenenza, direi all’umanità, che supera ogni genere di divisioni, sbarramenti, differenze e certificazioni.
All’opposizione «credenti e non credenti» sostituiva, come si sa, quella tra «pensanti e non pensanti» ove, alla seconda, non corrisponde nessuno in quanto alle domande più radicali non ci si può sottrarre. Nella vita procediamo verso un orizzonte a tratti oscuro, a tratti luminoso, mai definito una volta per tutte.
In questo senso siamo tutti in viaggio verso un luogo inesplorato di cui, più che la meta, Martini indicava la mappa: i testi sacri della cristianità, la Bibbia e il Vangelo. E in particolare la zona intermedia tra l’uno e l’altro, lo spazio in cui l’attesa s’illumina di speranza e la Salvezza diviene una possibilità concreta già nella Città terrestre, ancor prima di approdare nella Città celeste.
Quando, nel 1996, fui chiamata a parlare dalla «Cattedra dei non credenti» sul tema «La violenza è dentro di me?», non sapevo perché ero stata prescelta tra tanti possibili candidati. E non lo so tuttora. Forse per una certa incollocabilità: per non essermi mai schierata con un partito o identificata con una istituzione pur restando aperta al sociale, disponibile alle sue richieste.
La sera precedente m’invitò a cena e, intorno a una tavola frugale, cui partecipavano anche altri due o tre prelati, mi chiese che cosa ne pensavo dei bambini che crescono a Milano, in una città così poco favorevole all’infanzia.
Raramente ho trovato un interlocutore più attento e seriamente impegnato a comprendere i problemi e, se possibile, trovare soluzioni praticabili. Quanto alla successiva conferenza, mi chiese di riflettere sulla mia vita, sul fatto di essere nata, con un cognome evidentemente ebreo, nell’anno della emanazione delle «Leggi speciali» che inaugurarono le persecuzioni antisemite in Italia.
La seconda parte del mio discorso avrebbe invece dovuto esporre l’etica femminile. Trattai il tema nel segno della «differenza sessuale» contrapposta all’omologazione e proposi che, in quanto donne, dovremmo cercare di acquisire, non tanto autorità, quanto autorevolezza.
La serata, aperta dal biblista padre Salmann, proseguì con lo straordinario accostamento di Lalla Romano tra violenza e poesia. Ma il contributo più rilevante fu la riflessione sull’intero ciclo di conferenze che il cardinal Martini volle concludere così: «Dipende anche da ciascuno di noi se allo Spirito è dato ancora oggi di operare attraverso la nostra voce e le nostre mani».
Il pubblico era innumerevole e l’attenzione, nonostante l’ora tarda, senza cedimenti. Forse quelle potenzialità non ebbero l’esito sperato ma sono convinta che nulla vada perduto e che la folla, che ha sfilato due giorni per portargli l’ultimo saluto sia l’erede, talvolta inconsapevole, di quella grande stagione. Testimonianza di una Milano custode di un patrimonio di intelligenza e di sensibilità, di cultura e di solidarietà che ci fa sperare, anzi credere, in un domani migliore.