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Questione antropologica

IL PROGRAMMA DI KANT. DIFFERENZA SESSUALE E BISESSUALITA’ PSICHICA: UN NUOVO SOGGETTO, E LA NECESSITA’ DI "UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA".

sabato 16 dicembre 2006 di Federico La Sala
COME ALL’INTERNO, COSI’ ALL’ESTERNO: "VERE DUO IN CARNE UNA". NOTE SUL PROGRAMMA DI KANT
di Federico La Sala *
Kant elaborò esplicitamente tutto l’apparato di concetti, di principi, di argomentazioni della sua filosofia, per giustificare la validità della conoscenza nel caso di un soggetto attivo e recettivo insieme, cioè in vista di un punto di partenza precisamente dualistico, e non unitario (V. Mathieu, Introduzione all’Opus Postumum di Kant, Zanichelli, Bologna, 1963). (...)

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> IL PROGRAMMA DI KANT. --- SONNO DOGMATICO E STORIOGRAFIA HEGELIANA. "Una metafisica troppo ‘nobile’ del desiderio: A. Kojève e J. Lacan" (di Roberto Finelli).

lunedì 3 novembre 2025

"Una metafisica troppo ‘nobile’ del desiderio: A. Kojève e J. Lacan".

di Roberto Finelli [2020] *

1. Una dialettica senza violenza: dal ‘tre’ al ‘quattro’

È la genesi del pensiero di Hegel, nel contesto dell’eredità del criticismo kantiano, che può ben far comprendere, quanto la filosofia hegeliana sia stata di fondo assai più una filosofia del riconoscere che non una filosofia speculativa del conoscere. Il contesto è quello fichtiano di una nuova definizione di libertà rispetto a quella kantiana della Critica della ragion pratica.

Giacché qui libertà non è più autonomia della ragione, quale facoltà di sintetizzare di per per sé un universale pratico, bensì è sintesi degli opposti, quale facoltà di risolvere ogni non-Io nell’Io, ossia quale facoltà dell’Io assoluto di ritrovare e riconoscere sé medesimo in ogni determinazione opposta del non-Io. Nuova definizione di libertà, cui va aggiunta, l’elaborazione che, attraverso Schiller, ne fa Hölderlin, ripensando, e criticando insieme, la sintesi fichtiana nel verso dell’armonia e bellezza della composizione degli opposti, senza che nessuno dei due abbia a dominare e ad estremizzarsi rispetto all’altro.

L’idealismo tedesco nasce, dal kantismo ma oltre al kantismo, proprio e solo con tale nuova definizione di libertà, senza intendere la quale, nella sua differenza dalla sintesi kantiana, non s’intende la nuova epoca, non solo della storia delle idee, ma della nuova teoria sociale, giuridica e politica della modernità, che appunto l’idealismo tedesco inaugura e consegna come orizzonte ulteriore al liberalismo kantiano.
-  L’idealismo tedesco è oltre il criticismo, o se si vuole è una radicalizzazione del criticismo, certo per motivi teoretici, ma anche e soprattutto per motivi etico-politici, giacché nella sua problematicità di base è la questione di come affrontare, quanto a compiutezza di libertà, una modernità che già in Schiller e Hölderlin, per limitarsi a solo questi due autori, si presenta non solo come progresso e illuminismo ma anche come realizzazione asimmetrica, unilaterale e repressiva delle potenzialità dell’umano.

Ma è proprio dal confronto con l’impercorribilità della soluzione drammatico-estetica data da Hölderlin a tale programma di nuova libertà e di nuova organicità etico-politica che emerge l’originalità e la peculiarità della soluzione hegeliana, con la conferma che la fonte del pensiero di Hegel non è, come da molti pure autorevoli interpreti s’è voluto dire, teologica e mistica, bensì è profondamente pratico-politica: nel senso elevatissimo del termine, quale intento di realizzare il regno di Dio sulla terra, attraverso una rivoluzione culturale e morale che, oltre la Rivoluzione Francese, attingesse senso appunto da un’antropologia priva di estremizzazioni e di polarità antitetiche. Una rivoluzione cioè che realizzasse la Rivoluzione francese senza il Terrore. Senza la violenza di un’autorità che dall’esterno proponesse e imponesse universalizzazioni e socializzazioni, visto che l’obiettivo era quello appunto di un universale che nascesse dalle movenze stesse, interiori e intrinseche, del particolare1 . La soluzione hegeliana consiste, a partire da quel testo bellissimo e densissimo che è il manoscritto di Der Geist des Christentums und sein Schicksal, nella teorizzazione che ciascun estremo, nella sua polarizzazione asimmetrica, non riesce a coincidere e a mantenersi in sé medesimo, in quanto è invaso, a un certo punto, per necessità, ossia per destino, dall’altro opposto, ossia dal mondo e dall’alterità che dogmaticamente ha lasciato fuori di sé. [...]

Questo trapasso fondamentale dal Tre al Quattro, quanto a elementi strutturali del reale, è stato accolto da Hegel nella lunga frequentazione con Schelling a Jena, dopo il condiscepolato di Tübingen. Ne è generato quel filosofema, da quel momento centrale, nel pensiero di Hegel, secondo il quale ogni polarità di un’opposizione si sintetizza con l’opposto solo facendosi intero in sé medesima, vale a dire accogliendo l’opposto dentro di sé e rinunciando alla violenza, o di una assimilazione dell’opposto o di una sintesi terza ed esterna.

Ciò vale a dire che la dialettica implica la quadruplicazione dei termini - non la loro triadicità - in quanto ciascuno degli opposti ha da farsi l’intero e, in questa prassi reciproca di alterazione di sé, produrre intrinsecamente la dimensione dell’Assoluto e della Totalità del reale in quanto luogo della conciliazione. A conferma di quanto sopra si diceva: cioè che la dialettica hegeliana nasce dall’obbligo di realizzare la Rivoluzione francese senza la Rivoluzione e il Terrore, specificamente di realizzare la universalità della ragione kantiana senza che la ragione s’imponga autoritariamente al sentimento. Nasce come pensiero della non violenza assoluta e di un’etica generalizzata come bellezza e armonia e, appunto, la quadruplicazione dei suoi termini costitutivi è la messa in opera di tale sua fondazione radicalmente non violenta e pacificatrice.

2. Il puro concetto del riconoscere Nella Fenomenologia dello spirito una delle testimonianze più esplicite di questa quadruplicazione dei termini propria della dialettica hegeliana è contenute nelle pagine dell’Autocoscienza quando, ancor prima della trattazione del confronto tra signore e servo, Hegel introduce e definisce il “puro concetto del riconoscere (reine Begriff des Anerkennens)”3 .

Bisogno plebeo del corpo e desiderio nobile di riconoscimento possono, al contrario, procedere verso cammini filosofici e terapeutici di intreccio e integrazione. A patto però di cambiare completamente registro filosofico e terapeutico, rispetto all’asse Kojéve-Lacan. E intendere che il sintagma ‘riconoscimento’ - oltre che il riconoscimento dell’altro, oltre che l’esser riconosciuto da un altro - significa riconoscimento di sé medesimi, quale capacità di riconoscere e far emergere a coscienza, contro le proprie censure e le proprie automortificazioni, il proprio fondo emozionale e le pulsioni che lo attraversano. Significa cioè far entrare nella psicoanalisi come filosofia, non solo Hegel, ma anche Kant: proprio per dare maggiore senso e maggiore pienezza di contenuto, quanto a verticalità dell’appropriazione di sé, a quella dimensione di individuazione che è in pari tempo un lasciar essere l’altro, di cui si parlava come appena accennata ma non sufficientemente svolta nella concettualizzazione hegeliana del puro riconoscere16.

Ma parlare di orizzontale e verticale, di socializzazione e contemporaneamente di individuazione, significa entrare in un altro mondo filosofico e psicoanalitico. Significa lasciar perdere Soloviev, Kojève, Heidegger, Lacan e imboccare quel confronto serio tra psicoanalisi e filosofia che, a mio avviso, con l’ingresso di Kant, è stato proseguito e approfondito, muovendo da Klein, dalla scuola anglosassone di seconda generazione e in particolare da W. R. Bion. Dunque un altro discorso per un’altra occasione!

* Roberto Finelli, "Una metafisica troppo ‘nobile’ del desiderio: A. Kojève e J. Lacan" (RIPRESA PARZIALE).


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