il dibattito
Razionalità e nuovi orizzonti *
Il filosofo Habermas aveva visto nel discorso di Ratisbona una svolta verso posizioni antimoderne e il rischio di una nuova ellenizzazione della teologia cristiana. In questo intervento monsignor Giuseppe Betori, segretario della Cei (foto accanto), sottolinea come il Vangelo di Giovanni non sia frutto esclusivamente del tracciato semitico del pensiero biblico, ma anzi l’esempio fondamentale di un parallelo pensiero ellenistico che innerva il tracciato biblico con una idea della sapienza che, su basi anche razionali, consente il dialogo e una più profonda comprensione teologica.
INTERVENTO
Il tentativo di depurare l’annuncio cristiano delle sue radici elleniche rischia di negare una componente essenziale, almeno tanto quanto le radici semitiche del pensiero biblico
Chi vuole sottrarre al Logos la ragione?
di Giuseppe Betori *
Nel dibattito che si è sviluppato attorno alla lezione di Benedetto XVI a Ratisbona non è mancato chi ha voluto rimproverargli un uso indebito del concetto di Logos, in quanto il Logos giovanneo non potrebbe essere connesso alla dimensione della razionalità.
Il rimprovero, per lo più in forma implicita, si ripropone anche in genere con riferimento all’appello del Santo Padre all’ampliamento degli spazi della ragione, accusando in ciò una forma riduzionista della rivelazione biblica, che si modulerebbe piuttosto sul registro della dialogicità. Un’accusa peraltro respinta da Benedetto XVI fin dall’inizio della sua prima enciclica, quando caratterizza il fatto cristiano non come una conoscenza ma come un incontro, un incontro con un avvenimento e più precisamente con una persona, quella di Cristo (cfr. Deus caritas est, 1). Ciò però, per il Santo Padre non solo non esclude ma al contrario esalta la dimensione razionale nella esperienza della fede.
Di qui l’importanza di fare chiarezza attorno al concetto di Logos giovanneo. Non mancano infatti esponenti del mondo degli studi biblici per i quali il retroterra del Logos neotestamentario non sarebbe il mondo della razionalità greca, ma puramente quello del pensiero semitico e in specie il concetto di dabar ebraico, nella sua duplice fondamentale accezione di parola ed evento. Ma facendo questo ci si dimentica che il Logos giovanneo sta al termine di un cammino di elaborazione concettuale ben più complesso della semplice trasposizione dabar-logos, in cui il contatto con il mondo ellenico costituisce un passaggio non secondario del percorso, in particolare nello snodo della riflessione sulla sapienza, in cui per l’appunto nella realtà della sophia il dabar ebraico incontra il logos greco e se ne arricchisce. Come acutamente rileva R. Schnackenbur nel suo commentario al vangelo di Giovanni (Pa ideia, vol. I, p. 364), l’identificazione della parola-sapienza divina con il Logos serve a "realizzare un’"apertura" verso il mondo ellenistico". Più compiutamente si può quindi affermare che nel Logos giovanneo vengono a confluire un insieme di dimensioni che hanno radici sia nel pensiero biblico semitico sia in quello biblico ellenistico, e che possono essere così riassunte: rivelazione, parola, legge, ragione, dialogo ed evento.
Non a caso parlo di pensiero biblico ellenistico, in quanto al di là della risposta che si vuole dare alla questione della ispirazione della traduzione greca dell’Antico Testamento detta dei Settanta, non si può negare il dato storico letterario della presenza fattuale e più ampiamente dell’influsso culturale della Settanta nel Nuovo Testamento, a livello della sua elaborazione e nel suo stesso dettato. Il problema della ellenizzazione del cristianesimo non è un problema esterno alla fase biblica neotestamentaria, ma interno ad essa. A ciò si aggiunga che una corretta teoria dell’interpretazione dei testi non può prescindere dalla storia dei suoi effetti, che per la Bibbia cristiana comincia per l’appunto con il suo collocarsi all’interno del mondo ellenistico e, illuminato da questo, continua a produrre frutti indiscussi per secoli. Prescindere dal rapporto con il mondo ellenico ed ellenistico significherebbe stabilire una cesura immotivata tra il testo biblico e l’inizio della sua comprensione, che diverrebbe invece accettabile solo a partire dall’inizio della fase cosiddetta critica dell’esegesi nel secolo XVIII. Una soluzione di continuità immotivata, o meglio motivata solo ideologicamente.
Ma tornando al significato da attribuire al Logos, non va neppure dimenticato che nel prologo del vangelo di Giovanni il concetto di Logos riceve una sua ulteriore determinazione dalla connessione che gli si riconosce con la sarx, vale a dire con quella carne che ne d etermina la forma personale nella storia.
Considerando pertanto l’intero tragitto culturale è errato opporre il Logos giovanneo al concetto di ragione, facendo parte quest’ultima dei suoi inalienabili caratteri costitutivi. Il Logos giovanneo assume e arricchisce di significato il logos-ragione ellenico, connettendo indissolubilmente ragione e relazione, verità e fedeltà/libertà, ma non rinuncia alla dimensione razionale che ne determina il significato originario. Così che non si può dare dia-logos senza logos, vale a dire che non si può dare incontro di salvezza senza acquisizione e riconoscimento della sua ragionevolezza.
* Avvenire, 21.03.2007