NAPOLI
Una retrospettiva sull’artista lombardo discendente di Alessandro. Cercava di dimostrare l’effimero dell’operazione d’arte, a partire dallo stesso concetto. Documentato anche il contesto storico
Piero Manzoni, il «newdada»
Belli tra i suoi oggetti anche le sculture semoventi, come quelle sostenute da un getto d’acqua, che sono tese a formare continuamente volumi variabili
Da Napoli Giorgio Agnisola (Avvenire, 29.05.2007
«Non c’è nulla da dire, solo da essere, solo da vivere». Piero Manzoni, l’artista lombardo discendente del celebre Alessandro, di cui s’è aperta a Napoli, al Museo Madre, un’antologica curata da Germano Celant, questa frase soleva ripeterla a spiegazione del suo lavoro. E, in effetti, l’espressione in qualche modo chiarisce il senso della sua ricerca, essenzialmente concettuale, pure nella forma newdada che la caratterizzò dal 1957 al 1963, anno della prematura scomparsa.
Indubbiamente, a rileggerla oggi, la produzione di Manzoni ha una carattere di particolare intensità nel contesto delle sperimentazioni tese a sottrarre definitivamente l’arte ad una modalità convenzionale, e a coniugare arte e vita, anche al di là delle stesse esperienze dadaiste che restano comunque alla base di gran parte della ricerca del dopoguerra. È l’idea stessa dell’arte ad essere messa in discussione, in eguale misura alterata e rigenerata con illuminanti provocazioni. Ed è in questa chiave, soprattutto, che si interpreta l’opera di Manzoni, come sguardo teso ad indagare soprattutto le motivazioni profonde del linguaggio.
Opportunamente la mostra napoletana, la più significativa dopo quella milanese, tenuta dieci anni fa nel Palazzo Reale, è stata allestita con un doppio parallelo segmento narrativo. Da una parte viene documentato il percorso artistico di Manzoni, dall’altro il contesto storico-culturale, in cui l’opera del maestro si è affermata. Ne deriva un confronto prezioso, non solo sul piano conoscitivo e su quello dei collegamenti con l’attività degli artisti che su fronti convergenti operavano nell’area occidentale, da Klein a Mack, o da cui l’artista aveva tratto importanti suggestioni, da Fautrier a Burri, a Fontana, ma soprattutto su quello estetico e concettuale.
Ovviamente una tale contestualizzazione dell’opera ripropone anche le perplessità, le riflessioni sul valore intrinseco di molta arte contemporanea e in particolare sulla prevalenza del dato intellettuale su q uello propriamente espressivo. Ciò comunque non sminuisce la forza delle intuizioni del maestro lombardo e il fascino di alcuni suoi più famosi interventi, dalle sue Scatole-linee, degli anni ’59 e ’60, ai suoi Achromes dei primi anni ’60, alle sue ormai celebri Merde d’artiste. Del resto Manzoni, pure nel breve arco della sua vita artistica, fu versatilissimo. Il suo interesse spaziò dalla demistificazione linguistica, attivata per dare risalto alla specificità e alla autonomia espressiva dei materiali, anche i più insoliti, come l’ovatta e il polistirolo, alla provocazione filosofica, alla sperimentazione di spazi e contesti innovativi. Negli anni ’60 l’artista sperimentò ad esempio una sorta di sculture semoventi, sfere mantenute in sospensione da getti d’acqua, le quali girando creavano volumi virtuali, o sculture con movimenti autonomi, che si contraevano, emettendo suoni, o si muovevano col variare della luce.
Il lavoro di Manzoni è stato in fondo un continuo interrogarsi sul senso dell’arte, documentando la consistenza effimera dell’opera, che non è solo nell’oggetto che in definitiva viene esposto al pubblico, ma anche e talora soprattutto nell’idea che lo sovrintende. Assumono allora importanza fondamentale le dichiarazioni stesse dell’artista, i suoi progetti, le sue alchimie. L’opera può essere anche solo reperto, citazione, al più un indizio metaforico, come nella celebre Base del mondo, del 1961, esposta a Napoli e proveniente dal Parco di Herning, una base in ferro che sostiene, rovesciato, il mondo, e in cui può leggersi tutta la forza sovversiva e ludica del suo sguardo. O come nelle sue Uova scultura, del 1960, o nei suoi Fiato d’artista, dello stesso anno, in cui si legge la sua attenzione al corpo, non come manipolazione fisica, bensì come tensione a cogliere la sua natura spirituale, la sua scintilla vitale. In realtà, come ha scritto Lara-Vinca Masini, c’è in Manzoni il tentativo lirico e filosofico di esprimere l’inesprimibilità dell’arte ste ssa.
Piero Manzoni
Fino al 24 settembre