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EU-ROPA !!!

Il Brasile e Lula continuano a dare lezioni all’Europa!!! Richiesta ufficiale presso la Santa Sede: che il Papa annulli il suo viaggio (previsto per la Quinta Conferenza Episcopale, in maggio) in Brasile!!! Un articolo di Marco Vozza - a cura di pfls

lunedì 2 aprile 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Intervistato dal Journal do Brasil, Lula ha dichiarato: "Non credo che la visita di Papa Benedetto XVI possa far bene alla vita politica del Brasile. Credo che sia una sua precisa volontà, una volta qui, esternare pubblicamente il suo punto di vista sulla famiglia ingerendo nella nostra vita pubblica. A fine maggio il Parlamento si troverà ad affrontare l’iter finale del progetto di legge teso a regolare i diritti delle famiglie non sposate, ed un intervento del Papa sarebbe quanto (...)

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> Brasile. Il gigante sul precipizio. L’intreccio politica-affari che inquina l’intero sistema. Con la caduta della Rousseff, Lula ha perso l’immunità e ora rischia l’arresto

venerdì 13 maggio 2016

Dilma sospesa promette battaglia

“Un golpe, non smetterò di lottare”

La presidente ora vuole guidare l’opposizione. Scontri tra la polizia e i suoi sostenitori

Con la caduta della Rousseff, Lula ha perso l’immunità e ora rischia l’arresto

di Emiliano Guanella (La Stampa, 13.05.2016)

«Posso avere commesso degli errori, ma mai dei crimini; non immaginavo a questo punto della mia vita che sarebbe stato necessario lottare di nuovo per la democrazia nel nostro Paese». Dilma Rousseff ha dato l’ultima conferenza stampa circondata dai suoi ministri, alcuni dei quali a stento trattenevano le lacrime. Poche ore dopo l’interminabile sessione del Senato che ha deciso la sua sospensione e messa in stato d’accusa, la Presidente lascia il palazzo del Planalto con l’aria della guerriera ferita, pronta, però, ad affrontare nuove battaglie. «Il destino mi ha riservato molte sfide, ho provato il dolore sordo della tortura, quello eterno della perdita di un persona cara, ma adesso sto sentendo un dolore più forte di tutti, quello per l’ingiustizia; mi sento la vittima di una farsa giuridica e politica».

I giochi, ormai sono fatti, Dilma lascia il Brasile alla guida del vice Michel Temer, che diventa presidente ad interim in un difficile momento economico e istituzionale. Il processo al quale sarà sottoposta in Senato potrà durare fino a sei mesi e si preannuncia difficile; ieri notte i voti contro di lei sono stati 55 su 81, sono andati cioè oltre i due terzi che servirebbero per condannarla in via definitiva. Dilma è teatralmente scesa dalla rampa del Palazzo per salutare la folla, circa duemila militanti del Partito dei Lavoratori che si sono scontrati con la polizia. Ha voluto parlare anche lì, per l’importanza di tenere l’ultimo discorso tra la gente.

«La democrazia è il lato giusto della storia, io non smetterò mai di lottare». Ha ricordato che sotto il suo governo sono state permesse manifestazioni di ogni tipo, comprese le tante giornate di mobilitazione per chiedere la sua destituzione. «Il nuovo governo viene con uno spirito autoritario, c’è il rischio di repressione dei movimenti sociali e delle lotte del popolo». Alla lotta quindi, non era un caso che a suo fianco c’era Lula Da Silva, che a questo punto perde qualsiasi possibilità di avere un’immunità ministeriale e dovrà affrontare i giudici della procura di Curitiba, che lo hanno indagato nell’ambito dell’inchiesta Petrobras.

Il Pt (Partito dei lavoratori) ha sbagliato molto come governo, adesso deve dimostrare che sa ancora fare opposizione. Su diversi fronti; «difendere» Lula, attaccare le misure economiche di Temer, soprattutto se toccherà le pensioni o i programmi assistenziali, preparare il prossimo appuntamento elettorale, il voto amministrativo di ottobre.

Nel Parlamento, nel frattempo, è tempo di grandi manovre; tutti salgono sulla barca di Temer, ma facendo attenzione alla possibilità di scendere, non appena le cose si mettano male. Di sicuro, oggi, in Brasile non c’è nulla. Nel giorno drammatico del cambio di governo è arrivata un’altra notizia bomba; la Corte Suprema ha autorizzato l’apertura delle indagini sul senatore Aecio Neves, leader dell’opposizione, candidato presidenziale sconfitto (per poco) da Dilma nel 2014. Neves è accusato di far parte di una schema di corruzione legato all’impresa elettrica statale Furnas, schema che sarebbe continuato anche durante il governo del Pt.

La lista di notabili citati dagli oltre cinquanta pentiti che stanno collaborando con la giustizia è lunga e in prima fila c’è il Pmdb di Temer; dopo aver contribuito alla caduta del governo Dilma, la Mani Pulite brasiliana potrebbe ora allargarsi anche agli altri partiti. A quel punto, impeachment o no, a Brasilia non si salverebbe quasi nessuno.


Brasile

L’intreccio politica-affari che inquina l’intero sistema

di Diego Corrado (Il Sole-24 Ore, 13.05.2016)

Il lato giudiziario della crisi politica brasiliana vede il governo esposto su due fronti, le inchieste per corruzione contro Lula e il processo per impeachment contro la presidente Dilma Rousseff. Sarebbe sbagliato però leggere con le sole lenti del diritto penale il conflitto in atto, che è tutto politico.

Il procedimento di impeachment, avviato a fine 2015, ha infatti come presupposto irregolarità formali nel bilancio federale 2014, già commesse in passato da tutti i predecessori di Dilma e mai sanzionate. Chi vota l’avvio vero e proprio e poi giudica il merito sono rispettivamente Camera e Senato, e in entrambi i casi il quorum previsto è di due terzi dei membri: quello che conta quindi non è tanto il merito dei fatti, ma la valutazione politica. Non sorprende perciò che l’opposizione sostenga di muoversi dentro la Costituzione (che formalmente è finora rispettata), mentre il governo gridi al golpe, denunciando l’assenza di basi fattuali.

Del resto, uno dei principali fautori dell’impeachment è il presidente della Camera Eduardo Cunha, imputato per corruzione e oggetto di un processo per la perdita del mandato davanti alla Commissione di etica della Camera. Gli estratti dei conti svizzeri dove riceveva le tangenti sono stati pubblicati nei mesi scorsi su tutti i giornali brasiliani. Mettersi alla testa del fronte anti-Dilma gli ha aperto uno spazio di sopravvivenza politica, che Cunha ha sfruttato con spregiudicata abilità. Buona parte del Parlamento è sotto inchiesta, dei 65 membri della Commissione incaricata dell’istruttoria dell’impeachment, ben 37 sono indagati per reati di varia natura.

Intanto l’inchiesta Lava Jato (che indaga su uno schema di tangenti trasversale a tutti i partiti con epicentro la Petrobras) è andata avanti. Negli ultimi mesi ha rivolto crescenti attenzioni all’ex presidente Lula, accusato di aver ricevuto benefici di varia natura da imprese coinvolte nello scandalo. Se il merito delle accuse (sempre ribattute punto su punto dall’interessato, con tanto di documentazione pubblicata sul suo sito) è lungi dall’essere provato, si può tuttavia affermare che le inchieste sono parse a crescenti strati della società brasiliana a senso unico.

Mentre - per fare un esempio - moglie e figlia di Eduardo Cunha (cointestatarie dei conti segreti del congiunto) non sono finora state sfiorate dalle indagini, il mondo intero ha assistito alla condução coercitiva di cui Lula è stato oggetto lo scorso 4 marzo, quando un ingente spiegamento di agenti della Polizia Federale in assetto da guerra lo prelevò all’alba da casa sua per portarlo a deporre, un’azione criticata anche da un membro della Corte Suprema per l’evidente mancanza di presupposti.

In questa situazione - siamo al 16 marzo - la decisione di Dilma di nominare Lula suo ministro ha spaccato ulteriormente un Paese già diviso, benché ciò non avrebbe garantito l’impunità all’ex presidente, ma il trasferimento della competenza a giudicarlo alla Corte Suprema, istanza che - più di ogni altra in Brasile - in anni recenti ha dato prova di grande indipendenza.

Ma il clima ormai è infuocato, e il giorno stesso della nomina accade un fatto sconcertante, le intercettazioni di una conversazione tra Dilma e Lula finiscono quasi in tempo reale al tg della Globo, che ne dà un’interpretazione univoca: unica ragione della nomina è ostruire la giustizia. Il giudice Moro (responsabile dell’inchiesta Lava Jato, ormai un eroe nazionale in Brasile) afferma di averle trasmesse lui stesso, perché «di interesse pubblico».

Sulla base di queste intercettazioni il 18 marzo la nomina di Lula viene sospesa da un membro della Corte Suprema. Il 22 marzo però un altro membro dichiara che esse - riguardando la presidente in carica - sono di competenza esclusiva dell’Stf e ne ordina la trasmissione alla Corte. Lo stesso giorno una fuga di notizie rivela l’esistenza di una lista di finanziamenti illeciti da parte della Odebrecht (colosso delle costruzioni) a centinaia di politici di tutti i partiti, mancano però Lula e Dilma (che personalmente continua a non vedersi addebitato alcun reato). Su questa Moro invece decreta inspiegabilmente il segreto istruttorio, prima di declinare la competenza a favore della Corte Suprema.

L’impressione di molti è che impeachment e Lava Jato, che finora marciavano nella stessa direzione (colpevolizzando il solo partito di governo), siano destinate a collidere nei prossimi mesi, quando le inchieste per corruzione dimostreranno che l’intero sistema politico si basa da anni su intrecci proibiti col mondo degli affari. Per questo per molti in Brasile è necessario che tutto cambi, alla svelta, perché tutto resti come prima.


Brasile

Il gigante sul precipizio

di Bill Emmott (La Stampa, 13.05.2016)

Votare la messa in stato di accusa di un Presidente, in qualsiasi Paese, è una specie di arma atomica della politica: dovrebbe essere una scelta estrema, ma è tale da poter avere conseguenze estreme. In Brasile il Senato ha votato per aprire il procedimento di messa in stato di accusa per Dilma Rousseff, il Presidente al suo secondo mandato che i brasiliani hanno rieletto solo nel 2014.

Le ricadute potrebbero essere molto positive per la democrazia nel Paese, o anche altamente distruttive.

In linea di principio, gli eventi politici che hanno portato il più grande Paese del Sud America a questo passo possono essere visti come emblematici della forza delle istituzioni politiche brasiliane. La caduta di Rousseff nasce da un’inchiesta coraggiosa ma ben fondata sulla corruzione presente nella maggiore compagnia petrolifera del Paese, la Petrobras, di proprietà dello Stato e produttrice di petrolio e gas.

Rousseff non è accusata di corruzione anche se tra i suoi incarichi come capo di Stato c’è quello di presiedere il consiglio di amministrazione della Petrobras. E’ accusata invece di aver falsificato i dati statistici ufficiali sul bilancio governativo durante la campagna presidenziale del 2014 per offrire un’immagine migliore della sua amministrazione.

Potrebbe sembrare una colpa molto tecnica, o anche tipica - non è forse vero che tutti i governi manipolano i fatti per fare bella figura? - ma poiché ha vinto di misura, viene vista come una forma di frode elettorale. Così questa messa in stato di accusa può essere interpretata come un tentativo da parte della classe politica brasiliana per elevare il suo livello di credibilità elettorale.

Tuttavia questa interpretazione così favorevole presenta un problema, tale da poter mettere in guai seri anche il suo successore, il vicepresidente Michel Temer. Che al momento è presidente a interim, in attesa del verdetto sulla Rousseff, che pochi però pensano riuscirà a conservare il suo incarico.

Il problema è che in Brasile lo scandalo della corruzione coinvolge l’intera classe politica dominante - compreso il partito del Movimento democratico brasiliano di Temer, alleato del Partito dei lavoratori di Dilma Rousseff. L’inchiesta su Petrobras, nota come Operazione Autolavaggio, richiama subito alla memoria l’inchiesta di Tangentopoli o Mani Pulite, 25 anni fa.

Proprio come Mani Pulite, l’operazione Autolavaggio sta gettando il discredito su tutti i politici brasiliani, minando ulteriormente la fiducia delle imprese e dei consumatori in un’economia al suo quarto anno di recessione e rischia sia di aggravare il conflitto politico, sia di favorire la comparsa sulla scena politica di nuovi estremisti, speranzosi di riempire il vuoto politico creatosi o, come cercò di fare Silvio Berlusconi con Forza Italia nel 1994, di mettere al riparo dalle inchieste interessi politici ed affaristici.

Di fronte a questo, le idee di Temer, favorevole alla liberalizzazione e a un governo più snello, potrebbero essere proprio quello che serve al Brasile. Ma ci sono poche speranze che riesca a far accettare il suo punto di vista al Parlamento. Anche se la messa in stato di accusa ha avuto una vasta adesione, sia in Parlamento come nell’opinione pubblica, una larga maggioranza resta convinta che un governo Temer sarebbe essenzialmente illegittimo.

Lo scenario migliore per il Brasile e per le idee di liberalizzazione di Temer, sarebbero nuove elezioni presidenziali dopo il completamento del processo a Dilma Rousseff. Una scelta che aiuterebbe a ridare respiro alla politica, confermerebbe la tenuta delle istituzioni e garantirebbe un governo la cui legittimità non potrebbe essere messa in dubbio. L’alternativa è una lunga battaglia politica, con gli inquirenti presi di mezzo, il Paese paralizzato e i cittadini brasiliani come principali vittime.
-  Traduzione di Carla Reschia


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