SUOR LETIZIA CHIUDE LA MOSTRA OMOSEX
di Luca Fazio *
La censura no, orrore. E così, grazie al turbamento di suor Letizia, adesso ci tocca anche difendere una mostra «spinta» per finta che ha scandalizzato mezza Milano giusto perché ormai siamo un popolo di mangiamaccheroni bipartisan come Chiesa comanda. In fondo si trattava solo di una esposizione sul tema arte e omosessualità che a partire dal titolo, Vade retro, probabilmente sarebbe passata inosservata in qualunque capitale europea del XVII secolo.
E qui, nella frigida capitale del bigottismo ritrovato, al massimo avrebbe provocato brividi lungo il fondo schiena a qualche inquisitore pruriginoso e con poca fantasia, quindi in perfetta sintonia con gli autori di alcune noiosissime opere contestate. E bruttine. Tre in particolare avevano alzato la pressione sanguigna degli adetti ai lavori, spingendo il povero assessore Sgarbi - che adesso se la ride con la sua solita faccia tosta - a ritirare persino migliaia di cataloghi della mostra. Il nostro assessore campione di trasgressione a mezzo stampa forse pensava di cavarsela così pur di salvare la sua mostra, censurando due delle tre opere - comprandole, come un vero signore, a 25mila euro - e oscurandone una terza. Quali? Un vecchietto seminudo con tanto di giarrettiera e bandana, opera dell’artista Paolo Schmidlin, per i maligni troppo rassomigliante al celebre inquilino che detta le sue regole dal Cupolone.
Mah. Sui giornali, se proprio dobbiamo fare gli spiritosi, ci sono foto artistiche di Papa Ratzinger che da sole valgono dieci statuette in giarrettiera. L’altra opera non indimenticabile dello scandalo, invece, raffigura l’automobile del portavoce di Prodi, Sircana, che si affianca a un viados, travestito da Gesù. Nient’altro che la foto ritoccata che è stata pubblicata (con maggior scandalo) da tutti i giornali. Ma a suor Letizia la parziale censura non è bastata. Lei, che se fosse sindaca di Parigi raderebbe al suolo il Louvre per via di quei depravati che espongono le loro zozzerie, e che stenderebbe un velo di lava pietosa e incandescente anche sulle straordinarie esibizioni priapesche raffigurate a Pompei, ieri ha preteso di più: voleva il sacrificio di altre dieci opere.
Troppo, anche per un «yes women» come Sgarbi, che non ha potuto far altro che prendere atto della saggia decisione degli organizzatori: niente mostra. «Non riesco a concepire - ha sorriso l’assessore - l’ipotesi che a Milano s’istituisca un ufficio della censura. Anche perché la censura togliendo una cosa, l’afferma». Inoltre, senza spingere oltre l’ardita metafora, Sgarbi ha aggiunto che «mai sottotitolo fu azzeccato: Vade Retro, nel senso che proprio in questa mostra non si riesce ad entrare».
La querelle ha permesso all’opposizione (centrosinistra) di mettere in mostra tutta la sua notoria verve libertina, avendo gioco facile a prendersela con la Moratti: un po’ come sparare sulla crocerossina. Curiosamente, però, nessuno difende le due opere contestate, proprio quelle che Sgarbi si era affrettato a far sparire di tasca sua perché «coinvolgevano personalità con un ruolo istituzionale».
Adesso, probabilmente, lo scandalo farà il giro d’Italia a tappe, e sarà uno spasso assistere alla replica delle polemichemeneghine. Ma la soluzione è dietro l’angolo, perché c’è solo un sindaco che può annunciare al mondo, urbi et orbi, che Roma ama l’arte. Tanto, Ratzinger & Sircana sono già spariti nel salottino lubrico di Sgarbi.