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In memoria di Bartolomeo de las Casas. Per la democrazia e il dialogo, quello vero....

CUBA E CHIESA CATTOLICA. UNA OPPORTUNITA’ STORICA, PER L’UNA E PER L’ALTRA. Una nota di Filippo Di Giacomo - a cura di pfls

Dopo-Castro, la mediazione della Chiesa: «Il caso» ha voluto che il segretario di Stato vaticano prendesse l’aereo per Cuba ...
sabato 23 febbraio 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Nel novembre 2005, dopo una visita del cardinale Bertone, Fidel ha avuto un lungo incontro con i vertici dell’episcopato cubano. Quest’anno, agli inizi di aprile, per celebrare Bartolomeo de las Casas, nel XVI secolo uno dei fondatori della riflessione giuridica sui diritti dell’uomo, il dialogo diventerà nazionale e metterà a confronto gli accademici marxisti cubani con gli storici e gli intellettuali di parte opposta. I cattolici dell’Avana, sperando in un prossimo presidente Usa (...)

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> CUBA E CHIESA CATTOLICA. --- Monsignor Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, sfata la leggenda: «La scomunica al Líder Máximo? Non c’è mai stata» (di Gian Guido Vecchi).

mercoledì 28 marzo 2012

Il segretario di Giovanni XXIII: «La scomunica al Líder Máximo? Non c’è mai stata»

di Gian Guido Vecchi (Corriere della Sera, 28 marzo 2012)

Il 3 gennaio 1962, mercoledì, Giovanni XXIII annota: «Poche udienze: ma abbastanza diffuse...», e via elencando i nomi. Considerata l’acribia del Pontefice nello scrivere i suoi diari, una giornata tranquilla. Eppure sarebbe quello, il momento fatale. Il giorno della «storica» scomunica a Fidel Castro. Invece niente, inutile spulciare il settimo volume dell’edizione critica dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna, nessun accenno: né quel giorno, né prima, né dopo. Perché? Per la più semplice delle ragioni: la famosa scomunica al Líder Máximo che rimbalza da anni nei media di tutto il mondo, più che mai citata in vista dell’arrivo di Benedetto XVI a Cuba, non c’è mai stata. Quando Ratzinger vedrà Fidel all’Avana - nel programma ufficiale non è previsto ma i due si incontreranno oggi - non ci sarà nessuna «pena medicinale» da togliere all’anziano ex allievo del prestigioso collegio di Belèn della Compagnia di Gesù. Perché quella della scomunica è una tenace leggenda metropolitana che monsignor Loris Capovilla, 96 anni, per dieci segretario particolare di Angelo Giuseppe Roncalli, liquida con un sospiro stupefatto: «Questa parola, "scomunica", non esiste nel vocabolario giovanneo. Perché continuino a tirarla fuori, non l’ho capito».

A essere precisi, «non c’era neanche nessun motivo», spiega monsignor Capovilla: primo, perché la scomunica ha senso soltanto per chi sta nella Chiesa e, secondo, perché c’era già stata la cosiddetta «scomunica ai comunisti» di Pio XII, ovvero il celebre decreto del Sant’Uffizio pubblicato il 1° luglio 1949 e di fatto cancellato col nuovo Codice di diritto canonico del 1983. Ma in realtà la faccenda è più sottile: «Quando all’inizio del ’59 Fidel Castro prese il potere, Roncalli era Papa da un paio di mesi. Arrivò anche la notizia di missionari e suore che erano andati via da Cuba. Ricordo che Giovanni XXIII ne parlò con il cardinale Domenico Tardini e dopo l’udienza mi disse: non ho mai visto il Segretario di Stato così irritato».

E come mai? Capovilla sorride: «Perché non si scappa. Non si scappa mai. E il Santo Padre era d’accordo con Tardini. Se ci mandano via, come poi è accaduto, allora dobbiamo andare. Ma la Santa Sede non prende mai l’iniziativa di rompere i rapporti diplomatici, non lo ha mai fatto». Con buona pace delle critiche, da qualunque parte provengano: «Anche quando uccisero Allende, in Cile, tutti i Paesi ritirarono gli ambasciatori e restò solo il nunzio vaticano. È sempre importante mantenere il nunzio, se restiamo lì possiamo operare, altrimenti non si può fare più nulla».

Così a Cuba, dopo il ritorno del nunzio a Roma Luigi Centoz, rimase come «incaricato d’affari» monsignor Cesare Zacchi che diverrà a sua volta nunzio e resterà nell’isola fino al 1975. Certo Roncalli era consapevole dei problemi. Il 17 settembre 1961 furono espulsi da Cuba 132 sacerdoti e il vescovo ausiliare dell’Avana, Eduardo Boza Masvidal. E quattro giorni più tardi il Papa ne parlò all’udienza generale («Detto tutto ma in forma moderata», scrive nel diario) denunciando «prove e sofferenze» nella nazione nonché l’«esodo, in parte imposto, in parte subito come minor male» di sacerdoti e religiose: «Confidiamo ancora che il buon volere, la calma delle decisioni, la ricerca sincera di salvaguardare i valori della civiltà cristiana abbiano il sopravvento su affrettate deliberazioni».

Non è il tono di chi si prepara a lanciare scomuniche. «Giovanni XXIII ha aperto una fessura nel muro di odi, divisioni e guerre», sospira monsignor Capovilla. «Anche durante la crisi dei missili a Cuba, nell’ottobre 1962, la sua mediazione spirituale e la sua preghiera furono decisive».

Eppure, in Vaticano, c’era chi sperava in una linea più dura, anche per ragioni tutte italiane. Per questo nacque la leggenda: «A parlare ai giornali di scomunica a Castro, richiamando il decreto del 1949, fu all’inizio del ’62 l’arcivescovo Dino Staffa, che più tardi fu creato cardinale da Paolo VI», spiega il teologo Gianni Gennari, il «Rosso Malpelo» che su Avvenire tiene la rubrica Lupus in pagina: «Si voleva usare la cosa a fini interni, in Italia era in vista il primo centrosinistra. A questo serviva lavoce della scomunica a Castro. E il Papa ne rimase molto dispiaciuto».


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