Referendum: i «sì», i «no» e l’astensione «attiva» *
Gli spot autogestiti dei referendari vanno in onda alle cinque del pomeriggio, quando davanti alla televisione ci sono al massimo i bambini a guardare i cartoni animati. Eppure mancano solo tre giorni alla consultazione referendaria per cui comitati trasversali che vedevano insieme esponenti Pd e Idv, Forza Italia e An raccolsero 820mila firme. Il fatto è che, nel frattempo molte cose sono cambiate e una parte dei promotori si è sfilata, o perchè teme, come Di Pietro, di portare acqua al mulino del premier. O perché subisce, come Berlusconi, il ricatto della Lega. È ciò che sostiene Mario Segni, presidente del comitato referendario: «Berlusconi ha ceduto al ricatto di Bossi, non so se per paura o perchè abbia dovuto. Con la vittoria del sì al referendum, i partiti piccoli e minoritari non potranno più avere questo potere».
Intanto però le forze politiche sono soprattutto impegnate nei ballottaggi. A favore del «sì» al referendum con l’impegno a modificare la legge elettorale, cioè allo scopo di bocciare per via referendaria il “porcellum” di Calderoli, è soltanto il Partito democratico, sulla base di una riunione di direzione che si è espressa quasi all’unanimità. Anche se, anche all’interno del Pd si sono, nelle settimane scorse, manifestati molti distinguo. Quello del vicepresidente del Senato Vannino Chiti, ad esempio. E quello di Luciano Violante o di Francesco Rutelli, che vedono come maggiore, a questo punto, il rischio di dare troppa forza al partito di maggioranza, tanto più che l’obiettivo originario, quello di ridurre la frammentazione del sistema politico, è ormai inattuale. Al contrario, Stefano Ceccanti, che è stato promotore di una iniziativa per modificare il “porcellum”, ritiene che, se prevarranno le astensioni, il rischio è che ci terremo in eterno l’attuale legge elettorale.
Non fa campagna elettorale, le mani legate dal patto con la Lega, Silvio Berlusconi, che però a ribadito ieri che andrà a votare e voterà sì. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a votare sì. Nei giorni scorsi il quotidiano online della sua fondazione «Fare Futuro», ha pubblicato un editoriale nel quale indicava dieci buoni motivi per votare sì. Nel Pdl, però, la posizione ufficiale è quella della «libertà di coscienza».
Anche perché la Lega è contrarissima a un referendum dall’esito fortemente bipartitico. La Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede dei referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l’opzione dell’astensione, mentre il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c’è anche questa possibilità di scelta.
L’astensione
Il drappello dell’astensione attiva, cioè di quelli che considerano l’astensione non semplicemente “andare al mare” ma la terza opzione che legittimamente può essere proposta agli elettori è vasto. C’è tutto il cartello di sinistra dei comitati del «no» dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà. C’è l’Udc e ci sono la Destra di Storace e l’Mpa di Raffaele Lombardo che dà indicazione, in caso di ballottaggi, di non ritirare le schede referendarie.
Di Pietro e i radicali, invece, andranno a votare ma voteranno no. No anche dai radicali che, in nome della loro scelta in favore dello strumento referendario, chiedono agli elettori di ritirare le schede.
* l’Unità, 18 giugno 2009