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FILOLOGIA E TEOLOGIA. A KAROL WOJTYLA, IN MEMORIA. "Se mi sbalio, mi corigerete" (Giovanni Paolo II)

PER RATZINGER, PER IL PAPA E I CARDINALI, UNA LEZIONE DI GIANNI RODARI. L’Acca in fuga - a cura di Federico La Sala

LA CHIESA DEL SILENZIO E DEL "LATINORUM". Il teologo Ratzinger scrive da papa l’enciclica "Deus caritas est" (2006) e, ancora oggi, nessuno ne sollecita la correzione del titolo. Che lapsus!!! O, meglio, che progetto!!!
mercoledì 25 settembre 2013
«Se una società basata sul mito della produttività ha bisogno di uomini a metà - fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà - vuol dire che è fatta male e che bisogna cambiarla» (Gianni Rodari, Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi, Torino 1973, p. 171).
Deus charitas est: et qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in eo (1 Gv., 4.16).
SE UN PAPA TEOLOGO SCRIVE LA SUA PRIMA ENCICLICA, TITOLANDOLA "DEUS CARITAS (...)

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> PER RATZINGER, PER IL PAPA E I CARDINALI ----- Due lettere "dal basso". La Chiesa ripensi se stessa (di Mauro Pizzighini)

mercoledì 21 marzo 2012

La Chiesa ripensi se stessa

di Mauro Pizzighini

in “Settimana” (Attualità pastorale) n. 11 del 18 marzo 2012

«Abbiamo sempre pensato che questo fosse vero; abbiamo sempre pensato che la nostra condizione di donne e di uomini credenti ci rendesse concittadini nella storia di tutti e familiari con il mistero. Abbiamo sempre pensato che la nostra fede ci facesse responsabili nei confronti della vita di ogni creatura e dei difficili parti storici, sociali, economici, culturali e spirituali che la comunità umana vive da sempre. Abbiamo sempre pensato anche che, proprio perché siamo familiari di Dio, non siamo esenti dal vivere sulla nostra pelle le fatiche che ogni popolo fa per poter essere popolo degno e libero. Ma oramai da molto tempo ci sembra che questo non sia tanto vero, e soprattutto, con tristezza diciamo che forse nessuno ci chiede ed esige questa familiarità con il mistero e questa solidarietà con la storia. La struttura ecclesiale infatti sembra più preoccupata a guidarci che a farci partecipare e soprattutto a farci crescere».

Questa affermazione provocatoria è contenuta nella lettera "aperta", pubblicata su Adista e rivolta alla Chiesa italiana, scaturita dopo l’incontro tra alcuni teologi e teologhe che si è tenuto svolto nella comunità delle Piagge di Firenze, lo scorso 20 gennaio.

ripensare le strutture ecclesiali

Il testo della missiva parte e si fonda sul versetto della Lettera agli Efesini (2,19): «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» La lettera è sottoscritta da sette persone: la teologa domenicana Antonietta Potente, Benito Fusco, frate dei Servi di Maria, e i sacerdoti Alessandro Santoro, Pasquale Gentili, Pier Luigi Piazza, Paolo Tofani, Andrea Bigalli. Essi espongono alla Chiesa italiana, con la passione forte che li caratterizza, il loro stato d’inquietudine, i desideri e le aspettative. Con una nota di amarezza: «Ci sentiamo trattati come persone immature, come se non fossimo responsabili delle nostre comunità, ma solo destinatari chiamati ad obbedire a ciò che pochi decidono ed esprimono per noi».

Il gruppo dei sette accusa la Chiesa nel contesto culturale e sociale di oggi di essere «lontana da questa fatica quotidiana dell’umanità. E che, quando si fa presente, lo fa solo attraverso analisi, sentenze e a volte giudizi, che non ascoltano e non rispettano le ricerche e i tentativi che comunque la società fa per essere più autentica e giusta». Rincarano ancora di più la dose, quando fanno notare che «l’esempio che abbiamo dalla Chiesa ufficiale è, la maggior parte delle volte, quello di pretendere riconoscimenti e di difendere propri interessi, immischiandosi in politica solo per salvaguardare i propri privilegi».

I firmatari vorrebbero che «la Chiesa ripensasse le sue strutture di comunità, e soprattutto la propria struttura gerarchica e i suoi rapporti con la società» e che «si rifiutasse ogni privilegio economico», in modo tale che «l’economia delle strutture ecclesiali non fosse complice della finanza e delle banche che speculano con il denaro a scapito del sudore e del sangue di individui e intere comunità, praticando un indebito sfruttamento, non solo delle risorse umane, ma anche di quelle naturali». Domanda finale: «Perché ci viene chiesto di essere credenti che devono obbedire e difendere la verità e non ci dicono invece che la Verità è più grande di noi e per questo va ricercata costantemente, ovunque e con tutti?».

un nuovo “credo” ecclesiale?

Questa lettera richiama quella che, sempre alla Chiesa italiana, avevano inviato alcuni preti del Triveneto, in occasione del Natale 2011 in forma di "Credo", nella quale si invocavano "cambiamenti radicali" all’interno della stessa Chiesa: dal celibato facoltativo al ministero ordinato per le donne, dalla povertà della Chiesa alla prassi democratica del confronto, dalla revisione dell’insegnamento della religione a scuola a un’opzione etica di fondo piuttosto che ai "valori non negoziabili". Al di là delle forme estreme contenute in queste richieste, non si possono ignorarealcune "sfide" che dal basso questi presbiteri lanciano alla gerarchia per una "riforma radicale" nella Chiesa.

Il punto di partenza dei preti firmatari rimane il Vangelo: quando la Chiesa «da esso si allontana al punto di smentirlo o tradirlo in maniera sistematica, diventa un’istituzione di potere fra le altre, con l’aggravante e la copertura di pretendere il suggello divino di custode della verità». In particolare, «quando la Chiesa riceve dal potere - economico, politico e militare - finanziamenti, vantaggi, privilegi e onori perde la forza profetica di denunciare con libertà la corruzione, l’illegalità, l’ingiustizia, l’immoralità, le guerre, il razzismo», con la drammatica conseguenza che «il potere si sente in questo modo legittimato, difeso, compiaciuto, incoraggiato e sostenuto».

Anche il rapporto tra magistero e teologia, secondo i firmatari, va "rivisitato". Se il magistero «svolge il servizio di custodire e annunciare la fede», la teologia deve favorire «l’approfondimento delle grandi questioni», approfondimento che diventa "significativo" solo «quando è libero nell’elaborazione e nella proposta». L’esempio "eloquente" è quello della teologia della liberazione: in questo contesto essi avvertono «con particolare urgenza la necessità di privilegiare la testimonianza e la coerenza rispetto all’ortodossia e alla disciplina: sempre e prima di tutto obbedienti al Vangelo». C’è la necessità di una maggiore "democrazia" nella Chiesa, la cui rinuncia «riduce e spesso vanifica la comunione». Il testo propone il "metodo del dialogo" soprattutto in riferimento ai «valori non negoziabili», ovvero «famiglia, matrimonio, concepimento, conclusione della vita». Se tali questioni non devono «mai diventare oggetto di trattativa ideologico-politica», occorre però riaffermare «l’opzione etica di fondo, che accoglie le sofferenze e le speranze di tutti, che si lascia provocare dalla complessità della vita, con il fine costante di contribuire all’accoglienza, al sostegno, all’incoraggiamento, alla serenità e al bene delle persone».

Oltre alla proposta "forte" che il ministero presbiterale «possa essere svolto con pari dignità da uomini celibi e sposati e da donne prete», i preti del Nord-Est auspicano la convocazione di un sinodo mondiale su tali questioni e incontri nelle comunità parrocchiali e nelle diocesi «per ricostruire una vera e propria teologia dell’affettività e della sessualità, esaminando serenamente alla luce del Vangelo, e con il contributo delle donne e degli uomini di scienza e di esperienza, le diverse situazioni e implicanze».

Infine, i firmatari auspicano che la Chiesa sia «povera, umile, sobria, essenziale, libera da ogni avidità riguardo al possesso dei beni», utilizzando «sempre con trasparenza il denaro, i beni, le strutture, rendendo conto pubblicamente di tutto». Essi si dicono convinti che la Chiesa si debba «aprire all’incontro, al dialogo, alla conoscenza, alla preghiera» e condividere «con uomini e donne di altre fedi religiose e con tutti gli uomini di buona volontà, la responsabilità per la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato». Infine, chiedono una Chiesa «che può ispirare l’impegno politico, ma mai compromessa con il potere», tutelando la "laicità dello stato".

Due lettere "dal basso" che vengono da uomini e donne di Chiesa; "sogni" lanciati dentro un confronto ecclesiale da parte di persone che non sentono solo l’esigenza dell’annuncio del Vangelo. Modalità che in Italia è sostanzialmente marginale, ma che altrove (Germania, Austria, Belgio ecc...) ha assunto misure e consensi assai maggiori. Suggerimenti e riflessioni certo discutibili e radicali, finalizzati tuttavia a rendere la Chiesa più credibile.


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