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NO BERLUSCONI DAY: VADO a ROMA perchè ho un disperato bisogno di non sentirmi più parte di una minoranza di illusi, ma della speranza di un Paese che vuole cambiare e ritrovare la propria dignità.

SABATO 5 DICEMBRE LA RIVOLUZIONE VIOLA - di Silvia Mantovani

NO BERLUSCONI DAY: VADO a ROMA perchè non ne posso più di sentire frasi come”tanto non cambia niente”; di scontrarmi continuamente con l’ indifferenza, la rassegnazione e la capacità di metabolizzare il peggio del peggio...
venerdì 4 dicembre 2009 di Francesco Saverio Alessio
Io voglio molto di più, e quello che voglio appartiene alla sfera dei miei diritti di cittadina che crede nei principi fondamentali che rendono una società sana: rispetto, onestà, trasparenza, assunzione di responsabilità, equità, giustizia.
Andrò a Roma Sabato 5 dicembre, da Ferrara partiranno tre pullman e per questa piccola e sonnolenta città è un grande risultato di partecipazione.
Indosserò qualcosa di viola come richiesto dall’organizzazione e parteciperò al No-B Day non soltanto per (...)

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> SABATO 5 DICEMBRE LA RIVOLUZIONE VIOLA - di Silvia Mantovani

martedì 8 dicembre 2009

Il colore viola - Dopo il No Berlusconi Day, quasi quasi Berlusconi lo voto anch’io Valerio Di Stefano (del 06/12/2009) http://www.valeriodistefano.com/public/post/il-colore-viola-dopo-il-no-berlusconi-day-quasi-quasi-berlusconi-lo-voto-anch-io-2245.asp

Il "No B. Day" si è concluso e io che a Roma c’ero e che la manifestazione me la sono fatta tutta sono arrivato alla personalissima ma definitiva conclusione che Berlusconi resterà al Governo del Paese fino alla sua morte e molto oltre. Quindi, anche della nostra.

E non perché non sia facile sbarazzarsene (in effetti basterebbe votare qualcun altro, gesto semplice e diretto che gli italiani non hanno ancora voluto imparare a fare) ma perché non ce la potremo mai fare.

Non è Berlusconi ad essere morto, lui è vivo e vegeto, è l’antiberlusconismo a essere ormai morto e sepolto. Mi è sembrato di assistere più al funerale di noi stessi che alla possibilità concreta di buttare giù Berlusconi e di essere davvero alternativa, di essere gioia di esistere, di essere consapevolezza dei nostri mezzi.

Ho visto gente e sentito cose che mi hanno fatto rabbrividire.

Vicino al corteo del Popolo delle "Agende Rosse ho sentito un giovane che diceva "Ma perché hanno tutti quella Bibbia rossa in mano??" e una ragazza constatare "Stanno mostrando il libretto rosso dei pensieri di Mao!"

Questa era gente che gridava "Berlusconi mafioso!" e non sapeva un cazzo di Paolo Borsellino e del perché centinaia di persone con dei disabili in carrozzella in prima fila fossero lì a manifestare. Dove volete che andiamo con quella gente lì? E’ già tanto se da Piazza della Repubblica siamo arrivati a Piazza San Giovanni!

La manifestazione, che, nel bene o nel male, era nata dalla base, dalla gente, dalla rete, è stata completamente monopolizzata dai partiti e dai miovimenti politici, Rifondazione Comunista in testa. Le bandiere rifondarole erano moltissime, si cantava "Bandiera Rossa" e "Bella Ciao", è gente che è ferma a 50 anni fa e che non ha imparato neanche gli Inti-Illimani, "Contessa" di Paolo Pietrangeli o "La canzone popolare" di Ivano Fossati.

Per strada furgoncini addobbati, con a bordo giovanotti e signorine in tenera età a trasmettere e pompare musica rap a tutto spiano, segno evidente che il velinismo ha ormai proseliti un po’ dovunque.

Altre bandiere erano quelle dell’Italia dei Valori e del Partito Democratico. Perché anche loro non sapevano più a che santo votarsi.

Ora, è evidente, che se una formazione politica, per essere presente ha bisogno di impossessarsi delle idee e delle manifestazioni organizzate dagli altri è evidente che non avrà più nessuna possibilità di essere di nuovo rappresentato in parlamento.

E poi birra. Birra a fiumi. Bottiglie che vagavano lungo il percorso del corteo, abbandonate o tenute in mano da ragazzi e ragazze che non riconosco e non riconoscevo più -e nei quali non ho nessunissima intenzione di riconoscermi, beninteso!- che portavano le marche "Moretti", "Heineken", "Beck’s", bottiglie ovunque, e gente, troppa gente, allucinata dagli alcolici (per non parlare di tutto quello che se n’è andato in "fumo"!) a nemmeno 20 anni.

A Piazza San Giovanni c’era il palco. Dal quale ha parlato l’"intellighenzia", gli intellettuali, quelli che avevano veramente qualcosa da dire. I nomi grossi. Quelli che la marcia non se la sono fatta, quelli che sono arrivati lì, hanno detto un paio di stronzate e se ne sono venuti via.

Ha parlato Dario Fo, ingravescenetem aetatem. Non ha detto un cazzo. E non perché parlasse piano (dalla folla si è alzato un mastodontico "Voceeeee!!"), poveraccio, ha quasi 90 anni, cosa volete che possa parlare più forte di così, ma perché un Premio Nobel per la Letteratura ha avuto e ha bisogno di farsi applaudire a comando dicendo "merda", "stronzi" e quant’altro.

Il turpiloquio e la volgarità alzano l’audience, e questo Berlusconi lo aveva già capito anni fa quando cominciò a mostrare fighe, tette e culi in televisione, è la stessa logica di parole come "ciappèt’" a Striscia la Notizia, solo che è rivoltata a sinistra.

Dario Fo ha anche fratto un appello ai "cervelli" che fuggono all’estero: "Non andatevene! Restate in Italia!!" Già, perché tanto, poi, con la Gelmini ci va a parlare lui, così introdurranno il "Grammelot" nel nòvero delle materie scolastiche e universitarie e abbiamo risolto tutti i problemi, compreso quello di dar da vivere ai nostri ricercatori.

E’ arrivata Fiorella Mannoia che ha fatto un intervento di 54 secondi in cui ha detto più o meno che dovremmo arrivare a un’Italia in cui non bisogna vergognarsi della propria nazionalità quando si va all’estero e che sono i nostri governanti a doversene andare e non i giovani ricercatori. Ma va’??? Mi sono permesso di commentare a voce alta "Ma si può sapere cos’ha detto questa?" e la gente mi ha guardato un po’ incupita e indignata: "Ma come, Fiorella Mannoia, una delle più grandi interpreti del nostro tempo..." Già, interprete magari brava degli altri ma non certo interprete di se stessa e dell’originalità dei propri pensieri.

Il più penoso è stato Moni Ovadia. Ha tirato una filippica contro il linguaggio che, a suo dire, ci condiziona e che non è più lo stesso. I lavoratori li chiamano "risorse" e viandare che non si può più vivere in questo modo, e che cazzo. Poi, peccato per lui, ha definito l’atteggiamento della sinistra e dell’opposizione in genere "Remissività". Cazzo, si lamenta che Berlusconi storpia le parole e poi luio chiama "Remissività" l’inesistenza? Si è chiesto dal palco: "Dov’è la sinistra?", accanto a me qualcuno ha gridato "Eccola qui!!!", era uno solo!

Ho ascoltato Salvatore Borsellino e avrei voluto abbracciarlo. Ma, sfortuna per lui, non è un intellettuale, è uno che ci mette la faccia, è uno che ha detto "A me non interessa niente delle escort e del Processo Mills, a me interessa che la Mafia esca dallo Stato", è normale che non se lo fili nessuno, perché mentre lui parla la gente pensa alle Bibbie rosse e al libretto rosso dei pensieri di Mao, poco importa se denuncia che lo stato ha mandato il conto del trasporto della bara di Emanuela Loi restituita alla pietà dei genitori. E il conduttore sul palco, cretino "Ecco, questo è un uomo!"

Poi invece ha parlato uno, di cui non ricordo nemmeno il nome, che ha cominicato a elogiare Facebook, perché la rete è un mezzo straordinario ed è grazie a Facebook che siamo tutti qui. Insomma, dobbiamo chinare il capo davanti a questo social network che prosciuga i nostri dati personali, che prima si impossessa di noi stessi e poi ci dà la possibilità di parlare e organizzare manifestazioni che non sono libere, ma che nascono all’interno di una logica perversa in cui conta chi ha più "amici", chi si è visto accettare la richiesta di amicizia da questo o da quel vip, o chi aderisce a un gruppo solo per mandare a fare in culo chi l’ha organizzato. Poi ha detto, orgoglioso e tronfio: "Io ho un blog e faccio informazione!" E ’sti cazzi non ce li mettiamo?? No, perché sarebbe anche interessante.

Io con questa gente non mi ci identifico. Non lo voglio questo antiberlusconismo che ho visto, non me ne faccio niente dell’autocontraddizionismo di Moni Ovadia o delle paternali di Dario Fo, preferisco ricordarmelo da vivo.

Non ho nulla a che spartire con le bandiere di Rifondazione che monopolizzano la manifestazione con la scusa di avere "aderito" (anch’io ho aderito spontaneamenhte ma non ho portato nessunissima bandiera), nulla a che spartire con chi si ubriaca già alle due del pomeriggio perché l’opposizione è una cosa seria e bisognerebbe farla da lucidi, non in mezzo a un conato di vomito, non ho nulla a che spartire con una cantante radical-chic che canta "Quello che le donne non dicono" che è una canzone scritta da un uomo e con la sensibilità (e che sensibilità!) di un uomo. Non ho nulla a che vedere con chi per dimostrare di esserci deve prostiutuirsi sulla piattaforma digitale di Facebook. Bisogna parlare di Open Source, di comportamenti informatici etici, di strumenti, e la gente pensa che la partecipazione democratica sia riempire un paio di moduli su Facebook e vài, sei in linea, con chi e con che cosa, tanto, non lo sai neanche tu.

E’ per questo che da ora in poi non dirò più nulla dal mio blog.

Il blog continuerà ad esistere, certo, e di tanto in tanto avrà anche qualche aggiornamento (devo ancora ragguagliarvi di come è andata con quello che il 9 luglio scorso mi diede per morto, devo aggiornarvi sui miei ricorsi al Garante della Privacy contro gli spammer), ma non scriverò mai più nulla di originale e/o di personale. Tutt’al più mi limiterò a riportare qualcosa di già scritto da altri.

Perché se il popolo della rete è questo, io credo che sia solo un bene non farne parte.

E alle prossime elezioni Berlusconi lo voto anch’io. Così, se proprio devo votare per il vuoto di pensiero voto per quello originale. Mi dà più sicurezza.


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