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’Ndrangheta e gestione pubblica in Calabria: un preciso quadro tracciato da un grande gionalista

Calabria normalizzata. Un articolo di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

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domenica 24 gennaio 2010 di Francesco Saverio Alessio
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di Pietro Orsatti
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> UOMINI E CAPORALI

lunedì 18 gennaio 2010

Di seguito inserisco l’intervista che ho fatto ad Alessandro Leogrande per "l’altrapagina gubbio", il bimestrale di cui sono coordinatore di redazione, sul tema dello sfruttamento nei confronti dei nuovi schiavi. Alessandro Leogrande ha scritto "Uomini e Caporali", pubblicato da Mondadori nel 2008, un intenso reportage narrativo che parte dalle lotte contadine nella Puglia del bienno rosso e arriva fino al primo storico processo contro i caporali tenuto a Bari. Il lavoro di inchiesta di Leogrande è, secondo me, molto importante perchè non si limita solo al racconto dello sfruttamento spietato su uomini e donne privi di qualsiasi difesa, ma allarga via via la sua analisi (accompagnandola sempre ad un lucido e rigoroso ragionamento) fino ad evidenziare alcuni temi fondamentali: l’incapacità dello Stato in tutte le sue componenti, le "mancanze" della società civile,le nuove forme di un potere sempre più aggressivo e sempre più subdolo, le soluzioni percorribili per fronteggiare tale fenomeno. Leogrande si concentra in maniera particolare sul "caso Puglia", che ha certo caratteristiche diverse rispetto al "caso Calabria". Ma gli stimoli che arrivano sono tanti. Domenico Barberio

Lo scrittore Antonio Pascale dice che “Uomini e Caporali” rispetto ad altri libri che trattano un simile argomento ha il merito particolare di aver raccontato una storia di carnefici e vittime ponendosi da una doppia prospettiva, sia da quella delle vittime ma anche da quella dei carnefici. Cosa ne pensi. Il fenomeno di cui ho parlato nel libro è un fenomeno complesso e per raccontarlo bisognava farlo attraverso sicuramente gli occhi delle vittime, perché è certo la parte da cui stai, perché capire cos’è la schiavitù moderna vuol dire capire come si subisce, come si vive una condizione di schiavitù materiale ma anche psicologica, mentale. Ma per capire il fenomeno in sé, bisognava in qualche modo descrivere anche dall’interno i caporali. Vederli fisicamente. Non intervistarli, perché non era possibile e poi, credo, perchè non era giusto dargli voce, in qualche modo legittimarli. Però le domande “che cosa passa nella testa a uno che fa il caporale, perché diventa caporale, perché esercita il dominio in quel modo, che cosa pensa, quali sono i suoi obbiettivi” secondo me sono domande centrali se si vuole scrivere un libro come questo. Così da una parte sono stato al processo, vedendoli nelle gabbie, perché anche lì il racconto del dettaglio umano, del modo di vestire, tagliare i capelli, osservare, rivela molto; dall’altra ho analizzato, con un occhio allo storico del presente, le dichiarazioni del pentito. Si trattava di un pentito particolare, una sorta di vicecaporale. Sono delle dichiarazioni molto importanti non solo dal punto di vista strettamente giudiziario, perché appunto raccontano dall’interno il caporalato, ma anche dal punto di vista umano e psicologico perché permettono di dare risposte a quelle domande. Quali sono le maggiori difficoltà nello scrivere un reportage narrativo come il tuo Io credo che fare un reportage narrativo sia un’operazione complessa, che mescola vari registri e vari approcci: l’approccio propriamente giornalistico, quello saggistico, quello storico, quello antropologico. Però c’è un “di più” che secondo me serve: è quello di cui ti dicevo prima, cioè cercare di capire cosa passa nella testa delle persone, che cosa vivono le persone sulla propria pelle, che è un dato umano. Molti dicono che è quello che coglie la letteratura. Secondo me, invece, è quel “di più” che il reportage narrativo deve avere rispetto ad una normale inchiesta sociologica, un normale saggio, pur non diventando fiction, ma restando non fiction. Deve cercare di diradare delle ombre molto spesse. È una appropinquarsi, un avvicinarsi alla verità appena lambendola, ma mai possedendola pienamente. Io del resto diffido da quegli atteggiamenti superomistici degli scrittori di denuncia che dicono questa è la verità, io adesso ve la racconto, ve la spiattello oggettivamente. L’oggettività è un processo faticosissimo, non credo che ci si possa arrivare e poi tu non sei un super uomo. Il fatto è che bisogna ricercare, mettersi in discussione. Non c’è da aver paura nel confrontarsi, manifestare, mettere in piazza le proprie debolezze, o il proprio convincimento personale, emotivo, rispetto a questa ricerca e rispetto ad alcuni punti, come il fallimento nel non riuscire a capire e a descrive alcune cose. Dalla lettura del libro mi sembra che esca fuori una sorta di sentimento di inadeguatezza: inadeguatezza da parte della legge nel tutelare questi moderni schiavi, inadeguatezza della sociologia nell’”inquadrarli”, inadeguatezza del giornalismo nel raccontarli. Questi fenomeni di sfruttamento, di cui io mi sono occupato seguendo in particolare il caso pugliese, ma che sono riscontrabili nel resto delle campagne italiane, facciamo fatica a fronteggiarli innanzitutto concettualmente. Perché non riusciamo a liberarci da un’idea ristretta dei processi lavorativi, migratori, delle relazioni umane, delle relazioni fra il legale e l’illegale, fra modernità e non modernità. Credo non ci sia un ritardo del sindacato, della politica, della magistratura in quanto tali, credo siano gli strumenti di cui si servono che sono inadeguati e che vanno aggiornati. Noi abbiamo bisogno di un nuovo impianto di leggi che faccia fronte a questo fenomeno globale. Abbiamo bisogno di un nuovo sguardo,un nuovo impegno da parte dalla politica europea, abbiamo bisogno di un modo nuovo di fare sindacato che parte dal presupposto che il tuo movimento operaio, anche nella provincia italiana, è un movimento operaio globale. Quindi o tu sei in grado di far fronte al fatto che la gente arriva magari da venti nazioni diverse, e ha quindi esigenze e prospettive diverse, oppure difendi la nicchia dei garantiti italiani non capendo niente di quello che capita attorno. La vicenda processuale che ho seguito, anche dal punto di vista strettamente giuridico o giuridico punitivo, fa emergere che abbiamo bisogno di una seria riflessione su che cos’è il reato di riduzione in schiavitù nel mondo del lavoro, la necessità di introduzione del reato di grave sfruttamento lavorativo,di una riflessione chiara sulla concessione dell’articolo 18 per grave sfruttamento lavorativo che non viene dato o viene dato a macchia di leopardo, proprio perché su tutto il territorio nazionale non c’è concezione del fatto in sè. Ma stimola anche una riflessione più strettamente giuridica, ad esempio, sul pentitismo. Il paradosso del processo ai caporali che io descrivo nel libro, sembrerà una questione tecnica ma secondo è una questione molto importante , è che si è arrivati a sentenza perché appunto c’è uno che si è pentito. Ma la nostra legge sul pentitismo, che è ferma alla lotta alla mafia e al traffico degli stupefacenti, non contempla il ruolo di collaboratore di giustizia per reati di riduzione in schiavitù, che sono uno dei reati delle nuove mafie. Per cui questo si è pentito, ha fatto delle dichiarazioni importanti, e poi ha avuto solamente le attenuanti generiche. Una riflessione sul pentitismo che tenga conto del fatto che se a pentirsi è magari un cinese, che parla solo il cinse e denuncia dei suoi connazionali, è molto più difficile e complicato che gestire magari un pentito siciliano. E’ un fatto radicalmente, culturalmente diverso. Questi strumenti o te li dai, in termini di acquisizione, di lavoro culturale, o sei tagliato fuori. In “Uomini e caporali” si incontrano questi veri e propri ghetti, dove si vive tra disumanità e disperazione, che nascono e crescono ai bordi dei paesi, delle cittadine, sparse nella campagna pugliese. Ti chiedo: Come è possibile che la gente di quei paesi, di quelle città, non ha fatto nulla, o ha fatto finta di non sapere? Non ho una risposta univoca. Sicuramente c’è stata un’indifferenza colpevole. Un’indifferenza nei confronti dell’altro che viene percepito come un uomo di serie “b”, un misto di indifferenza, razzismo di provincia, ignavia, convivenza. Credo che sia interessante il discorso sulla convivenza. Questi infatti sono paesi che si fondano sul sistema della truffe all’Inps. In un paese di quindici, ventimila persone risultano esserci per dire tipo diecimila braccianti, di cui tre/quattromila sono falsi braccianti, che risultano tali, magari tramite iscrizione a delle cooperative e la convivenza di alcuni patronati, perchè dichiarano giornate che non hanno mai lavorato, in modo da avere la copertura previdenziale dell’Inps. Ad esempio l’inchiesta più grossa, ma non l’unica, che è stata fatta nel paese di Cerignola,la capitale del Basso Tavoliere, ha trovato tremilacinquecento falsi braccianti. Un numero altissimo che è anche un’importantissima base elettorale. Appare evidente che c’è la volontà nel chiudere un occhio da parte della politica di fronte a questa sorta di ammortizzatore sociale illegale e largamente accettato. Inoltre il fatto che tante persone risultino sulla carta braccianti, pur non essendolo, fa in modo che nelle quote del Decreto flussi del Ministero dell’Interno siano molto basse le quote ufficiali degli stranieri. Perché giustamente il ragionamento del Ministero è molto semplice :se ci sono tanti braccianti italiani, del posto, perchè devono metterci diecimila stranieri? Così, per esempio, nella provincia di Foggia ne vengono messi solo tremila, quando invece poi il lavoro estivo richiede la presenza, ma non c’è un dato statistico certo, di almeno diecimila persone. Si crea strutturalmente un meccanismo per cui tu produci, anche nel percorso accidentato dell’attuale Decreto flussi, clandestinità. Il rapporto tra connivenze anche piccole e l’effetto poi sul sistema più generale, secondo me, è molto stretto. C’è allora questo misto di razzismo, accettazione, indifferenza, di non buttare comunque l’occhio, di non sapere cosa succede a margine del tuo paese, o intuirlo ma non andare ad indagarlo. Nonostante tutto hai una speranza dopo aver scritto questo libro? Cioè qualcosa che ti fa dire è stato così, è così, ma questa storia potrebbe cambiare, potrebbe riservare altro. Sul piano dell’analisi strettamente politica e sociale sono orientato al pessimismo. La legge sull’immigrazione è una brutta legge, e il clima politico nazionale, che tende sempre di più all’esclusione e all’esasperazione del tema sicurezza, non va verso l’emersione di queste nuove forme di schiavismo, ma va al contrario verso forme di ulteriore clandestinizzazione e di ulteriore aggiunta di ombra su ombra. Credo che le buone pratiche amministrative regionali siano state importanti ed efficaci ma in concreto bisogna vedere se reggono, se infatti non vengono sorrette sul piano nazionale ed europeo rischiano di essere sommerse. I segnali non sono buoni: nonostante l’attenzione posta sul fenomeno in Puglia esistono ancora,e non sembrano fermarsi, situazioni di sfruttamento e violenza che ho descritto nel libro.


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