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ANTROPOLOGIA, TEOLOGIA FEMMINISTA, E CRITICA DELL’IMMAGINARIO DEL CRISTIANESIMO STORICO ...

AL DI LA’ DI DIO PADRE E DELLA VECCHIA CRISTOLOGIA. In onore di Mary Daly, un convegno presso la Facoltà valdese di teologia di Roma. Un resoconto di Marta D’Auria - a cura di Federico La Sala

Il 28 maggio alla Facoltà valdese di Teologia (Roma) si è tenuto un convegno di studi in onore della filosofa e teologa Mary Daly, morta il 3 gennaio 2010. «Un vulcano nel vulcano. Mary Daly e gli spostamenti della teologia» è stato il titolo suggestivo dell’intensa giornata (...)
sabato 26 giugno 2010 di Federico La Sala
[...] La sua famosa affermazione: «se dio è maschio, il maschio è dio» si inserisce in una riflessione sulla legittimazione del potere maschile nel nostro orizzonte
culturale. Mary Daly propone di non attribuire a Dio un’immagine fissa e oggettivante che ne ingabbia l’agire, ma di riferirsi al divino non come sostantivo ma come verbo in un continuo divenire [...]
COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.
UOMINI E DONNE. LA NUOVA ALLEANZA di "Maria" e di (...)

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> "AL DI LA’ DI DIO PADRE" E DELLA VECCHIA CRISTOLOGIA. -- LA TEOLOGA DI BETANIA. Dalla Bibbia la lezione delle donne.

lunedì 19 dicembre 2016

Per una teologia delle escluse.

Dalla Bibbia la lezione delle donne *

DOC-2829. SAN PIETRO IN CARIANO (VR)-ADISTA. Da quando, nel 1968, Mary Daly pubblicò il suo The Church and the Second Sex - pietra miliare del pensiero teologico femminista - il cammino verso la riscoperta del cristianesimo come movimento egualitario di uomini e donne ha fatto passi da gigante. In questo lungo percorso, di cui le donne sono state protagoniste, c’è chi si è occupata in primo luogo di recuperare la memoria di alcune figure bibliche, restituendo loro il ruolo che la Chiesa patriarcale aveva nei secoli occultato: pensiamo a Maria di Magdala, prima testimone della resurrezione, in seguito identificata come la peccatrice penitente; o a Giunia, che dal XII secolo fino all’attuale traduzione interconfessionale è citata con il nome maschile Junias; o a Maria, che da soggetto biblico è diventata un oggetto di devozione; o infine ad Eva, che da madre originaria è diventata la peccatrice originaria. C’è poi chi si è occupata di affermare il volto femminile di Dio, cercando nuovi modi di esprimere il divino. E anche chi, per andare “Al di là di Dio Padre”, ha ritenuto che fosse da superare questo approccio, poiché celerebbe quel dualismo - che vuole uomini e donne complementari, attribuendo loro caratteristiche che sarebbero proprie del sesso di appartenenza (e da cui derivano distinti ruoli sociali) - creato e utilizzato dal patriarcato per il mantenimento dello status quo.

Pensiamo a tutte quelle teologhe, come Elizabeth A. Johnson, che «sostengono che le donne sono in grado di rappresentare nella sua pienezza il mistero di Dio allo stesso modo, adeguato e inadeguato, in cui lo hanno fatto per secoli le immagini maschili».

Di questo percorso costituisce un tassello importante anche la ricostruzione della voce delle donne che emerge dai testi biblici. Un processo cui dà un contributo prezioso il volume La teologia delle donne alle quali Dio ha rivelato i suoi misteri di Sandro Gallazzi e Anna Maria Rizzante (Gabrielli Editori, pp. 314, euro 18; il libro può essere acquistato anche presso Adista, scrivendo ad abbonamenti@adista.it; telefonando allo 06/6868692; o attraverso il nostro sito internet, www.adista.it).

Sandro e Anna Maria vivono in Brasile, a Macapá, alla foce del Rio delle Amazzoni. Lui è membro del movimento biblico latinoamericano e del Centro Ecumenico di Studi Biblici (CEBI) e insieme ad Anna Maria lavora nella Commissione Pastorale della Terra a servizio dell’organizzazione dei movimenti sociali, difendendo l’ambiente e i diritti dei poveri.

Una prospettiva “dal basso” che è anche la cifra del volume, il quale nasce, come spiega nella prefazione Maria Soave Buscemi, teologa missionaria in Brasile, dalle «letture popolari e femministe frutto del cammino di liberazione che Sandro e Anna Maria hanno percorso tra i Poveri della Terra». Alle «teologie che diventarono teocrazie per legittimare re e sommi sacerdoti ed esigere tributi, offerte e sacrifici per alimentare santi e potenti, considerati, contemporaneamente, rappresentanti, mediatori e bocche, parlanti e mangianti, di un dio potente, altissimo e sempre insaziabile», Sandro e Anna Maria contrappongono, come spiegano nell’introduzione al volume, una «teologia che viene dalla “rivelazione”, che viene da un Dio che si lascia vedere, si lascia conoscere»: «È quello che Gesù ha detto, andando, come sempre, al contrario della logica ufficiale dei sacerdoti e dei dottori della legge: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai saggi ed agli esperti e le hai rivelate ai piccolini (Mt 11,25-26; Lc 10.21-22)”».

«Noi teologi/ghe non dobbiamo correre dietro a visioni di iniziati né a speculazioni di saggi», scrivono Sandro e Anna Maria: «Dobbiamo, semplicemente, aprire le nostre orecchie a quello che dicono, molte volte anche senza parole, coloro che una società escludente e ingiusta ritiene un avanzo, il “resto” che non serve più a niente. La teologia, così come la profezia, nascono dalla fedeltà al Dio dei poveri e dalla fedeltà ai poveri di Dio. Questa duplice e indissolubile fedeltà - proseguono - ci ha portato ad ascoltare con attenzione e con entusiasmo la sempre sorprendente e indescrivibile ricchezza della voce delle donne che esce dai testi biblici. Le donne, madri, sorelle, amanti, complici della vita, sono state capaci di conoscere e di parlarci di un altro Dio. A loro - scrivono Sandro e Anna Maria - dobbiamo tutte le maggiori e più belle rivelazioni sul “nostro” Dio. Gli uomini, dopo, hanno organizzato e sistematizzato queste rivelazioni e, stando al potere, molte volte, le hanno sfigurate, deturpate, hanno cercato di dimenticarle».

Ed è proprio il cammino di «de-costruzione di tutto il “potere sopra”, arrogante, violento e patriarcale», scrive Buscemi nella prefazione, il filo rosso che tiene insieme la ricchezza delle esegesi e delle ermeneutiche: «Un cammino - conclude Buscemi - che siamo invitati a compiere anche nelle nostre realtà di società e di chiese». Di seguito, uno dei capitoli che compongono il volume. (ingrid colanicchia)

LA TEOLOGA DI BETANIA

di S.Gallazzi e A. M. Rizzante

Betania è un bel nome, è la casa del povero. Un piccolo villaggio a pochi chilometri da Gerusalemme, dove si ospitavano i pellegrini che, come Gesù e i suoi amici, non potevano permettersi di soggiornare negli ostelli della città.

L’imperialismo romano sta dominando la terra di Israele. Il tempio, nelle mani dei sadducei, ne è complice silenzioso. La sinagoga degli scribi e dei farisei continua a incolpare il popolo per la sua incapacità di praticare tutte le norme della legge, ritardando così l’arrivo della salvezza sperata.

Condottieri popolari organizzano insurrezioni contro i governanti (At 5,36-37). La gente vive aspettando l’avvicinarsi della fine dei tempi e l’avvento dell’“unto” che porti la libertà (Mt 21,9; Gv 6,15; Mc 13,21-22).

Gesù di Nazareth, in questa situazione, ha annunciato un regno che è “già arrivato” e appartiene ai poveri e a coloro che sono perseguitati. Sconvolge ogni discriminazione, strappa tutte le barriere e proclama una vita di servizio, fratellanza e lotta contro tutte le forze demoniache del male.

Betania è il suo posto, nella casa di amici, come Lazzaro, Marta e Maria o come Simone il lebbroso. Da lì, la mattina presto, esce per andare a Gerusalemme e denunciare l’imperialismo romano, l’ipocrisia della sinagoga e la rapina legittimata dal tempio. La decisione dei potenti è stata presa: bisogna uccidere quest’uomo.

All’antivigilia della Pasqua, il tempio e la sinagoga decretano la condanna di Gesù (Mc 14,1-2). La morte di Gesù sarà facilitata da Giuda che lo consegnerà ai capi dei sacerdoti (Mc 14,10-11).

È in questo contesto di morte, decisa nella casa dei sommi sacerdoti (gli unti), che Marco inserisce la memoria della donna della casa di Betania. Nel cuore di questa memoria ci sono i poveri. Dopo tutto, questo è il vero motivo per il quale Gesù sarà condannato. La casa scelta è quella di Simone il lebbroso, qualcuno che ha sperimentato il rifiuto e l’emarginazione totale.

Mentre tutti sono a tavola, entra una donna. Non dice una parola; lei non ha neanche un nome. Arriva per ultima, senza essere invitata, non si siede al tavolo, ma la sua figura cresce sino ad arrivare all’altezza di quella di Gesù. D’ora in poi, quando sarà annunciato il Vangelo in tutti gli angoli del mondo, si dovrà parlare di lei e di quello che lei ha fatto (Mc 14,9).

Quello che questa donna ha fatto è il Vangelo, la buona notizia annunciata ai poveri!

Ma che cosa ha fatto? Ha rotto un vaso di alabastro che conteneva profumo di nardo puro, molto costoso, ed ha versato il profumo sul capo di Gesù.

Nella casa dei poveri si discute su cosa fare con i poveri. Molti ritengono che c’è stato uno spreco evidente. Sembra che siano stati buttati via trecento denari (lo stipendio di un anno di servizio di un lavoratore a giornata). Dopo tutto, se il profumo è buono, poche gocce bastano. Si scandalizzano. Si poteva vendere, raccogliere soldi e distribuirli ai poveri. Ottima idea! Potremmo anche essere d’accordo. Uomini di cuore buono preoccupati per i poveri.

Perciò questionano la donna, la censurano e, nel frattempo, mangiano! Lo sguardo di Gesù è più profondo. Prende la difesa della donna, chiede che la lascino in pace.

Perché? Perché lei ha fatto un’opera buona! Lei ha “unto” Gesù. Anche se la parola qui usata da Marco indica, soprattutto il “profumare” più che l’“ungere”, il gesto della donna ricorda l’“unzione” di re e sacerdoti (1Sam 10,1;16,13; 1Re 1,39; Es 29,7 Sal 133,2). Il riferimento al profumo puro e costoso, ricorda l’olio costoso dell’unzione sacerdotale (Es 30,22-33).

Ci sono due modi di rapportarsi ai poveri che avremo sempre con noi: cercare qualche ricco che possa comprare il nostro profumo, o utilizzare il nostro profumo per “ungere” i poveri.

Nel primo caso faremo elemosina e continueremo ad avere bisogno dei ricchi per aiutare i poveri e dei poveri per fare qualcosa per loro. I poveri saranno l’oggetto del nostro aiuto. Nel secondo, come ci ha insegnato la donna, annunceremo loro la buona notizia. Questo è tutto quello che possiamo fare.

I poveri “unti” recuperano così la coscienza di essere i prescelti e gli inviati a servizio del Regno. Diventano il soggetto della liberazione. Essi non devono essere liberati, sono loro i liberatori!

La donna riconosce nel povero Gesù, uomo povero di Galilea, l’unto, il messia che morirà per la salvezza di tutti. Mentre gli uomini sono preoccupati dei soldi. Il denaro del profumo non risolverà il problema dei poveri. Questa è un’illusione. Il testo si conclude con Giuda che riceverà “denaro” per consegnare il povero alla morte.

Bisogna saper “ungere” i poveri, proclamare e riconoscere che i poveri sono gli eletti di Dio, per realizzare il suo progetto.

Questa è la Buona Novella. È la stessa Buona Novella proclamata dal secondo Isaia nei cantici del Servo di Yahweh, la stessa Buona Novella proclamata in Isaia 61,1-3, la stessa buona notizia assunta e resa attuale da Gesù (Lc 4,18): Lo Spirito del Signore Jahweh è su di me, perché YHWH mi ha unto e mi ha mandato ad annunciare la buona novella ai poveri.

Pertanto, il Regno dei Cieli è loro, da adesso. Perché ci sono persone che, obbedendo allo Spirito, cercano prima di tutto il regno e la sua giustizia. Perché ci sono persone che, per questo, sono perseguitate fino alla morte.

Quando il povero è unto, vuol dire che è arrivato a noi il regno di Dio. Questa è la fede della donna che, nella casa dei poveri, unge Gesù e lo invia a compiere la sua missione fino alla fine, fino alla tomba, se necessario.

Questo è il bene che dobbiamo fare ai poveri che avremo sempre con noi. Questa è la sfida che la donna di Betania getta alla nostra fede.

Non basta credere nel Dio dei poveri; dobbiamo credere nei poveri di Dio. Tocca a noi e alle nostre ecclesiae scegliere “come” fare un’opera buona per loro.

Quando Giovanni ha raccontato questa storia (Gv 12,1- 8) si è preoccupato di modificare vari dettagli. È chiaro che il messaggio che la comunità di Giovanni ci ha voluto lasciare come Vangelo, sta proprio in questi cambiamenti. Cambia la data: “Sei giorni prima della Pasqua”. La Pasqua sarà il settimo giorno di una settimana che si aprirà nella casa di Betania. È la vigilia dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme.

Cambia il luogo: è la casa di Lazzaro che Gesù ha appena fatto risorgere dai morti e che ora siede a tavola con Gesù. Cambia il contesto: è l’ora della cena e Marta sta servendo, mentre Maria è ai piedi di Gesù, nella sua mano c’è una libbra (325 grammi) di olio profumato di nardo puro, molto costoso.

E, soprattutto, cambia il gesto: unse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli: e la casa si riempì della fragranza del profumo (Gv 12,3).

Non ci risulta che ci sia un altro testo nel Primo Testamento che metta in evidenza il gesto dell’unzione dei piedi. Il cambiamento è fondamentale: chi è venuto fuori con la testa unta è la donna, è Maria. E questo, come vedremo presto, in una realtà ecclesiale che stava mettendo a tacere le donne, togliendo loro tutto lo spazio nella comunità e nelle assemblee: non permetto a nessuna donna di insegnare o di avere autorità sull’uomo, ma stia in silenzio (1Tm 2,12).

Le donne che avevano “autorità” saranno esautorate per far posto a uomini unti: vescovi, diaconi e presbiteri, «in modo che la parola di Dio non sia bestemmiata» (Tt 2,5). In questo contesto, il Vangelo di Giovanni ci presenta una donna che, ponendosi come discepola ai piedi di Gesù, ha la sua testa unta. La discepola che ama è la vera autorità. Seguendo il suo esempio, Gesù, in un’altra cena, si metterà ai piedi dei suoi amici per lavare loro i piedi.

La narrazione di queste due cene finisce parlandoci del traditore (Gv 12,5;13,21). Tradimento, nella comunità, è quello di fraintendere e dimenticare la lezione di servizio e di amore offerta da questa donna. Qualsiasi altra autorità, da qualunque parte provenga, è un tradimento, anche se viene dal celebrare la cena. Non dimentichiamo che nel Vangelo di Giovanni l’unico che mangia il pane è Giuda (Gv 13,26-27). La cena di Betania è seguita dalla decisione dei sommi sacerdoti (unti sotto la benedizione dei Romani) di uccidere non solo Gesù, ma anche Lazzaro.

I due progetti, quello di Betania e quello del tempio, non possono convivere. Il tempio cercherà, sempre, di farci dimenticare Betania e la donna unta e i poveri unti. Il denaro nelle nostre tasche potrà essere lo strumento per realizzare questa distruzione. È Giovanni che, quando ci parla delle cene di Betania e di Gerusalemme, ci ricorda che il traditore «teneva la borsa del denaro» (Gv 12,6; 13,29).

Luca non ricorda l’episodio di Betania. Ci dice qualcosa, ma in contesti diversi. Ci racconta di un’altra casa, di Simone il fariseo che l’aveva invitato. Una peccatrice si avvicina, si prostra ai piedi di Gesù, comincia a piangere ed esprime il suo grande affetto baciando i suoi piedi, asciugandoli con i capelli e versando il profumo su di essi. È lo scandalo. Una peccatrice al nostro tavolo!

Dall’altra parte ci siamo noi, farisei, falsi, osservanti esternamente della legge, ma incapaci di amare, di abbracciare, di dare affetto. Luca ci vuole proprio provocare.

Questa donna, che doveva essere disprezzata da tutti, essere lo zimbello di tutti, è indicata da Gesù come esempio di qualcuno che “ha molto amato”. Un amore pieno di tenerezza e di pentimento annulla una moltitudine di peccati. I tuoi peccati sono perdonati! Altro scandalo per i farisei che siamo. Per ricevere il perdono dei peccati dobbiamo compiere i riti prescritti dalla legge. Per Gesù basta solo il pentimento ed un immenso affetto.

«La tua fede ti ha salvato, vai in pace». Questa è la lezione della donna. La fede non significa assenza di peccato. Se fosse così, nessuno di noi avrebbe fede. Fede è avere tanto amore. Amore sufficiente a coprire i nostri numerosi peccati. L’amore di questa peccatrice, l’amore delle donne che seguivano Gesù, l’amore di Maddalena, Giovanna, moglie del procuratore di Erode, l’amore di Susanna che mette le sue risorse a disposizione degli altri. Queste donne, insieme con i dodici sono il popolo di Gesù (Lc 8,1-3).

Luca ci ricorda anche che Marta accolse Gesù nella sua casa. Come in Giovanni, Marta stava facendo molti servizi e Maria stava seduta ai piedi di Gesù (Lc 10,38- 42). Il testo, tuttavia, parla di “un certo villaggio”, senza specificare che si tratta di Betania e non ricorda alcuna unzione fatta da Maria; osserva che lei stava “ascoltando la parola” con l’atteggiamento attento del discepolo.

Il mondo culturale greco-ebraico non prendeva in considerazione il fatto che una donna potesse essere discepola di qualche maestro. Discepolato, scuola erano solo per gli uomini; per le donne il meglio che si poteva pensare era un buon servizio nella casa degli uomini: questa era la donna ideale (Pr 31), questa era Marta. Lei richiama Gesù, perché non chiede a Maria di compiere il suo ruolo, di stare al suo posto di donna. Ai piedi di Gesù, ascoltando il suo insegnamento, dovevano esserci gli uomini. Se ai piedi di Gesù ci fosse stato Lazzaro, Marta non avrebbe avuto niente da ridire.

Maria, infatti, ha scelto la buona parte che non le sarà tolta (Lc 10,42). Nella casa di Marta la donna deve superare i condizionamenti sociali di una società maschilista e patriarcale e capire che il posto buono è quello di Maria. Questo è il buon lavoro che la donna deve fare. Questa è la parola esplicita di Gesù alle donne. Il resto lo sapremo stando seduti ai suoi piedi.

E Betania? Luca non ha dimenticato la casa del povero. Al contrario: Betania in Luca, sarà l’ultimo luogo dove Gesù ci conduce, dopo averci fatto capire le scritture ed averci dato le ultime istruzioni:
-  Allora aprì loro la mente per capire le Scritture. Ed aggiunse: «Così sta scritto: il Cristo doveva patire e il terzo giorno risuscitare dai morti; nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. Voi sarete testimoni di tutto questo, cominciando da Gerusalemme. Ed ecco che io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso. Voi però restate in città, fino a quando non sarete rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori, verso Betania e, alzate le mani, li benedì.

Mentre li benediceva, si separò da loro e veniva portato nel cielo (Lc 24,45-51). Gesù ci lascia a Betania. Da lì egli ritorna al cielo. Betania è il punto di contatto tra il cielo e la terra, tra Dio e noi. Da Betania Gesù può allontanarsi da noi, perché sa che a Betania lo troveremo sempre. Ogni volta che vogliamo stare con Gesù, basta andare a Betania, nella casa dei poveri, perché chi ha capito tutte le scritture, chi ha conosciuto il mistero di Cristo, chi vuol essere suo testimone in tutte le nazioni, sa che questo è il posto giusto.
-  Le nostre chiese non devono mai allontanarsi da lì.

* Adista Documenti, 24 DICEMBRE 2016 • N. 45


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