La follia dei dittatori, ovvero la strategia che i saggi non vedono.
di Riccardo Rescio ("I§F", 6 aprile 2026)
Chi in psichiatria chiamerebbe disfunzione dell’equilibrio psichico un comportamento ripetuto di rottura delle regole sociali e istituzionali, dimentica che per alcuni soggetti quella stessa disfunzione diventa uno strumento di governo perfettamente coerente con un piano.
Si guardi alla storia dei dittatori che hanno portato i loro popoli alla rovina, da Hitler a Mussolini, da Franco a Ceaușescu, e si troverà in ognuno di loro una fase iniziale in cui le azioni apparivano scomposte, eccessive, persino irrazionali agli occhi degli osservatori moderati. Quella fase non era mai semplice follia, ma una precisa strategia di stress test delle istituzioni e di logoramento delle opposizioni attraverso la continua trasgressione delle norme implicite del gioco politico.
Il dittatore sa che se rompe un tabù e nessuno lo punisce, ha guadagnato un pezzo di territorio; se lo puniscono, può gridare al complotto e rafforzare il consenso dei suoi fedeli.
Questa dinamica è stata letta da molti come sintomo di squilibrio, ma in realtà è il motore di un progetto che mira a ricentralizzare tutto il potere su di sé, distruggendo i contrappesi uno a uno.
Quelli che si ritengono saggi cadono spesso nella trappola di cercare una logica nascosta o un fine ultimo razionale nei proclami del dittatore, mentre i saggi che non possono o non vogliono esserlo si rifugiano nella diagnosi psichiatrica per non dover affrontare la sostanza politica del disastro.
Donald Trump viene oggi descritto dai suoi oppositori come un uomo folle, imprevedibile, incapace di seguire un filo logico, e proprio questa etichetta di follia impedisce di vedere che le sue uscite più scomposte seguono invece un disegno chiaro di delegittimazione delle regole, di intimidazione degli avversari e di mobilitazione permanente della sua base.
La differenza tra Trump e i dittatori classici non sta nella presenza o assenza di un piano strategico, ma nel fatto che Trump opera all’interno di un sistema democratico ancora abbastanza robusto da assorbire molti colpi senza crollare, mentre i dittatori storici hanno agito in contesti già fragili o hanno saputo aspettare la crisi giusta per sospendere le garanzie.
La follia attribuita a Trump è in realtà una tecnica di governo che consiste nel dire e fare cose così fuori scala da costringere l’intero sistema a reagire sempre su un terreno da lui scelto, mai su quello avversario.
Ogni sua affermazione assurda non è un lapsus, ma un test per vedere chi si indigna, chi tace e chi lo segue, e in base a quelle reazioni lui modula il passo successivo esattamente come faceva Mussolini con i discorsi dal balcone o Hitler con i comizi pieni di urla e silenzi studiato.
La rovina del popolo non arriva perché il dittatore è pazzo, ma perché la sua strategia logora tutte le difese collettive e trasforma la paura e la stanchezza in assuefazione, finché un giorno il popolo si sveglia senza più istituzioni funzionanti e senza più memoria di come si faceva a dirgli di no.
Chi oggi ride di Trump chiamandolo matto senza chiedersi quale sia il suo obiettivo strategico, commette lo stesso errore di chi negli anni Venti derideva Hitler come un clown isterico, non capendo che quel clown stava già disegnando la mappa della futura dittatura.
La psichiatria può classificare i comportamenti, ma non può spiegare perché certi comportamenti distruttivi vengano premiati dal consenso popolare mentre altri no, e questa è una domanda che i saggi dovrebbero porsi senza rifugiarsi nella diagnosi.
Alla fine, la differenza tra un dittatore classico e un Trump non sta nella sanità mentale, ma nella tempistica e nelle regole del teatro politico in cui recitano, perché il piano strategico è lo stesso da un secolo a questa parte, solo il copione cambia leggermente per adattarsi al pubblico e al palcoscenico di turno.
Riccardo Rescio
Firenze 6 aprile 2026
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Federico La Sala