AL DI LA’ DELLA CONTRAPPOSIZIONE "MATRIARCATO" ("MITO") E "PATRIARCATO" ("SCIENZA"),
CON FREUD E BACHOFEN, OLTRE *
ELOGIO DEL MATRIARCATO
di Antonello Sciacchitano («Alfabeta», Anno X, n. 109, 1988, p. 4)
«Mi consente un prologo oscurantista?»
«Cosa vuol dire?»
«Ecco un grande libro non scientifico.»
«Oh, bella! Ce n’è tanti.»
«Sì?»
«La Bibbia, la Divina Commedia, gli Ossi di seppia.»
«Tanti? Pochi a fronte del dilagante inquinamento scientifico. Non dico l’inquinamento ambientale ma mentale.»
«Ecco l’oscurantista. Lei è contro la scienza.»
«Le avevo ben chiesto di esprimermi in tali termini.»
«Sarebbe meglio che dica quel che ha da dire senza oscurantismi.»
«Allora devo rinunciare al prologo.»
«Un po’ di rigore, andiamo, non farebbe male.»
Teorema SSS: Il soggetto soffre la scienza .
In realtà il teorema non è tale perché il
soggetto, che tanto soffre a causa della
scienza, non ha le parole per dirlo. Né pos
siamo farlo noi per lui, che arriveremmo a
dimostrare un teorema diverso, e precisa
mente:
Teorema ASS: L’altro soffre la scienza.
La dimostrazione si divide in due parti. Nella prima si dimostra che la scienza non fa posto all’altro, al secondo termine della coppia intersoggettiva io-tu. La scienza è al servizio dell’io: lo libera dalla persecuzione dell’altro. (Corollario: la scienza guarisce l’io dalla paranoia.)
Nella seconda parte si dimostra che la scienza non fa posto all’altro della parola e della verità. La scienza, e qui si torna al teorema SSS, fa soffrire il soggetto precludendogli la possibilità di parlare; gli sbarra l’accesso alla parola vera. La scienza è un sapere, non falso, ma
senza verità soggettiva (tecnicamente è un sapere a-aletico). I dettagli dimostrativi sono lasciati al lettore.
«No, non ci siamo. Così si passa dall’oscurantismo all’oscurità. Sarebbe meglio parlare del suo grande libro non scientifico.»
«Lei è decisamente migliorista. Cerca sempre il meglio. Non ammette altre possibilità.»
«Se ce ne sono, è meglio parlarne.»
«Ci provo.»
Devo spiegare in che senso ritengo che il
libro di J. J. Bachofen, Il matriarcato, per
la prima volta tradotto integralmente da
Giulio Schiavoni per i Millenni di Einaudi,
sia un grande libro non scientifico.
Grande lo è anche materialmente. È appena uscito il primo tomo di LXXIV + 522
pagine (Lire 60.000) e l’annunciato secondo, che conterrà gli indici, non sarà da meno.
Grande è, poi, per l’immensa cartografia preistorica attraverso cui l’autore rintraccia le origini del diritto materno: das
Mutter recht (si potrebbe dire: le origini del
diritto nel materno) in un’area geografica
che comprende Licia, Grecia, Egitto, India
e Asia Centrale (nel II tomo), identificando nei miti locali i residui, sopravvissuti
nella deformazione letteraria, di una ginecocrazia mai del tutto superata dalle forme
successive, paterne, dell’esercizio del potere, con particolare riguardo ai modi della trasmissione del nome.
Grande è, infine, il
respiro dell’argomentazione a spirale logaritmica (che taglia ogni raggio vettore sotto
lo stesso angolo) la quale ribadisce e amplifica sempre lo stesso tema: in principio era
la madre.
La non scientificità, invece, è un merito
intrinseco del libro, che poteva anche essere piccolo (in fondo basta leggere Preambolo e Introduzione), conservando questa sua peculiarità.
La non scientificità de Il matriarcato è una conquista che l’autore neppure sospettava. Bachofen partì, lancia in resta, per realizzare una Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, recita il sottotitolo.
Oggi il verdetto della comunità scientifica è unanime. Bachofen, nel lontano 1861, scoprì il diritto materno contrapposto al paterno come il diritto naturale si contrappone al positivo, la terra al sole, la notte al giorno, la materia allo spirito. Cito dalla prefazione di Furio Jesi: «Sembra oggi ragionevole affermare che Bachofen fu davvero il primo a configurare con sufficiente organicità e chiarezza il complesso
concettuale e istituzionale del diritto materno» (p. XVIII).
Ma proprio questo è il punto: che l’argomentazione non è scientifica e nella non scientificità trascina la suastessa scoperta che, si dice, è «datata», «di destra», «mitologica». L’analisi dei miti è,infatti, antistorica, le etimologie sono per lo più fasulle (siamo in epoca presaussuriana), tutta la ginecocrazia bachofeniana è un costrutto mitologico. «Se ancora oggi si è disposti ad ammettere che il diritto materno, alcune istituzioni del diritto materno, facciano parte della storia, la ginecocrazia in senso stretto sembra far parte
esclusivamente della mitologia» (Ivi p. XIX). Allora, W la mitologia e M la scienza: o viceversa?
Ecco cos’è successo. Bachofen, che Benjamin dichiara «profeta», entra a pieno titolo nel discorso scientifico ma il progresso scientifico lo sopravanza e lo lascia da parte come curiosità da museo, come un alchimista ante Lavoisier. Bachofen esordisce da scienziato ma cessa d’esserlo suo malgrado. Lo buttiamo via per questo? Lo archiviamo come caso storico? O possiamo recuperarlo a un altro livello?
Un altro grande libro di un altro grande, nato scienziato, ma ora in odore di non scientificità, subì sorte analoga. Uscì nel 1912. Mezzo secolo dopo Lévi-Strauss ne sanciva la morte scientifica. Totem e tabù parlava del padre. Dava corpo mitico al massimo enunciato della filosofia moderna: «Dio è morto». Con un appiglio debole a Darwin e uno scivoloso a Frazer, Freud volle dare veste scientifica al suo mito. Ma il piccolo Claude svelò quello che tutti sapevano: l’imperatore era nudo. Evviva! Ne vorremmo tanti di questi testi ex-scientifici.
Come chiamarli: filosofici, teosofici, morali? Forse mitologici o profetici sono termini più adatti. Sono loro che insegnano a pensare e a balbettare le verità del soggetto che la scienza esclude. Sono loro che trattano cose semplici ma forti, in realtà debolmente definibili: cos’è un padre, cos’è una donna, cos’è cosa (sulla cosa cfr. Lacan e la Cosa di E. Fachinelli, «Alfabeta», n. 104).
La storia della scienza è appena cominciata. Verranno altri Freud e Bachofen. Saranno benvenuti.
Per il commento serio, nel merito, dell’opera di Bachofen rimandiamo alle dotte prefazioni che la corredano. Qui vogliamo semplicemente tessere l’elogio dell’abilità mitopo1etica del grande basilese; elogio che, per essere credibile, deve tenere conto delle luci e delle ombre che marezzano il corpo del mito. È luminosa la reintroduzione nel discorso colto (maschile) della valenza del desiderio femminile, sia pure ritrovata solo a livello mitico. È illuminante la trascrizione delle antiche leggi non scritte - è come assistere al miracolo di un muto che parla. Ma, d’altro canto, sono oscure certe riduzioni di questo discorso, difficile, se non impossibile, alla dimensione religiosa concepita, se così si può dire, come regressione al materno.
Cos’è una donna? Una sacerdotessa, risponde Bachofen. Prostituta e vestale, amazzone o moglie, è sempre lei, col bello o col cattivo tempo, in pace o in guerra, in regime nomade o sedentario, è sempre lei, la madre, la sacerdotessa che celebra i misteri ctonii e notturni della vita: la nascita e la morte.
Non è una critica. Conosciamo bene la difficoltà di pensare la trascendenza fuori dalla religione. La morte di Dio è
solo l’inizio di un discorso sulla (o della) trascendenza. Ma l’imperativo morale del soggetto (postmoderno?) passa di lì, anche
a costo di fallire scientificamente.
È oscurantismo questo? È oscurantismo l’eccesso epistemologico della scienza che,dice Feyerabend, è solo un’ideologia tra le altre, da trattare con tutto il rispetto dovuto alle ideologie e forse un tantino di più,non grazie al suo massiccio successo, ma perché la scienza, radicata nel desiderio di sapere, cresce al posto del soggetto: è l’albero che indica dove scavare per disseppellirlo. Ma se lo schiaccia, se gli toglie la parola, allora viva l’oscurantismo, viva la mitopoiesi, chi la sa fare.
Nota
(1) Come passare sotto silenzio a questo punto un mirabile controesempio della stessa epoca?
Erwin Rhode, con la sua Psyche. Culto delle anime presso i Greci, del 1893 (Laterza, 1982), dimostra come si può trattare un tema mitologico - l’anima - senza perdere in scientificità e senza passare per lo strutturalismo.
Il controesempio è ancora dalla parte di Freud che nel 1933 poneva a Einstein la questione:«Ma non approda forse ogni scienza a una sorta di mitologia?»
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ARCHEOLOGIA E ANTROPOLOGIA FILOSOFICA E "COSTRUZIONI NELL’ANALISI" (S. FREUD, 1937).
Letta e considerata la brillante e lucida riflessione critica sulla "morte di Dio", sia dal lato di Bachofen ("elogio del matriarcato"), sia dal lato di Freud ("elogio del patriarcato"), e, ancora, sia sulla "difficoltà di pensare la trascendenza fuori dalla religione", pur mettendo nel conto dovuto gli anni trascorsi dal lontano 1988, è più che "sorprendente" leggere di Antonello Sciacchitano, sul suo profilo Facebook (6 giugno 2025), la seguente annotazione: "Freud non si rese conto che il sapere inconscio sfugge alla presa del conscio perché non ubbidisce al principio di ragion sufficiente. Rimase aristotelico nel momento in cui usciva dall’aristotelismo. Ebbe un’insanabile nostalgia del principio di ragion sufficiente. Voleva spiegare sempre tutto".
Se mi è lecito precisare, è da dire che il programma di ricerca del Sigmund Freud era la difesa, come aveva ben chiarito al suo amico Wilhelm Fliess: «Ho cominciato a considerare con attenzione il concetto di bisessualità e considero la tua idea in proposito come la più significativa per il mio lavoro, dopo quella di "difesa"» (Sigmund Freud a W. Fliess, 04.01.1898). Storiograficamente, alla luce dell’attuale presente storico, chi ha saputo andare oltre la logica della difesa (e dell’arroccamento idealistico-positivistico) contro il "sapere inconscio" e saputo portare avanti il lavoro freudiano e fliessiano, proprio nella direzione indicata da Sciacchitano nel 1988, è stato proprio l’ Elvio Fachinelli, anche citato nella nota (non altri): i suoi appunti "registrati" "sulla spiaggia" (1985) segnano, a mio parere, un punto di svolta antropologica ancora tutto da pensare.
Federico La Sala