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ESTETICA (E NON SOLO) E DEMOCRAZIA. PER LA CRITICA DELLA FACOLTÀ DI GIUDIZIO E DELLA CREATIVITÀ DELL’ "UOMO SUPREMO" (KANT).

CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico. Una nota di Federico La Sala

(...) È solo con Kant - scrive Hogrebe - che emerse veramente ciò che può essere definito un problema della costituzione; il problema cioè di fornire una serie di regole e di definirle come il quadro nell’ambito del quale sono in generale empiricamente possibili le operazioni cognitive (...)
martedì 6 gennaio 2026
"UN UOMO PIÙ UNA DONNA HA PRODOTTO, PER SECOLI, UN UOMO"
LEZIONE DI COSMOTEANDRIA IMPERIALE (NICEA, 325-2025): “L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo" (Paolo di Tarso, 1 Corinzi 11, 7)
"ANATOMIA" (GIOVANNI VALVERDE, 1560) E PSICOANALISI (2005).Parlare dell’embrione per dimenticare il mondo. Una risposta-commento di Luigi Cancrini (l’Unità, 28.02.2005, p. 27).
ARTE, TECNOLOGIA, E LETTERATURA: UNA RISATA (...)

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> CREATIVITÀ --- FILOLOGIA E FILOSOFIA. «Sono partito da un luogo comune [...]: “Machiavelli ha liberato la politica dalla morale”. Così ho avuto la sorpresa di scoprire che mentre sappiamo tutto di cosa fosse la politica prima e dopo Machiavelli, non sappiamo niente di cosa fosse la morale tra Tommaso d’Aquino e Immanuel Kan» (Amedeo Quondam).

venerdì 7 novembre 2025

A MEMORIA E A OMAGGIO DEL PROF. AMEDEO QUONDAM (1943-2024). *

      • “Quondam, Amedeo. - Storico della letteratura e italianista italiano (Penna in Teverina, Terni, 1943 - Roma 2024). Storico della letteratura italiana, che ha rivolto i suoi studi soprattutto al Rinascimento, dal 1978 al 2013 è stato professore ordinario di Letteratura italiana presso l’università “La Sapienza” di Roma, poi professore emerito. Dal 1996 al 2002 e dal 2005 al 2008 è stato anche Direttore del Dipartimento di Italianistica e spettacolo della Sapienza. È stato Presidente dell’Associazione degli Italianisti che ha contribuito a fondare. Socio ordinario dell’Accademia dell’Arcadia dal 2001 “(cfr. Treccani).

Intervista/

Uno studio di Quondam: ”Quei modelli di civiltà trasmessi dai moralisti”

di Benedetta Craveri la Repubblica - R2 Cultura).

“Studioso eminente della civiltà italiana d’Antico Regime, Amedeo Quondam ci offre con il suo ultimo libro, Forma del vivere. L’etica del gentiluomo e i moralisti classici (Il Mulino, pagg. 640, euro 44), una nuova chiave di lettura dei grandi trattatisti rinascimentali. Non solo, afferma Quondam, Giovanni Pontano con il De Sermone (1509), Baldesar Castiglione con il Libro del Cortegiano (1528), Giovanni della Casa con Il Galateo (1558), Stefano Guazzo con La Civil conversazione (1574) hanno elaborato una pedagogia delle buone maniere destinata a conquistare le élites di tutta Europa ma, non diversamente da Leon Battista Alberti, Lodovico Guicciardini ed altri umanisti, possono rivendicare anche un altro primato italiano. Sono loro, infatti, i primi “moralisti” moderni, che in anticipo di più di un secolo su La Rochefoucauld e La Bruyère, inaugurano una riflessione sull’uomo “ad altezza d’uomo”, e lo aiutano a orientarlo sui comportamenti da tenere nel caos dell’esistenza mondana.

Professor Quondam, com’è nata l’idea di uno studio sui moralisti italiani?

      • «Sono partito da un luogo comune che si ripete di manuale in manuale: “Machiavelli ha liberato la politica dalla morale”. Così ho avuto la sorpresa di scoprire che mentre sappiamo tutto di cosa fosse la politica prima e dopo Machiavelli, non sappiamo niente di cosa fosse la morale tra Tommaso d’Aquino e Immanuel Kant».

Che definizione può darci dei suoi moralisti?

      • «I moralisti italiani inaugurano un campo di discorso con i suoi soggetti, i suoi temi, i suoi problemi e con una sua forma propria. Il campo del discorso è quello relativo alla condizione dell’uomo nel suo transito terreno e a tutte le contraddizioni e i problemi che comporta. La forma da subito adottata è quella “breve”: dialoghetti, apologhi, novelline». *

      • «I moralisti italiani inaugurano un campo di discorso con i suoi soggetti, i suoi temi, i suoi problemi e con una sua forma propria. Il campo del discorso è quello relativo alla condizione dell’uomo nel suo transito terreno e a tutte le contraddizioni e i problemi che comporta. La forma da subito adottata è quella “breve”: dialoghetti, apologhi, novelline». *

Nel suo libro lei mostra bene quanto questa riflessione morale sia debitrice al pensiero degli Antichi.

      • «L’etica moderna della virtù distintiva e relativa non si confronta solo con la grande biblioteca classica. Tiene conto anche di altre tradizioni collaterali: uomini illustri, mitografia, emblemi, ecc.; e ha il suo doppio in una ancor più straordinaria produzione di immagini: la “virtù dipinta”. La novità è nella scelta della forma argomentativa, frammentaria, che è di per sé antagonista del grande trattato della tradizione scolastica e della “summa” della teologia morale».

Quali sono i criteri di giudizio utilizzati dai moralisti?

      • «La parola d’ordine fondamentale di questa tradizione è riflettere sull’impatto dell’errore. L’errore è quello di chi non sa tenere conto del sistema relazionale che è proprio di ciascuno, in cui gli uomini sono tutti diversi l’uno dall’altro per natura, cultura, funzione, stato. È un’etica auto normativa del buon governo di sé nel caos dell’umano esistere, è una forma del vivere che non si riferisce all’obbedienza bensì alla convenienza».

E allora dove va a finire la contrapposizione archetipica di virtù - vizio?

      • «Questa polarizzazione viene meno se la virtù sta nel mezzo. È questo concetto del “giusto mezzo” caro agli antichi che viene rilanciato come modello di comportamento secondo convenienza. L’iconografia medioevale dei vizi e delle virtù - basti pensare alla Cappella degli Scrovegni - scompare per lasciare il posto alle sole virtù».

Lei fa risalire la nascita di questa riflessione morale a due grandi scrittori italiani, Francesco Petrarca e Leon Battista Alberti i quali, tuttavia, per argomentare il loro pensiero si servono ancora del latino.

      • «Quelle di Petrarca e Alberti sono due letture sconvolgenti. Il De remediis utriusque fortunae di Petrarca è una delle opere capitali d’Europa. Essa fonda il campo discorsivo dell’etica moderna e la forma appropriata per affrontarne i problemi. Le Intercenales di Alberti costituiscono l’altra faccia della medaglia, cinica e tracotante. Per Petrarca c’è sì l’orizzonte provvidenziale ultraterreno, ma intanto bisogna cavarsela quaggiù. Alberti, invece, non nutre illusioni di sorta, denunzia il non senso della condizione umana con ironia spietata, altezzosa, paradossale».

I moralisti teorizzano un nuovo modello di comportamento etico ed estetico che trasforma il cavaliere feudale in gentiluomo moderno. Cosa cambia?

      • «Cambia un dato sostanziale. I nostri umanisti-moralisti riescono a convincere il guerriero che studiare le lettere non è disdicevole, anzi conveniente, come supremo ornamento del suo essere nobile e guerriero. Le lettere intese in senso lato: sapere leggere e scrivere, fare musica e danza, curare l’abbigliamento. Passare, insomma, dallo stato di natura allo stato di cultura».

Il gentiluomo si definisce anche attraverso lo sfarzo, la magnificenza?

      • «Si definisce attraverso la reinvenzione di una parola antichissima: la liberalità. E questo quando il guerriero, il signore, che è anche predatore di ricchezze altrui, inizia ad elaborare politiche di committenza e di investimento in lavori pubblici e privati all’insegna del “dispendio onorato”. Ne vediamo chiaramente la ricaduta sulla trasformazione fisica delle città - palazzi, chiese, conventi, giardini, arredi - tra Quattro e Cinquecento, come pure sui nuovi mercati dell’arte».

Nel Seicento quest’arte del vivere diventa francese. Possiamo parlare di una decadenza dell’influenza italiana?

      • «La storia dell’Europa d’Antico Regime è una storia di intrecci e se la osserviamo nel suo complesso sono i fattori integrativi e non già quelli distintivi a imporsi all’attenzione».

Cosa resta di attuale nella riflessione di questi moralisti?

      • «La grande questione della relatività dell’etica su cui oggi tanto si dibatte».

la Repubblica - R2 Cultura).

*

Federico La Sala (cfr. "Le parole e le cose", 6 novembre 2025).


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