GALILEO GALILEI, LA LEZIONE DELLA CICALA ( “IL SAGGIATORE”, 1623), E L’ USO “MATEMATICO” DELLA “BILANCIA” DELLA PEDAGOGIA POSITIVISTICA:
PER “FORMARE UOMINI DI TESTA CHIARA” (ARISTIDE GABELLI, 1880), INSEGNARE A PESARE UN “CORPO MORTO” E UN “CORPO VIVO” E A TROVARE CHE IL PESO E’ UGUALE, SENZA ALCUNA DIFFERENZA!
A) - La cosiddetta “favola dei suoni” di Galileo Galilei (da “Il Saggiatore, nel quale con bilancia esquisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libra astronomica e filosofica di Lotario Sarsi Sigensano”, 1623):
«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.
Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi.
Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con maniera diversissima.
Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in sé stesso, e conoscendo che se non s’abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura.
Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell’ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell’aprir la porta?
Un’altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a veder uno che coll’archetto toccasse leggiermente le corde d’un violino, vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell’ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l’esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l’ali, cacciar sibili così dolci e sonori.
Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono [si tratta dello scacciapensieri];
quando, dico, ei credeva d’aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l’ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili» (cfr. Galileo Galilei, “Il Saggiatore”, 1623)
B) - COME IL SOGNO DI “FORMARE UOMINI DI TESTA CHIARA” (ARISTIDE GABELLI, 1880) FU STRAVOLTO DA UN “RIDUZIONISMO” MORTALE; LA “CICALA” VIVA FINI’ NELLA “PADELLA” DELLA “BILANCIA” DEL PRAGMATISMO E IL PESO DEL “CORPO MORTO” E IL PESO DEL “CORPO VIVO” RISULTO’ UGUALE!
IL FINE PRINCIPALE DELL’ISTRUZIONE: “Raccontano che una volta venne da un’Accademia bandito un premio a chi avesse saputo trovar le ragioni, per le quali un pesce morto pesa più di un pesce vivo. Naturalmente, per un’indagine, che supponeva la conoscenza de’ più riposti secreti della natura, il premio non era piccolo, e riuscì straordinario il numero di coloro che con lunghi ragionamenti, movendo da principi ineccepibili1 e traendone logicamente le più lontane conseguenze, dimostrarono fino all’evidenza le cause di questo fenomeno. Chi si appigliò all’anima o agli spiriti vitali che, come farebbe una vescichetta entro un corpo immerso nell’acqua, alleggeriscono la materia; chi al moto che, per via dell’attrito coll’atmosfera, fa nascere similmente una certa sospensione; chi insomma ad un perché, chi ad un altro, secondo la filosofia che professava circa le cose naturali.
Uno solo, un uomo, sì capisce, un po’ grossolano e di poca fede, prima di cominciare a infilar sillogismi, s’avvisò di mettere sulla bilancia un pesce vivo, poi, avendolo ucciso, ve lo rimise morto, e trovò che vivo e morto pesava egualmente.
Accrescere di mano in mano il numero di coloro ai quali venga in testa di pesare il pesce, innanzi di darsi a credere, nonché a dimostrare, che morto pesi più che non vivo, è il fine principale dell’istruzione.
Un fine di questo genere, annunciato in modo cosi reciso4, parrà a taluni troppo elevato, più proprio delle scuole superiori che non delle elementari, più atto a formare la mente di chi si dedica agli alti studi, che non ad appagare i modesti bisogni di un popolo destinato a guadagnarsi con rassegnata fatica il pane. Avvertiamo però, che non si pretende di preparar la gente a fare delle scoperte, ma solamente dì avvezzarla5 a osservare i fatti, in luogo di giudicarne senza esame, e a trarre, da tutto quello che cade sotto i sensi, occasione di esperienza e materia di ammaestramento.
Si forma così quel prezioso strumento testa, senza del quale l’uomo rimane per tutta la vita e in tutte le cose una barca senza timone, una cannuccia che il vento piega ora in qua ora in là. [...]” (cfr. “Il metodo come osservazione dei fatti di Aristide Gabelli”)
SUL TEMA, SIA LECITO, CFR. L’ATTIVISMO ACCECANTE DEL “FAR WEST” E IL “SAPERE AUDE” DELLA “CRITICA DELLA RAGION PURA”: JOHN DEWEY SPARA A ZERO SU KANT, SCAMBIATO PER UN VECCHIO FILOSOFO “TOLEMAICO”. Alcune sue pagine da “La ricerca della certezza” del 1929, con alcune note).