Carisma e personalizzazione del potere: le distorsioni di una categoria paolina
di Arianna Brunori («Alias - il manifesto», 26 aprile 2026
Mario e il mago (1930) di Thomas Mann si presenta, come recita il sottotitolo, quale resoconto di una «tragica esperienza di viaggio»: nella località toscana m cui lo scrittore si trova in villeggiatura con la famiglia si consuma l’uccisione, da parte di un cameriere del luogo, dell’odioso illusionista e prestigiatore che lo aveva pubblicamente umiliato, il Cavalier Cipolla.
La novella, tuttavia, è, evidentemente, anche qualcos’altro. Come notato già dal suo primo traduttore italiano, Giorgio Zampa, nel prisma di questo piccolo dramma versiliano, «come in uno di quei giochi di cristallo che permettono di scorgere, di una minuscola figura, una immagine infinitamente ingrandita», noi vediamo precisarsi scontorni di un dramma più ampio: la sottomissione di Mario è, insieme, quella dell’Italia intera.
Non per nulla, come ricorda Adriano Sofri nella postfazione della nuova edizione Quodlibet, di Mario e il mago Lukács scriveva che era la «prima narrazione politica di Thomas Mann».
È senza dubbio significativo che una delle più lucide e tempestive riflessioni letterarie sul fascismo adoperi, per illustrare i rapporti tra «popolo e duce» («Volk und Führer» scriveva Mann), quella stessa metafora ipnotica che qualche decennio prima aveva impiegato, per uno scopo analogo ma senza l’ombra di un giudizio negativo, il sociologo Gustave Le Bon, nel suo La psicologia delle folle (1895) - uno dei testi prediletti da Mussolini. Come ha ricordato di recente Carlo Ginzburg, tra la fine dell’Ottocento e gli anni trenta del secolo scorso, l’ipnosi diviene una delle immagini canoniche per raffigurare il potere autoritario. Vi è, da questo punto di vista, una straordinaria solidarietà linguistica e immaginifica tra i suoi critici e i suoi fautori.
Oggi la situazione non sembra di molto mutata - salvo che alla metafora magico-illusionistica se ne è sostituita una di ascendenza più ortodossamente religiosa: quella carismatica. Come infatti notato da Paolo Napoli nel recente Carisma (Quodlibet «Saggi», pp. 160, € 16,00), «viviamo l’epoca di una nuova trionfante ribalta» di questa nozione: dalla sociologia alla politologia, dall’economia alla storiografia, non si fa che parlare - talvolta persino invocandoli - di «leader carismatici», individui dotati di straordinari poteri seduttivi in grado di imprimere, da soli, svolte decisive alla storia. Gli effetti della fortuna endemica di questo concetto sono di fronte agli occhi di tutti: non solo nelle scienze umane, dove il richiamo al carisma finisce per rendere ancora più ardua la comprensione dei fenomeni che è supposto spiegare, ma anche e soprattutto in campo politico e sociale, dove esso continua ad avvalorare logiche di accentramento e personalizzazione del potere. Tanto che viene il sospetto che sia un suo parto, sebbene mostruoso e paradossale, persino il tipo, ora così in vista, del sovrano grottesco, indegno, e infame - il «sovrano ubuesco», come lo ribattezzò Foucault in omaggio all’opera di Alfred Jarry.
Ma è forse possibile sbarazzarsi del carisma? Non è esso, più di ogni altro concetto psicologico, un’evidenza assoluta, tale, per sua natura, da piegare chiunque provi a negarlo, alla maniera del Cavalier Cipolla? In realtà, al di la della sua datità apparente, il carisma cela una storia - culturale e ideologica. In altre parole, quella carismatica è una macchina, che occorre riportare «all’operatività dei suoi meccanismi concreti» se non si vuole restare schiacciati nei suoi ingranaggi. In particolare, come Napoli mostra bene, l’uso attuale, che ne fa una proprietà spirituale di pochi eccezionali individui, risale a Max Weber, che individuava in esso una terza, efficacissima, forma di dominio, accanto a quella legale e a quella tradizionale. Il capo dotato di carisma è colui che impone una devozione totale, senza riserve.
Certo, Weber, da grande sociologo qual era, non ha mancato di vedere la sotterranea complicità che sempre lega questo luminosis simo dono di grazia alla sua ombra - la grigia macchina amministrativa. E tuttavia, egli non ha rinunciato a scovarne il fondamento sempre e solo nella persona. In questo senso, Weber si rivela l’erede diretto, per quanto deviante, di un’illustre tradizione protestante, che aveva pensato il charisma, il dono dello Spirito santo, come qualcosa di costituzionalmente estraneo alle istituzioni e al diritto.
La sua fonte, qui, è soprattutto il luterano Rudolph Sohm, che nei suoi lavori di storia ecclesiastica aveva tratteggiato un’immagine della Chiesa primitiva quale comunità retta solamente dalla libera diffusione della charis, la grazia: una comunità in cui si era espresso lo spirito autentico del cristianesimo, una religione essenzialmente refrattaria a qualsiasi tipo di organizzazione giuridica.
Vi è in questa filiazione un che di ironico: Weber, lo studioso che per primo ha intravisto nell’etica protestante il germe dello spirito capitalistico, sotto l’impulso di questa stessa etica, ha finito per codificare la figura del leader capitalista per eccellenza (come il grande imprenditore, il capo carismatico è colui che pretende di essersi «fatto da sé»). Ma forse, come ogni atto di visione, anche l’intuizione necessita una porzione d’ombra... Così Weber non ha scorto quanto di luterano vi fosse nella Chiesa primitiva e nel cristianesimo di Sohm.
Ma cosa ci dice effettivamente del charisma il Nuovo Testamento, e in particolare Paolo - che più di ogni altro ha contribuito alla formalizzazione di questo concetto? Si arriva qui all’ultima scatola cinese, quella che racchiude il segreto sorgivo della lunga storia di questa nozione. Cosa si scopre nel momento in cui la si apre? Che il carisma, che avevamo creduto l’intimae magnetica qualità di un soggetto fuori dalla norma, è in origine, piuttosto, una funzione impersonale, che può essere ricoperta da questo o da quello. Per Paolo, infatti, i doni della grazia non sono «il privilegio di un’unica figura», ma «compiti ripartiti all’interno della comunità». Ad alcuni è dato il dono di guarire, ad altri quello di insegnare, ma, attraverso ciascuno di essi, lo Spirito mira all’«utilità comune» (I Cor.12 ).
Insomma, in principio non vi è il carisma, ma i carismi - doni sì, ma diversi e distribuiti in modo tale da consentire la ripartizione del lavoro all’interno di una collettività organizzata. Come pure si legge nella Prima lettera di Pietro, l’importante è mettere la propria grazia «a servizio degli altri, come buoni amministratori». In questo senso, suggerisce Napoli, dissolta l’aura numinosa che gravava sudi esso, il carisma potrà forse continuare a reclamare il titolo di «pulsione indomabile della storia». Ma questa storia sarà, semplicemente, quella scritta da tutti.