L’ EBRAISMO
E L ’EUROPA: NON SOLO SHOAH
di Massimo Giuliani (Avvenire, 11.12.2010)
Nel corrente dibattito sulle radici ebraico-cristiane dell’Europa spesso la prima parte dell’aggettivo sembra un omaggio sì dovuto ma un po’ marginale, come ’marginali’ sono sempre stati gli ebrei, sia numericamente sia teologicamente, nel corso degli eventi che hanno fatto la storia del Vecchio continente. Qualcuno ricorda che l’ebraismo «costituisce la base del cristianesimo». Altri si spingono a menzionare l’età d’oro, un po’ mitizzata, della convivenza delle tre religioni monoteiste nella Spagna dei primi secoli del secondo millennio.
Ma quando si giunge alla modernità, i nomi degli ebrei Spinoza o Marx o Freud spesso suonano più come una minaccia che come una ricchezza all’identità europea, in virtù della forza critica del loro pensiero nei confronti della religione, di ogni religione istituzionalizzata. Al di là di questi e pochi altri casi, il contributo specifico del pensiero ebraico allo sviluppo di un ethos comune europeo è spesso ignorato.
Si ignorano ad esempio le complesse vicende degli ebrei nell’Europa tra il XV e il XVII secolo, epoca di grandi persecuzioni (dalla cacciata dall’Impero spagnolo ai feroci pogrom ucraini del 1648-49) ma anche di grandi ripensamenti e di vivaci movimenti quali la diffusione della mistica o cabala come risposta ai nuovi esili, l’elaborazione di un’inedita identità marrana capace di supportare appartenenze multiple, lo scoppio della febbre messianica attorno ad una figura carismatica come Shabbataj Zvi - l’onda lunga della quale riverberò anche nella Rivoluzione francese e nel movimento dei Giovani turchi - e, non ultimo e forse sintesi di tutto ciò, il maturare e il diffondersi del pensiero di Baruch de Spinoza, con la sua critica ai testi sacri e la rivendicazione della libertà religiosa. E senza la battaglia per la libertà religiosa, ormai gli storici concordano, la modernità non sarebbe stata possibile, né sarebbe stata possibile la Costituzione statunitense o il pensiero liberale contemporaneo.
Tornare a riflettere su queste tappe dell’evoluzione della coscienza europea, attraverso le lenti dei summenzionati eventi della storia ebraica, è l’intento del convegno che si tiene all’università La Sapienza di Roma, dal 13 al 15 dicembre, sulle ’Radici ebraiche dell’Europa’: non per contrapporre retorica a retorica, ma per evidenziare, ancora una volta, la pluralità e la complessità degli apporti culturali che hanno fatto e che continuano a rendere unica e interessante la casa dei popoli europei.
La parabola iniziata con la diaspora ebraicoiberica verso le numerose sponde del Mediterraneo è sembrata chiudersi, tragicamente, con la Shoah e con il progettato sterminio nazista dell’ebraismo europeo. In realtà quel giudaismo è sopravvissuto, nonostante il prezzo pagato da così tanti ebrei, e continua a vivere in una riflessione ebraica sui limiti della modernità stessa, sul valore dell’integrazione e sui pericoli dell’assimilazione, e soprattutto sul bisogno di recuperare tradizioni, lingue ed eredità culturali sia sefardite sia ashkenazite.
Nessuna riflessione complessiva sull’identità odierna dell’Europa può prescindere dalla memoria della Shoah; ma sarebbe culturalmente riduttivo limitarsi a quella memoria mettendo tra parentesi la ricchezza offerta dalle ’culture ebraiche’ nel corso dei secoli che hanno preceduto la Shaoh. Spinoza, Mendelsohn (con il suo sodalizio con Lessing) e il Ba’al Shem Tov, Herman Cohen (ossia la rivalutazione di Kant) e Rosenzweig (con l’uscita dall’hegelismo), Buber e Leo Strauss, Jonas e Levinas, Derrida e Fackenheim, e via elencando, non sono che i numi tutelari di un pensiero ebraico che resta tra noi e senza il quale saremmo tutti più smarriti e perplessi.