LA POESIA, LA FILOLOGIA, L’AMORE ("CHE MOVE IL SOLE E LE ALTRE STELLE"), E LA CRITICA (DELLA RAGIONE "PURA").
EZRA POUND, ALLA FINE DEL SUO POEMA, I #CANTOS, IN "BOZZE E FRAMMENTI", NEL CANTO CXVI, COSI’ SCRIVE:
Charity I have had sometimes,
I cannot make it flow thru.
A little light, like a rushlight
to lead back to splendour.
Carità a volte ho avuto,
non riesco a farla scorrere.
Un po’ di luce, come una torcia,
per ricondurre allo splendore.").*
QUASI ALLA FINE, DELLA SUA OPERA "#METAFISICA #CONCRETA" (Adelphi Edizioni, Milano 2023), anche Massimo Cacciari, dopo aver scritto e ’detto’ che "L’accento della filosofia deve essere riportato su #philίa, ma una philίa ben consapevole della propria miseria, un amore che non fa ’conquistare’ la cosa amata: quia pauper amavi [1]", conclude con il rimando a un testo di Pound degli inizi e, nella nota, emerge quasi una "conclusione" segnata dallo stesso spirito poundiano (v. foto - allegata).
Nel "commento", emerge tutta la evidenza di un "problema" filologico e antropologico e teologico di #lungadurata: fare di "#Mammona" ("#Caritas") e "#Dio" ("#Charitas") la stessa "#Persona"!
A #Cacciari, a quanto pare e a come appare, non sfugge la "differenza" tra la #charity ("charitas") e la caritas (la "carità" del caro-prezzo, dell’#avarizia, del caro-prezzo, e dell’elemosina), tra la parola "eu-charistia" ed "eu-carestia", e, con essa, il significato stesso del "#pauper" evangelico?!
VOLONTA’, RAPPRESENTAZIONE, E MONDO. SE "Si può anche dire, che la dottrina di Kant fa capire che la fine ed il principio del mondo non sono da cercare fuori di noi, ma in noi (A. Schopenhauer), altrettanto si può dire, che, con e dopo #Schopenhauer, si sono fatti passi innanzi al di là del platonismo e del paolinismo ateo e devoto (alla Swedenborg)?
Qui dice che gli uomini, incatenati in una buia caverna, non vedrebbero né la vera luce originaria, né le cose reali, ma soltanto la debole luce del fuoco nella caverna e le ombre delle cose reali, che passano davanti a questo fuoco dietro alle loro spalle: essi ritengono, tuttavia, che le ombre siano la realtà, e che determinare la successione di queste ombre costituisca la vera sapienza. La stessa verità, esposta nuovamente in maniera del tutto diversa, è anche una delle principali teorie dei Veda e dei Purana, la teoria della Maya, con la quale non s’intende nient’altro, che quello che Kant chiama il fenomeno, in contrapposizione alla cosa in sé: l’opera della Maya è infatti indicata come questo mondo visibile in cui noi siamo, un evocato incantesimo, un’apparenza inconsistente, in sé irreale, paragonabile all’illusione ottica ed al sogno, un velo che avvolge la coscienza umana, un qualcosa, di cui è sia falso sia vero dire che essa è e non è [...].
Tale chiara conoscenza e tranquilla, razionale esposizione di questa natura onirica di tutto il mondo, è propriamente la base di tutta la filosofia kantiana, è la sua anima ed il suo massimo merito. Kant la attuò, smontando l’intero meccanismo della nostra facoltà conoscitiva, in virtù del quale ha luogo lo spettacolo fantastico del mondo oggettivo, e mostrandolo pezzo per pezzo, con una razionalità ed un’abilità degne di ammirazione [...]. Tutti i precedenti filosofi occidentali avevano supposto, che queste leggi, secondo le quali i fenomeni sono connessi l’un l’altro, e che io riassumo tutte, tempo e spazio, come pure causalità e deduzione, sotto l’espressione di principio di causa, sarebbero leggi assolute e non condizionate da nulla, aeternae veritates [“verità eterne” (n.d.t.)]; il mondo stesso esisterebbe soltanto in conseguenza di esse ed in conformità ad esse, perciò con la loro guida si dovrebbe essere in grado di risolvere l’intero enigma del mondo. -Le supposizioni fatte a tale scopo, criticate da Kant con il nome di idee della ragione, sono in verità servite soltanto ad innalzare ad un’unica e somma realtà il semplice fenomeno, l’opera della Maya, il mondo delle ombre di Platone; a collocarla al posto dell’intima e vera essenza delle cose e a rendere in tal modo impossibile l’effettiva conoscenza di questa: cioè, in una parola, addormentare ancor più profondamente i sognatori.
Kant mostrò quelle leggi, e quindi il mondo stesso, come condizionati dal modo di conoscere del soggetto; ne seguì, che per quanto si continuava a fare ricerca e a trarre conclusioni sotto la loro guida, in sostanza, cioè nella conoscenza dell’essenza del mondo in sé e fuori della rappresentazione, non si faceva alcun passo in avanti, ma ci si muoveva come lo scoiattolo nella ruota [...]. Si può anche dire, che la dottrina di Kant fa capire che la fine ed il principio del mondo non sono da cercare fuori di noi, ma in noi (cfr. Arthur Schopenhauer, "Il mondo come volontà e rappresentazione", nell’ appendice: "Critica della filosofia kantiana", Laterza, Bari 1991, pp. 452-453).