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IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE DEL MACROANTROPO ("UOMO SUPREMO", "SUPERUOMO", "DOMINUS IESUS"): FILOSOFIA, E TEOLOGIA POLITICA DELLA "ANDROLOGIA" ATEA E DEVOTA....

LA RISATA DI KANT: SCHOPENHAUER A SCUOLA DEL VISIONARIO SWEDENBORG. Sul tema, le pagine dell’uno e dell’altro (con alcune note) - a c. di Federico La Sala

(...) Kant vede molto bene cosa c’è alla base dei sogni dei visionari e dei metafisici di tutti i tipi e di tutti i tempi! Al fondo, e in fondo, c’è solo infantilismo, titanismo, e superomismo - una volontà di potenza immatura e cieca, che celebra solo se stessa (...)
lunedì 11 gennaio 2016
Foto. Frontespizio dell’opera di Thomas Hobbes Leviatano.
KANT: USCIRE DAL MONDO, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI "DIO", CONCEPITO COME L’“UOMO SUPREMO”! La “Prefazione” della “Storia universale della natura e teoria del cielo”.
UNA RISATA VI SEPPELLIRA’. Un "Sillo", una parodia critica dell’età delle macchine: "Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi" (G. Leopardi, "Operette morali", 1827).
"L’immagine del
corpo mistico di Cristo è molto (...)

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> LA RISATA DI KANT --- UNA HAMLETICA QUESTIONE DI "CHARITY": L’AMORE ("CHE MOVE IL SOLE E LE ALTRE STELLE"), E LA CRITICA (DELLA RAGIONE "PURA").

mercoledì 28 gennaio 2026

LA POESIA, LA FILOLOGIA, L’AMORE ("CHE MOVE IL SOLE E LE ALTRE STELLE"), E LA CRITICA (DELLA RAGIONE "PURA").

      • In memoria di #DanteAlighieri ed #EzraPound, una nota a margine (e a omaggio) del lavoro di Massimo Cacciari *

EZRA POUND, ALLA FINE DEL SUO POEMA, I #CANTOS, IN "BOZZE E FRAMMENTI", NEL CANTO CXVI, COSI’ SCRIVE:

      • "[...] To confess wrong without losing rightness:
        -  Charity I have had sometimes,
        -  I cannot make it flow thru.
        -  A little light, like a rushlight
        -  to lead back to splendour.

      • (" Confessare il torto senza perdere l’idea del giusto:
        -  Carità a volte ho avuto,
        -  non riesco a farla scorrere.
        -  Un po’ di luce, come una torcia,
        -  per ricondurre allo splendore.").

* QUASI ALLA FINE, DELLA SUA OPERA "#METAFISICA #CONCRETA" (Adelphi Edizioni, Milano 2023), anche Massimo Cacciari, dopo aver scritto e ’detto’ che "L’accento della filosofia deve essere riportato su #philίa, ma una philίa ben consapevole della propria miseria, un amore che non fa ’conquistare’ la cosa amata: quia pauper amavi [1]", conclude con il rimando a un testo di Pound degli inizi e, nella nota, emerge quasi una "conclusione" segnata dallo stesso spirito poundiano (v. foto - allegata).
-  Nel "commento", emerge tutta la evidenza di un "problema" filologico e antropologico e teologico di #lungadurata: fare di "#Mammona" ("#Caritas") e "#Dio" ("#Charitas") la stessa "#Persona"!

A #Cacciari, a quanto pare e a come appare, non sfugge la "differenza" tra la #charity ("charitas") e la caritas (la "carità" del caro-prezzo, dell’#avarizia, del caro-prezzo, e dell’elemosina), tra la parola "eu-charistia" ed "eu-carestia", e, con essa, il significato stesso del "#pauper" evangelico?!

      • NOTE:

      • RINASCIMENTO : DOPO E CON #NIETZSCHE, IL PROBLEMA ANCORA APERTO DELLA #NASCITA (E DEL #BAMBINO). Doc.: Due "pagine" da "La #menteaccogliente. Tracce per una #svolta_atropologica" (Federico La Sala, Antonio Pellicani editore, Roma 1991).

      • FILOLOGIA, #FILOSOFIA, E #PIANETATERRA: "L’AIUOLA CHE CI FA TANTO FEROCI", LA #METAFISICA (UN CAMPO DI BATTAGLIA DI INFINITI CONFLITTI), E LA #REGINA "#ECUBA" (#SHAKESPEARE, "#AMLETO", II.2.554).

      • UN "INVITO" A UNA RILETTURA "#CRITICA DELLA RAGION PURA" (1781), A PARTIRE DALLA INDICAZIONE DATA DALLO STESSO KANT, ALL’INIZIO DELLA "PREFAZIONE" DELLA PRIMA EDIZIONE:

      • "La ragione umana, in un certo genere della sua conoscenza, è particolarmente destinata a trovarsi gravata di questioni, che non può evitare - poiché esse le sono imposte dalla natura della ragione stessa - alle quali tuttavia non può dare risposta, poiché esse superano ogni potere della ragione umana. Essa incorre senza sua colpa in queste perplessità. Incomincia da princípi fondamentali il cui uso nel corso dell’esperienza è inevitabile e in pari tempo accertato da questa a sufficienza. Con essi sale (come porta pure con sé la sua natura) sempre piú in alto, a condizioni piú remote. Ma a questo punto essa si rende conto che in tal maniera il suo compito deve rimaner ognora incompiuto, perché le questioni non finiscono mai: e cosí si vede obbligata a ricorrere a princípi fondamentali che superano ogni possibile uso di esperienza e tuttavia appaiono cosí insospettabili, che anche la ragione comune degli uomini ne ha intelligenza.
      • Ma con ciò essa cade in oscurità e contraddizioni dalle quali può appunto ricavare che vi devono essere alla base, nascosti da qualche parte, degli errori che però essa non può scoprire, perché i princípi di cui si serve, siccome si estendono oltre i limiti di ogni esperienza, non riconoscono piú nessuna pietra di paragone della esperienza. Il campo di battaglia di questi infiniti conflitti si chiama ora Metafisica.
      • Vi fu un tempo, in cui essa venne detta la regina delle scienze, e, se si considera l’intenzione piuttosto che i fatti, meritò certamente questo titolo a causa della preminente importanza del suo oggetto. Ora, la moda della nostra epoca porta a mostrarle ogni disprezzo, e la matrona piange, ripudiata e abbandonata, come Ecuba:Modo maxima rerum, tot generis natisque potens, nunc trahor exul inops (“Fino a poco fa la piú grande e potente per tanti generi e figli, ora mi trascino, esule e senza aiuto”, Ovidio, Le metamorfosi, XIII, vv. 508-510).
      • Da principio, sotto il governo dei dogmatici, la sua signoria fu dispotica. Ma poiché la legislazione aveva in sé ancora la traccia dell’antica barbarie, essa degenerò via via, attraverso guerre interne, in piena anarchia, e gli scettici, una specie di nomadi, che rifuggono da ogni coltivazione stabile del suolo, produssero di tempo in tempo degli scismi nell’unione della civiltà. Siccome, per fortuna, questi scettici sono stati pochi e non hanno potuto impedire che cercassero di ricostruire sempre di nuovo quella unità, sebben senza alcun piano coerente. [...]" (I. Kant, "Critica della ragion pura").

Federico La Sala


VOLONTA’, RAPPRESENTAZIONE, E MONDO. SE "Si può an­che dire, che la dottrina di Kant fa capire che la fine ed il principio del mon­do non sono da cercare fuori di noi, ma in noi (A. Schopenhauer), altrettanto si può dire, che, con e dopo #Schopenhauer, si sono fatti passi innanzi al di là del platonismo e del paolinismo ateo e devoto (alla Swedenborg)?

      • SCHOPENHAUER E LA SUA "CRITICA DELLA FILOSOFIA KANTIANA":

      • [...] la separazione del fenomeno dalla cosa in sé operata da Kant [...] superò di gran lunga, nella sua fondazione, per profondità e razionalità, tutto ciò che sia mai esistito; [...] essa fu anche in­finitamente ricca di conseguenze nei suoi risultati. Egli, infatti, vi rappresentò, traendola da se stesso, in un modo completamente nuovo, sotto un al­tro aspetto, e dopo averla trovata su una nuova strada, la stessa verità che già Platone non si stancava di ripetere e che così usava esprimere nella sua lin­gua: questo mondo che appare ai sensi, non ha un vero essere, ma soltanto un incessante divenire; esso è ed anche non è, e concepirlo è non tanto una conoscenza, quanto un’illusione. Questo è anche ciò che egli esprime in for­ma mitica nel passaggio più importante di tutte le sue opere [...], e che si trova all’inizio del settimo libro della Re­pubblica.
        -  Qui dice che gli uomini, incatenati in una buia caverna, non ve­drebbero né la vera luce originaria, né le cose reali, ma soltanto la debole lu­ce del fuoco nella caverna e le ombre delle cose reali, che passano davanti a questo fuoco dietro alle loro spalle: essi ritengono, tuttavia, che le ombre siano la realtà, e che determinare la successione di queste ombre costituisca la vera sapienza. La stessa verità, esposta nuovamente in maniera del tutto diversa, è anche una delle principali teorie dei Veda e dei Purana, la teoria della Maya, con la quale non s’intende nient’altro, che quello che Kant chia­ma il fenomeno, in contrapposizione alla cosa in sé: l’opera della Maya è in­fatti indicata come questo mondo visibile in cui noi siamo, un evocato in­cantesimo, un’apparenza inconsistente, in sé irreale, paragonabile all’illu­sione ottica ed al sogno, un velo che avvolge la coscienza umana, un qual­cosa, di cui è sia falso sia vero dire che essa è e non è [...].
        -  Tale chiara conoscenza e tranquilla, ra­zionale esposizione di questa natura onirica di tutto il mondo, è propria­mente la base di tutta la filosofia kantiana, è la sua anima ed il suo massimo merito. Kant la attuò, smontando l’intero meccanismo della nostra facoltà conoscitiva, in virtù del quale ha luogo lo spettacolo fantastico del mondo oggettivo, e mostrandolo pezzo per pezzo, con una razionalità ed un’abilità degne di ammirazione [...]. Tutti i precedenti filosofi occidentali avevano supposto, che queste leggi, secondo le quali i fenomeni sono connessi l’un l’altro, e che io riassumo tut­te, tempo e spazio, come pure causalità e deduzione, sotto l’espressione di principio di causa, sarebbero leggi assolute e non condizionate da nulla, aeternae veritates [“verità eterne” (n.d.t.)]; il mondo stesso esisterebbe soltanto in conseguenza di es­se ed in conformità ad esse, perciò con la loro guida si dovrebbe essere in grado di risolvere l’intero enigma del mondo. -Le supposizioni fatte a tale scopo, criticate da Kant con il nome di idee della ragione, sono in verità ser­vite soltanto ad innalzare ad un’unica e somma realtà il semplice fenomeno, l’opera della Maya, il mondo delle ombre di Platone; a collocarla al posto dell’intima e vera essenza delle cose e a rendere in tal modo impossibile l’effettiva conoscenza di questa: cioè, in una parola, addormentare ancor più profondamente i sognatori.
        -  Kant mostrò quelle leggi, e quindi il mondo stesso, come condizionati dal modo di conoscere del soggetto; ne seguì, che per quanto si continuava a fare ricerca e a trarre conclusioni sotto la loro guida, in sostanza, cioè nella conoscenza dell’essenza del mondo in sé e fuori della rappresentazione, non si faceva alcun passo in avanti, ma ci si muoveva come lo scoiattolo nella ruota [...]. Si può an­che dire, che la dottrina di Kant fa capire che la fine ed il principio del mon­do non sono da cercare fuori di noi, ma in noi (cfr. Arthur Schopenhauer, "Il mondo come volontà e rappresentazione", nell’ appendice: "Critica della filosofia kantiana", Laterza, Bari 1991, pp. 452-453).


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