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Il grido di Giovanni Bollea: "Non distruggete la mia casa per i bambini". L’ultimo appello del maestro della neuropsichiatria infantile, oggi gravemente malato, perché non venga smantellato il suo Istituto

L’INFANZIA SORRIDENTE, LA SOCIETA’ DI "ERODE", E L’ULTIMO APPELLO DI GIOVANNI BOLLEA. Un suo testo su "come nasce il sorriso" e una nota di Leonetta Bentivoglio - a c. di Federico La Sala

«Grazie al lavoro di Bollea, l’Italia conta su numerosi centri di Neuropsichiatria Infantile. Sarebbe terribile togliere autonomia al cuore di questa mappa, cioè all’istituto romano che porta il suo nome»
domenica 23 gennaio 2011 di Federico La Sala
[...] Narrava qualche tempo fa il padre della Neuropsichiatria Infantile italiana Giovanni Bollea: «Ho incontrato un albero grande e grosso. Ci siamo guardati e lui mi ha detto: siamo entrambi alla fine». Ora che sul bilico della fine c’è davvero, Bollea, 97 anni compiuti in dicembre, sfida la morte con un’energia miracolosa. E dalla sua agonia lancia un appello per la salvaguardia e l’indipendenza dell’Istituto neuropsichiatrico romano da lui fondato: è questa la sua ultima, importante (...)

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> L’INFANZIA SORRIDENTE, LA SOCIETA’ DI "ERODE" ---- L’atto d’accusa e la provocazione di Darcia Narvaez. Il genitore perfetto? Si ispiri a Neanderthal (di Roselina Salemi).

lunedì 28 marzo 2011


-  L’UNIVERSITÀ DI NOTRE DAME Lo studio è un’impietosa critica alla moderna famiglia americana
-  I SUGGERIMENTI «Dall’allattamento al seno al dormire nel lettone: torniamo alla naturalezza»

-  Il genitore perfetto? Si ispiri a Neanderthal
-  La provocazione di una psicologa: “I nostri antenati allevavano bimbi forti e sereni”

-  di Roselina Salemi (La Stampa, 28.03.2011)

Pensavamo di esserci molto evoluti, con il nostro armamentario di carrozzine, passeggini, seggiolini omologati per l’auto, pappe pronte sottovuoto, costose babysitter. Pensavamo fosse giusto. Invece uno studio dell’Università di Notre Dame, nell’Indiana, severa scuola cattolica (nota per gli studi di diritto, e per aver dato alla patria una sfilza di campioni di pallacanestro) ci dice che non è così. E ci riporta a 100mila anni fa, prima dell’agricoltura e della scrittura, al tempo dei cacciatori-coglitori, antichi gruppi convenzionalmente noti come neanderthaliani.

Che forse, come genitori, erano molto più bravi di noi. L’atto d’accusa di Darcia Narvaez, docente di Psicologia a Notre Dame, parte da un’analisi spietata della società americana, già scossa dal saggio di Amy Chua, professoressa di Legge alla Law School dell’Università di Yale, che sostiene al superiorità delle mamme cinesi, più severe, su quelle occidentali. Secondo Darcia Narvaez, solo il 15 per cento delle madri Usa allatta il bambino al seno (e al massimo per 12 mesi), «lo tocca pochissimo, lo passa da una carrozzina a un passeggino, le famiglie sono frammentate e il gioco in libertà è diminuito drasticamente dagli anni ’70 in poi. Questo comportamento produce generazioni fragili, con forti disagi emotivi, e un gran numero depressi, egocentrici, violenti».

Quello dei «cacciatori-coglitori» sembra un modello migliore: gruppi con una forte solidarietà sociale e una grande empatia. Le madri allattavano i figli sino a 5 anni, (soltanto a 6 il sistema immunitario è perfettamente formato). Il parto naturale permetteva alla donna di produrre gli ormoni necessari ad affrontare la cura del figlio, coccolato e tenuto in braccio. Il piccolo dormiva accanto ai genitori, per nulla sfiorati dall’ idea di viziarlo. Beh, erano anche altri tempi, parecchi bambini non superavano l’undicesimo anno di età, c’erano predatori tremendi e un clima micidiale. Non era il caso di aggiungerci altro. Nessun ricercatore ha a disposizione dati su antiche famiglie di cacciatori-coglitori per compararli con le nostre, ma il sistema di vita, praticato in luoghi spersi del mondo dove non sono arrivati né la Coca Cola, né il Grande Fratello, al massimo qualche antropologo, è ancora documentabile. E l’analisi si aggiunge ai molti studi sulla distanza emotiva che oggi separa i genitori dai figli. Yehudi Gordon, del St. John & St. Elizabeth Hospital di North London pioniere del parto in acqua in Gran Bretagna, invita le donne a essere più madri e meno lavoratrici, a restare accanto ai figli per un paio d’anni, ad allattare ed evitare, salvo in casi di vera necessità, il cesareo (che però è comodo e programmabile).

In Italia, Silvia Vegetti Finzi, docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia, ha messo in guardia i genitori dai rischi di una delega precoce: babysitter, nidi («così socializza») e una valanga di attività sportive e creative riducono lo spazio di comunicazione tra genitori e figli. Anche il gioco è programmato e spesso, solitario, davanti a un computer. Certo, il discorso si fa complicato e delicato, perché le donne non hanno voglia di tornare a occuparsi soltanto di pappe e pannolini e non è che siamo commosse dalla bellezza della famiglia neanderthaliana, ma certe volte, l’evoluzione, con i suoi complicati slalom riesce a recuperare l’eredità del passato.

Una forte corrente di pensiero sostiene l’allattamento al seno, il parto naturale, il congedo (anche di paternità) e nuovi orari di lavoro per le mamme. Eve Ensler, autrice dei leggendari «Monologhi della Vagina» e di «Io sono emozione» (appena uscito da Piemme) anticipa in forma poetica, la tendenza all’ascolto di sé: «Io sono una creatura emotiva/ Io sono ciò che resta della tua memoria/ ti metto in comunicazione con la tua origine/Nulla è stato annacquato/ Nulla si è perso/ Io posso riportati indietro». Giovanni Bollea, padre della moderna neuropsichiatria infantile, scomparso lo scorso febbraio, l’ha detto in un altro modo nel bestseller «Le madri non sbagliano mai»: «Una madre in genere sa cosa è meglio per il bimbo, lo sente, lo avverte, lo percepisce, lo intuisce e, se cultura e società non la disorientano, fa la cosa giusta». Dal tempo dei cacciatori-coglitori ai giorni nostri.


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