IL SOGGETTO, LA MASCHERA, E LA SOCIETÀ TRASPARENTE. Una nota *
Vattimo, nemico dei dogmi
Maurizio Ferraris ricorda il filosofo del «pensiero debole» che sfidò le costruzioni metafisiche e il culto della scienza
di MAURIZIO FERRARIS (Corriere della Sera, 19 settembre 2023
Gianni Vattimo è stato per me un amico, un maestro, un antagonista, per cinquant’anni. Devo resistere alla tentazione dei ricordi per dare a chi legge il ricordo di ciò che di lui è destinato a sopravvivere, al di là del trapasso fisico, avvenuto a 87 anni.
Quella che Vattimo ci ha proposto è, prima di tutto, una filosofia della storia, che va nel senso inverso a quella di Agostino. Per quest’ultimo la città dell’uomo, che stava crollando e invecchiando, preparava l’avvento della città di Dio. Per Vattimo è il contrario. È la città di Dio, il mondo di certezze ultramondane e di fondamenti indiscutibili, che sta declinando, non sotto il peso dei tempi e delle invasioni barbariche, ma del mondo moderno, con la sua luce e la sua scienza.
«Dio è morto», ecco la parola fondamentale della modernità. Di fronte a questa sentenza, la risposta più comune è: a questo punto, siamo nel regno dell’umano consegnato a sé stesso, siamo su un piano in cui ci sono soltanto umani, come sostenevano i filosofi laici della generazione precedente a Vattimo, come Jean-Paul Sartre. Oppure bisogna capire sino in fondo la tragedia di questa morte, restaurare la presenza di Dio non più nel suo trionfo, ma nella sua caduta, ed è stata la via seguita dai filosofi cristiani del Novecento, come il maestro di Vattimo, Luigi Pareyson.
La singolarità, l’unicità della scelta di Vattimo, da cui deriva la sua radicale originalità filosofica e il suo inimitabile impasto umano, fatto di tenerezza, ironia e malinconia, è consistita nell’imboccare una terza via. Dio è morto, nulla lo farà resuscitare, ma l’umano non è rimasto l’unico giocatore in campo. Intorno, a dare il clima del tempo e il senso del pensiero, ci sono una memoria, un processo e un progresso.
La memoria è il fatto che, morendo, Dio è rimasto nell’orizzonte del nostro mondo. La globalizzazione non è la corsa di Dio attraverso il tempo e le nazioni, quale se la immaginavano i filosofi che scrivevano ai tempi dell’eurocentrismo. È il ricordo di qualcosa che è stato e non è più, ma la cui assenza è ingombrante come uno spettro, che può prendere tante forme, ma prima di tutto quella del senso di colpa di un pezzo di umanità che in nome di Dio ha preteso di dominare il mondo.
Il processo è la secolarizzazione, il termine con cui originariamente si designava l’adibizione a usi civili di edifici e beni sacri, e che poco alla volta è venuto a designare la presa di congedo dalla trascendenza. Il mondo del Cristo Re era un mondo in cui tutto era sacro, solido, intoccabile. Quello del Dio morto è un lungo addio al passato in cui l’umanità si emancipa dal sacro e dalla violenza che comporta, e riconosce che non ci sono più assoluti. Non abbiamo ucciso Dio per sostituirlo con l’Umano, ma per capire che tutto, nel mondo, è fragile, storico, interpretabile. Non c’è nulla che sia davvero intoccabile perché, d’accordo con Friedrich Nietzsche (il filosofo che, insieme a Martin Heidegger, ha più contato per Vattimo) non ci sono fatti, solo interpretazioni.
Il progresso è lo scopo che deve prefiggersi l’umanità impegnata in questa attraversata del deserto. Perché ovviamente riconoscere la morte di Dio è tutt’altro che una condizione di per sé euforica; il «gran baccanale degli spiriti liberi» di cui parlava Nietzsche potrà anche aver luogo, ma è l’allegria che accompagna un naufragio, dal momento che non è per niente facile vivere senza fondamenti. È come trovarsi nelle sabbie mobili, che possono inghiottire da un momento all’altro l’umanità che scopre di poggiare sul nulla, di essere solo una delle infinite possibilità di una storia che non ha capo né coda.
Come ridare senso a una umanità senza assoluti? Certo non creandone di nuovi e di alternativi, ed è per questo che Vattimo è sempre stato contrario al culto della scienza, che ai suoi occhi era il surrogato mondano della trascendenza perduta. Occorre un diverso movimento, che non sostituisca il vecchio idolo con un nuovo. Bisogna invece riconoscere la dimensione positiva della libertà, nei giudizi, nei comportamenti e nelle scelte, che deriva dal crollo di un muro ben più antico e robusto di quello di Berlino. Ed ecco allora che, scomparso l’unico Dio, un politeismo dei valori è il destino della umanità secolarizzata, e questo destino non è necessariamente catastrofico. Ecco il motivo per cui, diversamente da Nietzsche e dai più, Vattimo ha voluto conferire un valore positivo al nichilismo, che non è solo la corsa dell’umanità verso il nulla ma è anche l’emancipazione da un essere, da un Dio o da un fondamento troppo ingombranti.
Ovviamente, non basta dire addio per costruire un mondo nuovo, ed è qui che il pensiero di Vattimo, come quello di tanti altri filosofi del suo tempo (penso, in particolare, a Michel Foucault e a Jacques Derrida) ha incontrato la difficoltà maggiore. Una decostruzione deve costituire sempre il preludio di una ricostruzione, e se Foucault, per esempio, dopo aver decretato la morte dell’umano e la riduzione della verità a potere si è impegnato faticosamente, negli ultimi anni della sua ricerca, nella rifondazione di un’etica e di una verità andando a scuola dagli antichi, Vattimo ha preso la via di un recupero del cattolicesimo e di un rilancio del comunismo proprio nel momento in cui sembrava sparito dall’orizzonte politico.
Può apparire un paradosso, ma non è così. Del cattolicesimo lo attraeva sicuramente la dimensione di rito senza mito, di religione accomodante e priva di assoluti, ossia, paradossalmente ma non troppo, del migliore alleato della secolarizzazione, perché, nella interpretazione di Vattimo, il cattolicesimo era prima di tutto una tradizione e un modo di vita, ben più che un sistema di dogmi positivi e di credenze assolute. Era, insomma, la religione storica per eccellenza, quella più adatta a orientare l’umanità dopo il trauma della morte di Dio.
Nel comunismo, invece, Vattimo cercava una dottrina di riscatto e di fratellanza per i diseredati, per gli ultimi. Come scrisse una volta, ci vedeva l’esito necessario del pensiero debole, che doveva convertirsi in pensiero dei deboli. È tuttavia importante osservare che l’adesione a questo comunismo ideale ebbe luogo in Vattimo solo dopo la conclusione della parabola storica del comunismo reale, e questo in fondo per lo stesso motivo che lo spinse a riaccostarsi al cattolicesimo.
Nei due casi, infatti, non si trattava, agli occhi di Vattimo, di dottrine vincenti, ma di culti che gli apparivano destinati a un lungo tramonto, nelle cui ombre sempre più lunghe l’umanità avrebbe potuto trovare una via possibile ma non obbligata, l’indicazione di un cammino da percorrere dopo il tramonto degli assoluti. Proprio come la decostruzione, che era stata condotta sotto il segno della debolezza, cioè della interpretazione e della relativizzazione invece che dell’iconoclastia e dello scontro frontale, anche la ricostruzione prendeva la forma, mite e non mitica, del recupero di due religioni tutt’altro che trionfanti.
Questa fuga senza fine dagli assoluti e dalla violenza, la cifra essenziale del pensiero e dell’insegnamento di Vattimo, non è stata semplicemente una teoria, ma il riflesso di una vita. Che non è stata, si badi bene, una vita quieta e pacificata ma, proprio al contrario, una esistenza piena di tragedie, di lutti, di contraddizioni vissute in prima persona e con grande sofferenza. Invece di farsi portatore e testimone di queste lacerazioni, come, ad esempio, Pier Paolo Pasolini, Vattimo ha voluto, per così dire, risparmiarle ai suoi simili, e ha costruito un intero edificio di pensiero per esorcizzarle indicando le vie di una convivenza pacifica dell’umano con sé stesso e con gli altri umani.
È lo spirito che traspare in un aneddoto con cui vorrei chiudere questo ricordo. Avevo poco più di vent’anni, Vattimo poco più di quaranta, e un altro studente e amico che era con noi disse «bisognerebbe sconsigliare la lettura delle Elegie duinesi di Rilke, per il dolore che sprigionano». Era ovviamente un paradosso, ma io - da poco uscito da una scuola cattolica e desideroso di mostrare un atteggiamento da spirito forte - ribattei che mi sembrava una censura, un mettere all’indice. E Vattimo si limitò a dire: «A volte si fanno delle cose non per censura, ma per proteggere dal dolore».
La leggerezza del pensiero debole è stata proprio questo tentativo di «mettere in sicurezza», come si direbbe oggi in riferimento alle catastrofi naturali, l’umanità dallo schianto della morte di Dio.
IL SOGGETTO, LA MASCHERA, E LA SOCIETÀ TRASPARENTE.
Alcune note su "che cosa ha veramente detto GIANNI VATTIMO". *
AUTOIRONIA, "Auto-chiarificazione (filosofia critica)", e Charitas: queste poche parole, forse, possono essere dei segnavia per non perdersi l’essenziale (e, in qualche modo, per distinguere prima e unire poi, quanto ritenuto accoglibile) nel mare della ricchissima produzione culturale e professionale di Vattimo.
UNA NUOVA "FILOSOFIA DELL’AVVENIRE". "«L’uomo è ciò che mangia, ma soprattutto quel che beve». Così Gianni Vattimo, scomparso il 19 settembre scorso, trasformò il celebre motto di Ludwig #Feuerbach, bevendo un calice di rosso della Sila. Di origini calabresi e fama mondiale, il filosofo torinese era autoironico, alleggeriva i discorsi, amava scherzare e porsi con umiltà." (cfr. Emiliano Antonino Morrone, "La ricerca (infinita) della verità e il pensiero “forte” di Vattimo per la sua San Giovanni in Fiore", Corriere della Calabria, 22.09.2023).
Rimettendo storicamente e antropologicamente accanto all’ironia (della dialettica platonico-socratica), anche l’autoironia di Gianni Vattimo, forse, a omaggio delle sue "AVVENTURE DELLA DIFFERENZA" (1980)", in un mondo dove la lanterna è in mano ai #ciechi, è più che opportuno richiamare alla memoria la figura di Diogene di Sinope.
RIPARTIRE DALLA CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA DELL’ATTUALE PRESENTE STORICO. Se nel "processo dell’avvento del valore di scambio come metro di misura totalizzante si nasconde il trionfo dell’homo oeconomicus e della tendenza all’illimitazione del capitalismo", e, ancora, come ricorda Francesco Fistetti, "il recupero del valore d’uso e di un progetto di demercificazione dei mondi vitali va reimpostato a quest’altezza ", come è possibile svegliarsi dal "sonno dogmatico" (Kant)?
QUESTIONE ANTROPOLOGICA. Come mi sembra di capire, non è proprio il caso di re-interrogarsi sul tema del "soggetto e della maschera" (Vattimo, 1974) e riprendere la indicazione kantiana del 1784 (riafferrata per i capelli, da Michel Foucault nel 1984), della questione antropologica e ripartire dal "#sàpereaude!", "dal coraggio di servirsi della propria intelligenza"? All’ordine del giorno, oggi, per ri-"orientarsi nel pensiero" (Kant) e per una seconda rivoluzione copernicana (Th. W. Adorno), è augurabile che venga ripresa la lettura dello "Spaccio della bestia trionfante" di Giordano Bruno e del "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano" del Galileo Galilei, senza queste opere l’uscita dal letargo claustrofilico e terrapiattistico è impensabile.
IL MATERIALISMO DIALETTICO. Superato Kant dialettica-mente (con la hegeliana astuzia della ragione "mascherata" - già di Platone e Cartesio, sia atea sia devota, sia idealistica sia materialistica), si è perso anche il senso e il sottotitolo stesso del lavoro di Marx sul "Capitale" e, con esso, ogni possibilità di portare avanti la stessa "critica dell’economia politica": si tenga presente che per John Dewey, la rivoluzione di Kant è "un ritorno a un sistema di tipo ultra-tolemaico").
LA "COSCIENZA MISTICA", IL "SOGNO DI UNA COSA", E "IL PROBLEMA DELLA LIBERAZIONE". Paradossalmente, e probabilmente, se avessimo letto di più e meglio sia Giambattista Vico sia Kant a questa ora, in occasione della riflessione sul percorso filosofico di Gianni Vattimo, forse, potremmo capire di più la sua reale vicinanza e consonanza con la "Critica dell’idealismo" della "Critica della Ragion Pura" (1787) e il programma giovanile di Marx, il sogno di una cosa (1843) : "Sarà chiaro come non si tratti di tirare una linea retta tra passato e futuro, ma di realizzare le idee del passato. Si vedrà infine come l’umanità non incominci un lavoro nuovo, ma venga consapevolmente a capo del suo antico lavoro."("Annali franco-tedeschi"). Uno dei più importanti contributi in tale direzione di Gianni Vattimo, a mio parere, è proprio il saggio del 1974: "Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione" (Bompiani, 1974). Negli stessi anni, nelle infinite analisi sul rapporto tra il marxismo ed Hegel, correva il ripescaggio del "sapiente" Bovillus e della sua "rinascimentale" antropologia piramidale.
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