JUNG NELL’IMMAGINARIO DEL CATTOLICESIMO PAOLINO (SULLA STRADA DI "DAMASCO")
Una nota a margine del "coraggio di trasformarsi" (di Romeo Pulsoni - "Insula europea") *
Il coraggio di trasformarsi
di Romeo Pulsoni ("Insula europea", 12 Gennaio 2025)
Sarà arduo e forse impossibile per me commentare “[i simboli della trasformazione" in C. G. Jung, e nello stesso tempo cercare di demarcare quello che a mio parere è fondamentale per discernere il culturale dal terapeutico e dallo spirituale e cioè la differenza tra il cambiamento tra la trasformazione e la trasfigurazione.
Jung chiama i simboli “trasformatori”. Come una centrale di energia idrica trasforma la pressione dell’acqua in energia elettrica, così i simboli trasformano l’energia biologica in energia spirituale.
“I simboli funzionano come trasformatori, in quanto trasferiscono la libido da una forma inferiore a una superiore” (volume V, p. 232), alla stregua del plancton che dà inizio alla catena alimentare e quindi a forme di vita più evolute.
Il processo della trasformazione viene sempre attivato dal contrasto fra istinto e spirito, fra conscio e subconscio, fra ragione e sentimento, in quanto i contrasti entrano in dialogo fra loro. Tuttavia, questo processo di trasformazione non è sempre visibile. All’inizio e per lungo tempo non si avverte nulla della trasformazione interiore, ma un po’ alla volta ci si accorge che qualcosa dentro di noi è cambiato. È un processo vitale. Come la pianta spesso cresce senza che ce ne accorgiamo, così avviene nella trasformazione di un uomo.
Come avvenga il cambiamento da energia dell’istinto in energia spirituale, Jung lo descrive con l’esempio del giovane. Per un bambino è normale avere nostalgia della madre. Ma se un adulto concentra la propria libido principalmente sulla madre, resta infantile e si radica in lui immaturità e debolezza. Per maturare interiormente deve orientare la propria libido su un simbolo, su immagini dell’inconscio, su archetipi, che trasformano la sua energia dall’istinto. Jung sostiene che non appena si rende necessario il distacco dalla madre, appare l’archetipo della madre, per esempio la madre Chiesa. Con ciò il giovane può distaccarsi interiormente dalla madre e “avviene un cambiamento vitale” (volume V, p. 235). Una via di trasformazione dell’istinto è per Jung il sacrificio, come è più chiaramente rappresentato dalla morte sulla croce di Gesù.
“Il sacrificio non comporta affatto una regressione, ma esso è al contrario una felice trasposizione della libido sull’equivalente simbolico della madre, e quindi una spiritualizzazione di essa” (volume V, p. 261). Jung chiama il processo di trasformazione anche introversione.
L’uomo orienta la propria energia verso l’interno e in questo modo è in grado di trasformarla. L’introversione viene provocata da riti, preghiere, e sacrifici. Questi atti rituali “hanno come scopo di dirigere la libido verso l’inconscio e di costringerla in tal modo verso l’introversione” (volume V, p. 290).
La trasformazione è vitale per l’uomo. Ogni attaccamento al passato fossilizza la vita. Una legge fondamentale della vita è che “tutto ciò che è giovane invecchia, ogni bellezza avvizzisce, ogni calore si raffredda, ogni splendore si offusca, ogni verità diviene piatta e banale. Tutto ciò che infatti prese forma un giorno, e tutte le forme vanno soggette all’usura del tempo; invecchiano, si ammalano, si disintegrano- a meno che non si trasmutino. Ora esse possono trasmutare, giacché una invisibile scintilla che un giorno le generò è capace di una generazione infinita, essendo eterna la sua forza... Una verità è valida solo quando è suscettibile di mutamento e testimonia di sé in nuove immagini, in nuove lingue, come un vino nuovo che viene messo in botti nuove” (volume V, p. 290). Mi si consenta il legame con Marco 2,21-22: “Nessuno cuce una toppa di tessuto grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo scuarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa un nuovo vino in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi”.
Un momento decisivo per la trasformazione è la mezza età. In questo periodo della vita tanti cercano di aggrapparsi disperatamente al passato e ostacolano così la necessaria trasformazione. Trasformazione, però, qui non vuol dire che il passato viene eliminato, ma viene unito al nuovo e integrato in esso. Secondo Jung, verso la metà della vita appare l’ombra che fino ad allora era stata respinta. Ogni uomo ha due poli, amore e odio, disciplina e non disciplina, intelletto e sentimento, anima e animus. Nella prima metà della nostra vita viviamo soprattutto un solo polo. L’altro entra nell’ombra. A metà della vita questo chiede la parola. Se si incomincia a vivere l’ombra e si reprime ciò che è vissuto fino ad allora, non si progredisce. Si vive il contrario ugualmente in modo unilaterale come il passato. Proprio attraverso i contrasti, i poli opposti, Jung vuole spezzare la ristrettezza della coscienza “e costruire così uno stato di coscienza più ampio e più elevato” (volume VIII, p. 423). Non possiamo risolvere i nostri problemi di vita una volta per tutte. Dobbiamo sempre dedicarci ad essi, altrimenti ci fossilizziamo.
“Chi non ricorda certi amici e compagni di scuola, che da giovani erano esemplari e promettenti, e che, dopo molti anni, si ritrovano inariditi e limitati dalla monotonia quotidiana?” (volume V, p. 290). Si sono attaccati con tutte le forze alle soluzioni una volta che le hanno trovate e hanno rifiutato ogni trasformazione ulteriore. Essi non diventeranno mai pienamente uomini.
La trasformazione dell’uomo inizia nel suo subconscio. Spesso è una situazione difficile a costringerlo a occuparsi del subconscio; sovente sono archetipi che di colpo appaiono nei suoi sogni o che incontra nei riti della sua fede o nella lettura.
Jung pensa che l’uomo spesso abbia bisogno di crisi, nelle quali la sua capacità vitale esterna venga paralizzata, cosa che gli permette di unire il subconscio al conscio. E qui parliamo, secondo me, del cambiamento, evento improvviso necessario per impedire una imminente catastrofe.
La caduta da cavallo sulla via di Damasco provoca il cambiamento, il percorso successivo lungo dolce e soave sono la trasformazione, l’unione del subconscio al conscio.
Il processo non può arrestarsi al cambiamento di rotta, esso indica che la direzione precedente era sbagliata e l’inversione presagisce un cammino. Attestarsi ad essa, equivale al comportamento infantile di chi vuole in modo immorale tutto e subito: “è immorale perché distrugge l’uomo. L’uomo si forma nel tempo e col tempo. Il tempo è la sua storia che si costruisce” (Hallier-Megglé, Il monaco e lo psichiatra, San Paolo 2003)
“Darò loro un altro cuore e infonderò in essi uno spirito nuovo, rimuoverò il cuore di pietra dal loro corpo e metterò in essi un cuore di carne” (Ezechiele 11, 19). Una vita di successo può ostacolare la trasformazione dell’uomo, perché gli fa dimenticare “la sua dipendenza dall’inconscio”.
Spesso sono delle condizioni esterne, come abbiamo visto, a costringere l’uomo a intraprendere il cammino della trasformazione, la quale, in ultima analisi, avviene sempre per la tensione tra i due poli opposti nell’uomo, per l’opposizione tra spirito e istinto e per l’opposizione tra conscio e subconscio. Nell’uomo i simboli possono trasformare l’energia, perché uniscono in sé conscio e inconscio. Quando l’uomo inizia un dialogo col suo inconscio, può attivarsi in lui il processo di trasformazione. Questo processo ha come meta la totalità, la completezza, termini con cui Jung traduce l’espressione biblica di perfezione. Per Jung, in ultima analisi, è solo l’immagine di Dio che si oppone “in maniera frenante alla semplice istintività” (volume VIII, p. 59).
La grande aspirazione degli uomini è la trasformazione dell’umano nel divino, del mortale nell’immortale. La via della trasformazione consiste in varie iniziazioni o riti che cambiano sempre più la figura interiore degli iniziati, anche se, come nel caso di Nicodemo, sono domandati sconti.
In Jung il fine della trasformazione è la perfezione, per le religioni misteriche il fine del processo di trasformazione era (è) l’essere trasformati in natura divina. Qui trasformazione significa “liberazione del corpo dai vincoli della natura materiale, trasfigurazione corporea”: “dopo sei giorni Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche...” (Marco 9, 2-3). Per qualche istante ai discepoli appare la sembianza divina, vedono qualcosa che era con Gesù da sempre ma nascosto ai loro occhi.
Il cambiamento è l’inizio, la trasformazione è il viaggio, la trasfigurazione è il punto di arrivo: autorealizzazione, perfezione, vita in Dio sono denominazioni diverse dello stesso obiettivo?
Come cammino di trasformazione, il guardare avviene sia a livello psicologico che spirituale. Nello stesso modo in cui guardo una persona, così essa mi guarderà.
Tornando a Jung anche un racconto può trasformare, come anche lo yoga, gli esercizi spirituali, la meditazione; ci sono “processi naturali di trasformazioni, che ci accadono sia che lo vogliamo sia che non lo vogliamo, sia che lo sappiamo sia che non lo sappiamo...I processi naturali si annunciano soprattutto nel sonno” (volume VIII, pp. 127-128).
Nell’incontro con uomini, o leggendo dei libri, possiamo entrare in contatto con le fonti interiori e scoprire in noi l’amico dell’anima, che ci vuole condurre al mistero della nostra vita (volume VIII, p. 119). Jung sostiene che tutti portiamo dentro di noi un “amico dell’anima” che è immortale e vuole trasformare ciò che in noi è mortale in immortale.
Meta di ogni trasformazione è: “la trasformazione di ciò che in me è mortale in sostanza immortale; perché si libera dall’involucro mortale ch’io sono e si desta alla propria vita” (volume VIII, p. 131).
* SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:
Federico La Sala