La Fornero dopo la gaffe annulla il convegno sull’occupazione
Lavoro, la Costituzione è già stata calpestata?
Interventi di Furio Colombo e Lorenza Carlassare
Gli articoli della Carta
di Sal. Can. (il Fatto, 29.06.2012)
Il giorno dopo la “gaffe” del “Wall Street Journal”, il ministro Fornero annulla tutti gli impegni. In particolare lascia delusa l’amministrazione milanese, a cominciare dal sindaco Pisapia, che l’aveva voluto ospite d’onore al convegno “Fondata sul Lavoro” in cui sarebbero dovuti intervenire anche i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e il presidente di Confindustria. -Ma l’appuntamento previsto nel pomeriggio di ieri è saltato per l’indisponibilità del ministro comunicata in mattinata al sindaco di Milano. Un modo per non esporsi dopo le polemiche? Può darsi. Resta il fatto che Elsa Fornero rimane il ministro più contestato dell’esecutivo con un’esposizione mediatica spesso negativa. Il dibattito sul rapporto con la Costituzione, poi, resta del tutto aperto e a questa discussione si agganciano le testimonianze raccolte oggi dal “Fatto Quotidiano”.
Furio Colombo: Lost in translation
Se lo chiedono in molti, non solo in questo giornale. Perchè le "gaffes". O meglio perché appaiono "gaffes" espressioni di pensiero che sono state dette e ridette da quando esistono i think tank vicini alle imprese e lontane dal lavoro, in cui l’unico tema di discussione è sempre e soltanto il costo del lavoro?
Vorrei intervenire in questa disputa ricordando che Elsa Fornero non è affatto la voce più "a destra" che si sia ascoltata in Italia, dal tempo in cui il socialista Brodolini riuscì a scrivere e a far approvare lo Statuto dei Lavoratori. È molto più estrema e sgraziata la voce della Confindustria di Squinzi che parla di "boiata", ma solo perché non si licenzia abbastanza. -Aveva spazio per agire diversamente la Fornero (ovvero Monti)? Credo di no. Monti va a discutere, ma prima gli hanno detto che cosa doveva esserci in valigia. C’è roba che a noi non serve, ma la richiesta è stata perentoria.
Il fatto è che Fornero è un docente e non un politico. Il politico avrebbe forse fatto capire lo stato di necessità. L’intellettuale si batte per avere quella parte di ragione che pensa di avere. Faccio notare che frasi come la sua sono state pronunciate in questo Paese da tutte le voci di Confindustria, con imprenditori vecchi e giovani da decenni. Però mai l’on. Di Pietro ha commentato parole identiche a quelle di Fornero quando tutto il mondo conservatore italiano le ha pronunciate ai livelli più alti.
Quanto al contrasto stridente tra certe frasi della Fornero e la Costituzione, ho visto che l’articolo de "Il Fatto" (26 giugno) ha già fatto notare l’errore di traduzione. “Job” vuol dire specifico posto di lavoro, e di esso si può dire che te lo devi meritare senza violare la Costituzione. “Work” è il lavoro sia come descrizione del fare una cosa, sia come descrizione di un vasto settore della vita organizzata.
A quanto pare Fornero voleva dire “job” e ha detto (o le hanno fatto dire) “work”. Dunque la discussione con lei e su di lei, come quella con Monti e su Monti, va riportata nell’ambito di una conversazione meno stravolta, persino se quella italiana, oggi, e ormai da troppo tempo, è una vita stravolta.
Lorenza Carlassare: Colpa delle norme in contrasto
L’art.1 proclama la Repubblica “fondata sul lavoro” e già la collocazione assume valore simbolico. La formula, sottolinea Mortati, intende “invertire il valore ai due termini del rapporto proprietà-lavoro, conferendo la preminenza a quest’ultimo sul primo”. Tutelando il lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni” l’art.35 intende riferirsi al lavoro non solo manuale, ma anche spirituale e morale. L’art.4 oltre a riconoscere il diritto al lavoro impone alla Repubblica di promuovere le condizioni che lo rendono effettivo. Non è un’inutile proclamazione, ma ha conseguenze giuridiche precise. La Corte lo ha detto chiaramente. E’ un diritto sociale che obbliga lo Stato a una politica di sviluppo economico indirizzata a determinare “una situazione di fatto tale da aprire concretamente alla generalità dei cittadini la possibilità di procurarsi un posto di lavoro” (sent.61/ 1965, 105/1963). Neppure sulla conservazione del posto l’art.4 è privo di effetti: se il diritto al lavoro non è diritto ad ottenere un’occupazione, “ciò non esclude che per i rapporti già costituiti si imponga un’adeguata protezione del lavoratore nei confronti del datore di lavoro” (Corte costituzionale,sent.45/1965). Così la libertà di recedere dal rapporto a tempo indeterminato era divenuta residuale; ora la situazione si sta rovesciando in una politica che tende ad annientare l’intero sistema sociale previsto in Costituzione: ma questa parte è fondamentale nel disegno di una Costituzione fondata sulla persona e la sua dignità. Nonostante l’art.36 la retribuzione e i tempi del lavoro sono ignorati: “la durata massima della giornata lavorativa” sembra dilatarsi a dismisura. Siamo - come dice Rodotà al “neomedievalismo istituzionale”. Diritti e garanzie che circondano il lavoro non si possono infrangere: neppure il diritto a “mezzi adeguati” alle esigenze di vita assicurato ai lavoratori, anche in caso di disoccupazione involontaria: l’art. 38 è infatti una norma che da sostanza al diritto al lavoro quando il lavoro non c’è. La Costituzione pone un chiaro ordine di priorità: primo il lavoro, legato alla dignità della persona. Norme in contrasto sono incostituzionali e i giuristi hanno grosse responsabilità.
CARTA CANTA
ART. 1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
ART. 4
ART. 35
ART. 36
ART. 37
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.
ART. 38