I quattro valori che ridaranno fiducia agli italiani
di Bruno Forte (Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2012)
Quali priorità proporsi per salvare l’Italia? Partendo dalla mia vicinanza alla gente e alla luce del primato del bene comune, da cercare al di sopra di ogni interesse di parte, ne indicherei quattro: rigore, sviluppo, solidarietà e verità. A chi saprà tendere a queste mete in maniera credibile, senza false promesse o menzogne rassicuranti, mi sembra che gli Italiani potranno guardare con fiducia per il loro domani.
Se questa "quadratura del cerchio" apparirà irrealizzabile a sguardi di corta misura, si presenterà invece possibile a quanti sapranno mettersi in gioco con retta coscienza al servizio degli altri. Anzitutto, c’è ancora bisogno di rigore: la parola rimanda a uno stile di serietà, di competenza e di onestà nell’affrontare i problemi, e insieme alla libertà necessaria da calcoli personali o di gruppo per chiedere sacrifici a tutti in proporzione alle possibilità di ciascuno. È lo stile cui - poco più di un anno fa - le maggiori forze politiche rappresentate in Parlamento riconobbero si dovesse far ricorso per evitare il baratro che andava spalancandosi nell’immediato futuro per il Paese.
A chi avesse memoria corta, basterebbe ricordare l’eloquenza dei fatti: l’invito autorevole del Capo dello Stato ai grandi Partiti perché facessero la scelta responsabile di affidare a un gruppo di tecnici, capeggiato con autorevolezza da Mario Monti, le sorti collettive, non sarebbe stato accolto da protagonisti palesemente restii a rinunciare alla ribalta e notoriamente inclini alla litigiosità, se la gravità della situazione non fosse stata avvertita da tutti con urgenza assoluta.
A distanza di dodici mesi, la via del rigore resta ardua, ma è la sola che potrà dare frutti: aver evitato il baratro, essere riusciti a restituire all’Italia credibilità internazionale, aver offerto ai cittadini una preziosa iniezione di fiducia nello Stato, mi sembra merito non da poco. Vanificare tutto questo per sete di potere o interessi estranei al bene comune mi sembra logicamente inaccettabile e inaffidabile sul piano morale.
Al rigore va coniugato lo sviluppo: il coro di consensi su questo secondo punto, già a qualche mese dall’avvio dell’esperienza del governo dei tecnici, è stato così ampio da risultare assordante. Rifuggendo dai populismi delle richieste "tutto e subito", bisogna riconoscere che i tempi di realizzazione di questa seconda meta sono andati allungandosi: ne è ragione la contingenza internazionale e soprattutto la crisi di fiducia innescata nelle istituzioni europee a causa della scarsa volontà comune di passare da un’Europa della sola economia a un’Europa politicamente unita, rilevante sul piano mondiale a partire da unità di opzioni e di mete cui tendere.
L’allungarsi dei tempi della ripresa grava come un macigno sulla vita quotidiana di moltissimi lavoratori e delle loro famiglie. Non si può far colpa, tuttavia, a chi guida una nave su mari in tempesta di non riuscire a raggiungere il porto nei tempi possibili in condizioni normali. Senza fiducia, tenacia e corresponsabilità, senza una generosa partecipazione di tutti coloro che possono concorrere a rimettere in moto la produzione, dalla crisi non si potrà uscire. Aspettarsi tutto da una bacchetta magica o peggio dalle promesse di un imbonitore è insensato. Il tempo necessario per lo sviluppo è condizione eticamente sostenibile, oltre che tecnicamente necessaria, sulla quale non bisogna chiudere gli occhi. Se ognuno fosse pronto a fare la sua parte con generosità e audacia, la barca si rimetterebbe in sesto in tempi più brevi. L’appello alle coscienze di chi può investire in impresa e di chi - come il sistema bancario - può contribuire a dare respiro e fiducia a chi investe, non ammette scusanti.
In questo quadro, un terzo termine viene a profilarsi con indilazionabile urgenza: la solidarietà. Nell’ora della crisi, nella stagione della cinghia stretta e della sobrietà riscoperta come via inevitabile, c’è chi rischia di pagare un prezzo troppo alto, superiore alle possibilità di sostenerlo: i poveri, i socialmente deboli, i senza lavoro, in particolare i giovani cui in misura così alta sono ogginegate possibilità di realizzazione lavorativa dignitosa e stimolante, devono essere al primo posto nell’agenda degli interventi da compiere. Lo stato sociale non può essere smantellato: i tagli agli sprechi vanno fatti, a cominciare dai piani alti degli stipendi e delle spese ("in primis" nei costi della politica!), ma non si può far pagare il conto della crisi a chi è più debole. Chi ha di più sia pronto a dare di più, e chi governa incoraggi e stimoli una simile ridistribuzione delle risorse e della partecipazione di ciascuno alla costruzione della casa comune.
C’è infine una quarta parola che vorrei evocare come necessaria alla rinascita del Paese: la verità. Ce n’è bisogno più dell’aria che respiriamo: l’orgia della frivolezza di un non lontano passato, fatto di consumi e di spese superiori alle nostre tasche, deve essere cancellata per sempre. Occorre chi tenga i conti in regola e non nasconda ai cittadini le difficoltà, i limiti, le possibilità in gioco. C’è bisogno di chi dica la verità anche a prezzo dell’impopolarità e della critica. Soprattutto, va isolato chi ricorra a facilonerie o addirittura a menzogne come arma di lotta politica. Occorrono protagonisti liberi da interessi personali o di "lobbies", pronti a pagare di persona il prezzo necessario per il bene di tutti.
Alla competenza e all’onestà, questi protagonisti dovranno coniugare una forte carica ideale, fatta di amore per gli altri e per la grande famiglia che è il Paese da servire. Questa carica viene da una vita interiore avvezza all’ascolto e al confronto con la verità, che chiede di essere servita con purezza di cuore. A questo stile ci aveva riabituati l’attuale "leadership" del Paese e grave sarebbe tornare al passato. A tutti è chiesto un rinnovato impegno di passione politica, animato dal primato dell’etica, senza cedimenti alle tentazioni del l’anti-politica.