Le parole che nutrono o ci avvelenano
di Yarona Pinhas (Corriere della Sera - Dossier, 24 novembre 2013)
L a facoltà verbale distingue l’uomo dagli animali, il contenuto delle parole distingue un uomo dall’altro. Le nostre paro le sono le spie del nostro stato d’animo, attraverso le quali riconosciamo la storia di una persona, il suo passato e il suo futuro. Scopi e limiti sono fissati con il discorso.
Noi esseri umani siamo tutti dotati di un’arma a doppio taglio che è la nostra bocca. Le nostre parole hanno tante facce e tante maschere, una volta pronunciate creano una realtà tangibile e assumono una vita propria.
Le parole positive nutrono, guariscono e ingrandiscono, mentre quelle negative apparentemente non lasciano né ferite, né lividi, ma gradualmente avvelenano e uccidono l’anima della persona colpita. Il marchio della parola è indelebile: «Morte e vita sono in potere della lingua, chi di essa fa retto uso ne godrà i frutti» (Proverbi 18:21).
La parola «frase» in ebraico mishpat , significa anche «giudizio»: da qui capiamo che ogni nostra frase è una sentenza, i cui effetti - positivi o negativi che siano - ci seguiranno per un’intera vita.
Questo è il vero senso della frase «occhio per occhio, dente per dente»: il criterio di giudizio che hai adottato nei confronti dell’altro sarà in seguito usato per giudicare te. C’è da chiedersi: come mai nell’era della comunicazione ci sembra di vivere nell’antica Babele? Perché è così complicato comunicare o capirci anche se parliamo la stessa lingua?
La parola è già una traduzione di un sentire interiore che il più delle volte non si riesce a esprimere nel migliore dei modi. La natura delle parole cambia a seconda di chi le pronuncia. Quando le parole non nascono dalla conoscenza sono prive di discernimento ed esprimono immagini e fantasie che non hanno nessuna corrispondenza con la realtà vissuta perché si basano sui pregiudizi e il «sentito dire». Quando le parole pronunciate sono frutto dell’istinto scatenato, troppe sono le parole, e la parola artefatta manda tutto irreparabilmente in frantumi. Per questo, il turpiloquio - in particolare le bestemmie - coinvolgono la sfera sessuale.
È necessaria un’estrema chiarezza delle parole nelle relazioni, senza timore di esprimersi, anche se questo comporta disagio in chi parla o ascolta. È essenziale ricordare che, il più delle volte, la nostra mente. Il malessere, la malattia, i momenti di crisi sono causati dal cattivo uso, o addirittura dal non uso, della parola stessa. Il silenzio è inteso come parola o relazione negata. Basta non nominare o ignorare qualcuno per escluderlo, emarginarlo e annullarne l’esistenza ai suoi stessi occhi.
La parola «violenza», in ebraico alimùt , viene da elem , «silenzio», così anche la vedovanza, come dire che dal momento in cui uno dei due coniugi viene a mancare scompare la voce e cala il silenzio.
La persona violenta è incapace di esprimere i suoi sentimenti: dominata dalla frustrazione, usa l’aggressività e le mani come linguaggio. Così nascono il razzismo e l’odio, dall’incapacità di accettare se stessi e di comunicare nel modo giusto.
Questa è la condizione umana sin dai tempi della Creazione. «Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina» (Genesi 1:27).
L’uomo è composto da due nature diverse: maschio e femmina. Ogni parte ha un proprio linguaggio e una propria visione della realtà. Da questa posizione, parzialmente occlusa, si vive nell’incertezza e nella frustrazione dell’incomprensione reciproca. Siamo chiamati ad ampliare la nostra coscienza tramite la relazione con chi è «altro» da noi, sia esso di diverso genere, tuo fratello o lo «straniero». Il primo atto di violenza descritto nella Bibbia è drammatico. Caino e Abele, due fratelli, l’uno il contrario dell’altro.
Caino uccide Abele. Caino, nome che significa «possesso» e «gelosia», uccide Abele, il cui nome indica «vapore», simbolo della parola. L’ego ha ucciso il Sé, la materia ha soffocato lo spirito, l’immagine ha prevalso sulla sostanza.
Ecco qui l’origine della violenza: la volontà d’impadronirsi della «voce» dell’altro, fare tacere voci che non sono in corrispondenza con le nostre idee, spegnere la luce dell’altro per diffondere la propria oscurità e difendere la propria ignoranza sotto la veste della perfezione.
Paradossalmente, sono proprio i soggetti che non si assumono la responsabilità dei propri atti che, in fondo, si sentono separati dalla società e al di fuori delle leggi sociali, e si creano le proprie «regole» di comportamento. Un detto ebraico dice: «Un prigioniero non è capace di liberarsi dal proprio carcere», indicando che è compito di chi è consapevole aiutare chi è imprigionato in una situazione. Purtroppo, il più delle volte, il prigioniero non sa nemmeno di esserlo, sia esso carnefice o vittima.
Per poter cambiare le cose ci dobbiamo conoscere e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, rispettare la diversità, fonte di ricchezza, educare sin dall’infanzia a celebrare la propria vita, che ha un senso e un significato quando i propri talenti sono a disposizione del benessere comune, puntando sull’importanza dell’autenticità dei valori invece che venerando modelli fasulli.
La donna, il femminile, sono emblema della vita, della parola e dell’ascolto. La valorizzazione del pensiero femminile, sinora coperto dalle voci patriarcali, può contribuire a questo necessario cambiamento radicale nel nostro modo di comunicare e di essere. L’obiettivo è quello di creare un dialogo aperto e costruttivo tra le voci femminili e quelle maschili; tra interiorità ed esteriorità, tra lo spirito e il corpo e tra il dire e il fare.
Come ben espresso da un rabbino che insegna Torà alle donne: «È un’esperienza totalmente diversa e illuminante, in quanto le donne cercano in ogni cosa il lato pratico, vorrebbero sapere come applicare lo studio nella vita quotidiana per migliorarla, mentre gli uomini amano più il lato filosofico-teorico e il pilpùl , cioè la discussione in sé».
Così come investiamo tante risorse per conoscere il mondo in cui viviamo, dobbiamo sin dalla più tenera età insegnare com’è composto l’universo più misterioso di tutti: il pianeta Uomo