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SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITA’, OGGI. Per l’ “amore conoscitivo”. In memoria di Kurt H. Wolff

AL DI LA’ DEL SACRO. CRITICA DELLA FILOSOFIA E DELLE RELIGIONI: "DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE". Un capitolo del libro di Federico La Sala

Contro ogni illusione di continuità di istituzioni e di divinità, un fatto resta determinante. Siamo giunti a un grado zero di civiltà. La secolarizzazione non è stata uno scherzo: non solo «Dio è morto» ma anche l’Uomo.
venerdì 13 dicembre 2013
[...]Il lungo processo storico che in Europa e nel mondo, almeno dal XVIII secolo, ha innescato la contrapposizione delle diverse forme del contesto sociale all’individuo come un puro strumento per i suoi scopi privati, come una necessità esteriore, e, nel contempo, ha spinto l’individuo a un progressivo isolamento nella società, ha ormai toccato il fondo e ha portato a galla le determinazioni più semplici (Marx) [...]

Federico La Sala (...)

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> AL DI LA’ DEL SACRO. CRITICA DELLA FILOSOFIA E DELLE RELIGIONI --- Le mamme narciso. Dalla mitologia del sacrificio alla ricerca della libertà assoluta. Così cambia un’immagine secolare

sabato 28 febbraio 2015

LEGGE E DESIDERIO: FREUD CERCA LA STRADA OLTRE L’EDIPO, DELEUZE E GUATTARI TEORIZZANO "L’ANTI-EDIPO", E RECALCATI - SEGUENDO LACAN - RESTA ANCORA IN MEZZO AL GUADO. La sua analisi - con alcuni appunti


Le mamme narciso

Una radicale trasformazione investe l’istituto materno. Si vive meno per i propri figli e più per rivendicare piena autonomia Dalla mitologia del sacrificio alla ricerca della libertà assoluta. Così cambia un’immagine secolare

Ne è un evidente segnale “Mommy”, il film del giovane regista canadese Xavier Dolan Per Lacan in ogni genitrice c’è un’inconscia spinta a incorporare le proprie creature

di Massimo Recalcati (la Repubblica, 28.02.2015)

NELLA cultura patriarcale la madre era sintomaticamente destinata a sacrificarsi per i suoi figli e per la sua famiglia, era la madre della disponibilità totale, dell’amore senza limiti. I suoi grandi seni condensavano un destino: essere fatta per accudire e nutrire la vita. Questa rappresentazione della maternità nascondeva spesso un’ombra maligna: la madre del sacrificio era anche la madre che tratteneva i figli presso di sé, che chiedeva loro, in cambio della propria abnegazione, una fedeltà eterna. È per questa ragione che Franco Fornari aveva a suo tempo suggerito che i grandi regimi totalitari non fossero tanto delle aberrazioni del potere del padre, ma un’“inondazione del codice materno”, una sorta di maternage melanconico e spaventoso.

La sicurezza e l’accudimento perpetuo in cambio della libertà. Sulla stessa linea di pensiero Jacques Lacan aveva una volta descritto il desiderio della madre come la bocca spalancata di un coccodrillo, insaziabile e pronta a divorare il suo frutto. Era una rappresentazione che contrastava volutamente le versioni più idilliache e idealizzate della madre. Quello che Lacan intendeva segnalare è che in ogni madre, anche in quella più amorevole, che nella struttura stessa del desiderio della madre, troviamo una spinta cannibalica (inconscia) ad incorporare il proprio figlio. È l’ombra scura del sacrificio materno che, nella cultura patriarcale, costituiva un binomio inossidabile con la figura, altrettanto infernale, del padre-padrone. Era la patologia più frequente del materno: trasfigurare la cura per la vita che cresce in una gabbia dorata che non permetteva alcuna possibilità di separazione.

Il nostro tempo ci confronta con una radicale trasformazione di questa rappresentazione della madre: né bocca di coccodrillo né ragnatela adesiva né sacrificio masochistico né elogio della mortificazione di sé. Alla madre della abnegazione si è sostituita una nuova figura della madre che potremmo definire “narcisistica”. Si tratta di una madre che non vive per i propri figli, ma che vuole rivendicare la propria assoluta libertà e autonomia dai propri figli.

L’ultimo capolavoro del giovanissimo e geniale regista canadese Xavier Dolan titolato Mommy ( 2014) mostra il passaggio delicatissimo tra l’una e l’altra di queste rappresentazioni della maternità. Per un verso la coppia madre-figlio del film assomiglia alla coppia simbiotica tipica della patologia patriarcale della maternità: non esiste un altro mondo al di fuori di essa, non esiste un terzo, non esiste padre, non esistono uomini, non esiste nulla. È una negazione che il regista trasferisce abilmente in una opzione tecnica traumatica: le riprese a tre quarti - l’assenza di fuori campo, come ha fatto notare recentemente Andrea Bellavita - evidenziano un mondo che non conosce alterità, che non ha alcun “fuori” rispetto al carattere profondamente incestuoso di questa coppia.

Ma è l’atteggiamento finale della madre che risulta inedito rispetto alla rappresentazione sacrificale del desiderio materno. Ella non trattiene il figlio problematico (la diagnosi psichiatrica lo classifica come “iperattivo”), ma - seppur contraddittoriamente - vorrebbe liberarsene. Il suo desiderio non è più quello rappresentato dalla madre-coccodrillo e dalla sua spinta fagocitante, ma quello di risultare, come afferma in una battuta finale, «vincente su tutta la linea »; per questo decide di affidare il figlio intrattabile ad una Legge folle che prescrive il suo internamento forzato.

La madre descritta in Mommy rappresenta il doppio volto della patologia della maternità: da una parte l’eccessiva presenza, l’assenza di distanza, il cannibalismo divorante, dall’altra l’indifferenza, l’assenza di amore, la lontananza, l’esaltazione narcisistica di se stessa. Il problema della madre narcisista non è più, infatti, quello di separarsi dai propri figli, ma di doverli accudire; non è più quello di abolirsi masochisticamente come donna nella madre, ma vivere il proprio diventare madre come un attentato, un handicap, anche sociale, al proprio essere donna.

La spinta divoratrice della madre-coccodrillo si è trasfigurata nell’ossessione per la propria libertà e per la propria immagine che la maternità rischia di limitare o di deturpare. Il figlio non è una proprietà che viene rivendicata, ma un peso dal quale bisogna sgravarsi al più presto. Si tratta di una inedita patologia (narcisistica) del materno. Ne avevamo avuto un’anticipazione significativa in altri film, come S infonia d’autunno (1978) di Ingmar Bergman e Tacchi a spillo di Pedro Almodovar (1991), o, in una forma ancora più traumatica, in Mammina cara (1981) di Frank Perry, tratto dalla biografia dell’attrice Joan Crawford scritta dalla figlia adottiva che fornisce il ritratto di una madre instabile e totalmente immersa nel proprio fantasma narcisistico.

In essi emerge una rappresentazione della maternità profondamente diversa, ma egualmente patologica, da quella imposta dalla cultura patriarcale. Si tratta di donne che vivono innanzitutto per la loro carriera e, solo secondariamente e senza grande trasporto, per i loro figli. In gioco è la rappresentazione inedita di una madre che rifiuta (giustamente) il prezzo del sacrificio rivendicando il diritto di una propria passione capace di oltrepassare l’esistenza dei figli e la necessità esclusiva del loro accudimento.

È il dilemma di molte madri di oggi. Il problema però non consiste affatto in quella rivendicazione (legittima e salutare anche per gli stessi figli), ma nell’incapacità di trasmettere ai propri figli la possibilità dell’amore come realizzazione del desiderio e non come il suo sacrificio mortifero. Se la maternità è vissuta come un ostacolo alla propria vita è perché si è perduta quella connessione che deve poter unire generativamente l’essere madre all’essere donna. Se c’è stato un tempo - quello della cultura patriarcale - dove la madre tendeva ad uccidere la donna, adesso il rischio è l’opposto; è quello che la donna possa sopprimere la madre.


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