Inviare un messaggio

In risposta a:
SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITÀ E SULLO SPIRITO CRITICO, OGGI. "X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA.

DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant (e altri materiali).

"Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro (...)".
domenica 10 maggio 2026
Della Terra, il brillante colore
2013, nov 27*
Della Terra, il brillante colore
Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro ma a partire dal riconoscimento della propria parzialità - di individuo e di genere.
Il libro si compone di più saggi che affondano nel profondo delle nostre radici culturali come “carotaggi” a campione. La (...)

In risposta a:

> DAL "CHE COSA" AL "CHI" --- "Senza indugio. Con voce di donna. Omelie per l’anno C" (EDB 2024). Nota di presentazione di Marco Busca.

domenica 2 marzo 2025

"Senza indugio. Con voce di donna. Omelie per l’anno C" (EDB 2024).

Ho conosciuto un ragazzo della comunità Bahá’í, appassionato di san Paolo, che durante una conversazione ha usato questa frase: “sono affamato di narratori di Dio”. Dio si lascia raccontare. Celebra in noi e con noi una liturgia di parola e di parole in cui il lettore - che si fa interprete e poi narratore - diventa parte del messaggio, con la sua carne, la sua cultura, la sua età, il suo genere, la sua sensibilità spirituale. Abbiamo bisogno di convergenze e divergenze di risonanze e narrazioni per “balbettare” la Parola che culmina in una liturgia di Silenzio, grembo puro di accoglienza e adorazione. Il mistero che supera tutti ci “ammutolisce”, pur suscitando una continua espressività multiforme di cui abbiamo bisogno.

C’è bisogno di una narrazione di generazioni: risonanze di bambini e di anziani, intuizioni folgoranti dei piccoli e parole misurate, piene di anni di lettura, di sapienti vegliarde e di saggi anziani. La profezia sembra prediligere le labbra degli infanti e dei vecchi: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore” (Salmo 8,3); “Uno degli anziani mi disse: Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli” (Ap 5,1-14).

Abbiamo bisogno di narrazioni di genere: “non c’è più né uomo né donna”, si legge nella lettera ai Galati che pare relativizzare le “differenze” o, meglio, finalizzarle all’essere una cosa sola in Cristo (cap. 3,28); ma di lì a poche righe, presentando l’identità di Gesù, Paolo afferma che “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge” (Gal 4,4). Una sottolineatura necessaria non solo ad attestare la storicità dell’incarnazione. L’espressione, infatti, è densa di contenuto antropologico e religioso. Entrambi i significati riassunti nelle due parole “donna” e “legge”.

La grande uditrice della Torà è Maria di Nazareth che ha intessuto con la matassa del suo sangue rosso la carne del Logos divino, come ci è dato di ascoltare negli inni della tradizione siro-palestinese e di vedere nelle icone e negli antichi mosaici. Tessitura di carne e di parole poiché il figlio di Dio è cresciuto in età e sapienza nella casa di Nazareth apprendendo il vocabolario della madre e del padre. Le “parole di grazia” che usciranno dalla bocca del figlio di Giuseppe (cfr. Lc 4,22) non sono solo le cose udite dal Padre che il Figlio ha fatto conoscere a noi (cfr. Gv 15,15), sono anche le parole della Torà udite sulle labbra di un padre e una madre, due pii israeliti, che hanno contribuito a dare parole alla Parola perché un giorno la Parola potesse arrivare alle orecchie e al cuore di quel popolo e della sua cultura. Le loro parole “sante”, risonanze di salmi e profezie, come pure le parole dei lavori quotidiani e il dialetto degli affetti che risuonavano nella casa di Nazareth, hanno contribuito a meritare a Gesù quel complimento ammirato: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!»” (Gv 7,46). Gesù è un Rabbi che insegna “come uno che ha autorità” (Mc 1,22), autorità che gli viene dall’alto in quanto è il Logos che “tutto sostiene con la sua parola potente” (Eb 1,3), ma anche insegnamento efficace che gli deriva dall’autorità della parola umana appresa da Maria e Giuseppe che, con il loro parlare genitoriale, hanno espresso la forma autentica del maschile e del femminile che si è impressa nell’umanità del Figlio dell’uomo ed è risuonata nei suoi approcci salvifici alle donne e alle coppie.

La liturgia della Chiesa celebra tra pochi giorni la seconda domenica del tempo ordinario che proclama la pagina evangelica che Giovanni dedica al primo dei segni compiuti da Gesù a Cana di Galilea (Gv 2,1-11).

Trovo un elogio mariano nel commento proposto dalla professoressa Donata Horak che condivido: “Ma ecco, tra le tante persone invitate alla festa si distacca una figura di donna, una vera credente, l’unica coscienza risvegliata che si accorge che il vino si sta esaurendo: sente che la festa rischia di scivolare nella ferialità delle abitudini e delle consuetudini sociali, che perderà il sapore, l’ebbrezza, il calore” (p. 126). La Chiesa è ancora e sempre la sala nuziale pensata dal Padre per festeggiare con abbondanza di invitati e di vino le nozze del suo Figlio con l’umanità. Non mancano gli assetati e affamati di narrazioni divine. Il rischio anche per noi credenti non è la mancanza del vino buonissimo della Parola ma che si annacqui in narrazioni insipide, incolori, anestetiche, anemiche... Ecco perché abbiamo bisogno di dare voce alla Parola sprigionando tutto il potenziale espressivo di risonanza e di racconto di cui la Chiesa è capace, prestando attenzione anche ai lettori e commentatori di “oltre confine”. Ci sono esegeti “clandestini” e “affabulatori” appassionati della Parola sparsi ovunque. Perché la Bibbia non è un testo “imprigionato”, anzi per sua natura è un tesoro di verità “rischiose” e non facilmente addomesticabili specie quando la Parola è nelle mani e nella lettura del popolo. Grazie di questo strumento di parole a servizio della narrazione della Parola con voce di donna, frutto della gestazione paziente del “Verbo” nel sapere e nel sapore di teologhe e bibliste delle chiese d’Italia, nostre sorelle nello Spirito.

Grazie alla professoressa Cristina Simonelli che ha accolto l’invito a presentare alla comunità mantovana questo testo curato dal coordinamento delle teologhe italiane. La saluto con amicizia e gratitudine per essere la portavoce delle dieci voci femminili autrici del testo. Con lei salutiamo anche don Lorenzo Rossi, biblista della nostra diocesi, esperto della letteratura lucana.

L’evangelista Luca riserva un’attenzione delicata e obiettiva alle donne in rapporto a Gesù. Esse lo seguono e lo servono con i loro beni (Lc 8,2-3), lo seguono fin dalla Galilea sino alla punta più alta del Calvario dove guardano da lontano lo spettacolo della croce (Lc 23,48), per avvicinarsi poi al sepolcro e osservare dove è stato posto il corpo di Gesù così da tornare finalmente il giorno dopo con aromi e oli profumati per un ultimo gesto di omaggio. Ma il giorno dopo non è la naturale successione del precedente. È un giorno nuovo. Il primo giorno della settimana, aurora della nuova creazione che capovolge paradigmi e criteri della nostra condizione naturale, una vera rifusione del maschile e del femminile, nella nascita della Donna-Chiesa Sposa dell’Agnello. Anche le donne sono impreparate e inadeguate alla risurrezione, impaurite e incredule, con il volto chino a terra, devono accogliere l’annuncio di due uomini che vedono presentarsi a loro in abito sfolgorante (cfr. Lc 24,1-10), due rappresentanti di un “altro” mondo, dove non c’è più né maschio né femmina perché tutto ciò che è creato è trasfigurato nella risurrezione. Queste donne, a cui l’evangelista riconosce un nome proprio (Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo) insieme alle altre che erano con loro, sono provocate dall’annuncio pasquale a diventare “teologhe” in quanto “si domandavano che senso avesse tutto questo”, in ordine al loro ri-diventare credenti alla sequela del Maestro amato che ora però chiede il salto di livello della fede nella risurrezione: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Le donne corrono a raccontare queste cose agli apostoli. Costituite “apostole degli apostoli”, per usare l’espressione felice della liturgia bizantina di Pasqua, hanno il compito non scontato di annunciare il kerigma alle “colonne della chiesa”, pure loro spiazzati e increduli davanti a un annuncio che alle orecchie della carne pare “un vaneggiamento” e sortisce comunque il buon esito di far correre Pietro verso il sepolcro insieme a Giovanni che “vide e credette” (cfr. Gv 20,1-9).

L’originalità - anche di fronte alla Parola - non sta nell’essere donne piuttosto che uomini, ma nell’essere umili discepoli “giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti”; costoro “non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (Lc 20,35-36).

Un femminile e un maschile rigenerati dalla Parola possono riprendere in mano la regia del mondo per rigenerarlo nella novità escatologica del Regno. Senza indugio!


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: