"RICORDATI DI ME" ["#REMEMBER #ME"], MI DEVI LA VITA": OMERO SCAGLIA UNA FRECCIA OLTRE IL "CIELO" DI #PLATONE E RAGGIUNGE #DANTE E #SHAKESPEARE. CON IL #SALUTO DI #NAUSICAA A #ULISSE, LA "#POESIA" VINCE LA "#FILOSOFIA" E APRE L’#ORIZZONTE A UNA #ALTRA "#TERRA" #POSSIBILE, OLTRE LA #TRAGEDIA: "GRANDE E’ LA DIANA DI EFESO" (#SIGMUND #FREUD, 1911 - v. commento).
Un omaggio al lavoro di #ricerca di Benedetta Mastroviti:
"[...] La forza di Nausicaa sta nel testo omerico, non nella radice del suo nome. È Omero stesso, del resto, a fornire la chiave interpretativa più potente: la similitudine con #Artemide [...]. Ai versi VI, 102-109, Omero paragona Nausicaa ad Artemide che si aggira per i monti tra le ninfe, superandole tutte in bellezza e in presenza[...] C’è un momento, tra il Canto VI e il Canto VIII, che Omero gestisce con una maestria narrativa senza pari. Quando #Odisseo, lavato e vestito e reso di nuovo bello da #Atena, appare a Nausicaa, lei dice alle ancelle: αἲ γὰρ ἐμοὶ τοιόσδε πόσις κεκλημένος εἴη (VI, 244) «oh, se un uomo così fosse chiamato mio sposo.» Subito dopo, rivolgendosi a Odisseo, gli indica la strada per il palazzo, gli spiega come comportarsi, lo istruisce su come ottenere aiuto da sua madre #Arete.
Tra queste due azioni, il desiderio e l’istruzione pratica, si apre uno spazio che Omero non chiude. Nausicaa desidera e nello stesso respiro, guida. Non nega il desiderio, non lo nasconde; ma non gli permette di governare la relazione. Il desiderio esiste come forza che illumina l’incontro, non come progetto che lo vincola.
#Alcinoo stesso offre Odisseo come genero (VII, 311-315). La possibilità è dunque reale, non fantasticata. Tuttavia non si compie. Non perché qualcuno la rifiuti con violenza, ma perché Odisseo ha un altro cammino e Nausicaa, in qualche punto tra il VI e l’VIII canto, lo riconosce[...]." (cfr. B. Mastroviti, "μνῆσαί μευ Nausicaa, o della grazia del congedo La παιδεία del lasciar andare", 31 marzo 2026).
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#Odissea, VIII, 457-468:
Ναυσικάα δὲ θεῶν ἄπο κάλλος ἔχουσα
στῆ ῥα παρὰ σταθμὸν τέγεος πύκα ποιητοῖο,
θαύμαζεν δ’ Ὀδυσῆα ἐν ὀφθαλμοῖσιν ὁρῶσα
καί μιν φωνήσασ’ ἔπεα πτερόεντα προσηύδα·
"Xαῖρε, ξεῖν’, ἵνα καί ποτ’ ἐὼν ἐν πατρίδι γαίῃ
μνήσῃ ἐμεῖ’, ὅτι μοι πρώτῃ ζωάγρι’ ὀφέλλεις."
τὴν δ’ ἀπαμειβόμενος προσέφη πολύμητις Ὀδυσσεύς·
"Ναυσικάα, θύγατερ μεγαλήτορος Ἀλκινόοιο,
οὕτω νῦν Ζεὺς θείη, ἐρίγδουπος πόσις Ἥρης,
οἴκαδέ τ’ ἐλθέμεναι καὶ νόστιμον ἦμαρ ἰδέσθαι·
τῶ κέν τοι καὶ κεῖθι θεῷ ὣς εὐχετοῴμην
αἰεὶ ἤματα πάντα· σὺ γάρ μ’ ἐβιώσαο, κούρη."
Nausicaa, che dagli Dei ebbe il dono della bellezza,
si fermò accanto a un pilastro dell’alto tetto:
vedendo Odisseo con i suoi occhi, lo ammirava;
rivolgendogli la parola, disse parole alate:
“Salute a te, ospite [#Xαῖρε, ξεῖν’]! Quando sarai tornato nella terra dei padri,
ricordati di me [μνήσῃ ἐμεῖ’]: a me per prima tu devi la vita!”.
Le rispose allora l’ingegnoso Odisseo:
“Nausicaa, figlia del magnanimo Alcinoo:
che #Zeus, il tonante sposo di #Hera, mi conceda
di arrivare a casa [οἴκαδέ ] e di vedere il giorno del ritorno!
Anche là, io farò sempre voti a te come a una #Dea:
perché tu, #fanciulla [#κούρη], hai salvato la mia vita!”.
Attorno al 54 d.C. l’apostolo Paolo passò diversi anni ad Efeso. Quivi predicò, compì dei miracoli, trovando un largo seguito tra la popolazione. Perseguitato ed accusato dagli Ebrei, si staccò da questi, fondando una comunità cristiana indipendente. A cagione del diffondersi della sua dottrina, vi fu un calo del commercio degli orafi, che solevano fabbricare ricordi del luogo sacro (figurine di Artemide e modellini del tempio) per i fedeli e i pellegrini, che venivano da tutte le parti del mondo (Cfr. anche la poesia di Goethe.)
Paolo era troppo rigido per tollerare che l’antica divinità sopravvivesse sotto diverso nome, per ribattezzarla come avevano fatto i conquistatori ionii con la dea Oupis, per cui i pii artigiani e artisti della città cominciarono a sentirsi preoccupati per la sorte della loro dea e anche per quella dei loro guadagni. Si ribellarono e, al grido senza fine ripetuto, di «Grande è la Diana degli Efesini», sciamarono lungo la via principale, detta «Arcadiana», fino al teatro, dove il loro capo, Demetrio, pronunciò un discorso infuocato, contro gli Ebrei e contro Paolo. Le autorità riuscirono con difficoltà a sedare il tumulto con l’assicurazione che la maestà della dea era intoccabile e fuori della portata di qualsiasi attacco ( Atti, XIX.)
La chiesa, fondata da Paolo a Efeso, non gli rimase fedele a lungo. Cadde sotto l’influenza di un uomo chiamato Giovanni, la cui personalità è stata un serio problema per i critici. Potrebbe trattarsi dell’autore dell’Apocalisse, che abbonda in invettive contro l’apostolo Paolo. La tradizione lo identifica con l’apostolo Giovanni, al quale si attribuisce il quarto vangelo. Secondo questo vangelo, quando Gesù era sulla croce gridò al discepolo favorito, accennando a Maria: «Ecco tua madre!», e da quel momento Giovanni prese Maria con sé.
Quindi, quando Giovanni andò a Efeso, Maria lo accompagnava. Di conseguenza, accanto alla chiesa dell’apostolo a Efeso, fu eretta la prima basilica in onore della dea-madre dei cristiani. La sua esistenza è attestata fin dal quarto secolo. E allora la città ebbe di nuovo la sua grande dea e, salvo il nome, scarsi furono i mutamenti. Anche gli orefici ripresero il loro lavoro, consistente nel fabbricare modelli del tempio e immagini della dea per i nuovi pellegrini. Però la funzione di Artemide, espressa dall’attributo #Kourotrophos. [che alleva i figli] fu assunta da S. #Artemidoro, che si prendeva cura delle donne in travaglio. [...]" ( S. Freud, " "Grande è la Diana efesia", O.S.F., 6, Boringhieri, Torino 1974).