Antifascismo: una categoria concettuale obsoleta?
Roberto Esposito riduce il fascismo a una macchina metafisica, un’operazione non immune da rischi.
di Claudio Corradetti ("MicroMega", 06 Ottobre 2025)
Il saggio di Roberto Esposito, Il fascismo e noi (Einaudi, 2025), pone questioni attuali e imprescindibili per chi intenda riflettere sulla situazione politica odierna. Nella breve disamina presentata qui di seguito mi soffermerò su due punti a mio avviso dirimenti per la considerazione dell’opera in oggetto: la tesi dell’autore circa cosa sia da intendersi per “fascismo”, e la strutturazione generale del libro che, prima di tutto, suddivide la riflessione concettuale sul fascismo secondo “città”: Parigi, Francoforte, Vienna, Salò. Tali luoghi rappresenterebbero agli occhi dell’autore blocchi tematici. A questi si aggiungono sezioni di “Contrappunti” e “Tagli”.
Esposito sceglie di affrontare l’ampio tema del fascismo in termini filosofici. O meglio, la delimitazione dell’oggetto d’indagine non riguarda primariamente l’analisi della natura storico-sociale ma il pedigree metafisico del fascismo. Il fascismo per Esposito è anzitutto “una macchina metafisica che si può definire ‘generativa’” delle sue stesse prospettive storico-sociali. La specificità di tale processo generativo consiste nel mescolare opposizioni concettuali quali socialismo/nazionalismo, gerarchia/anarchia, rivoluzione/conservazione, mito/tecnologia, vita/morte in un tutto indistinto e ideologicamente mistificatorio. Effettivamente, come riconosce lo stesso autore, la commistione di polarità concettuali contraddittorie esaurisce il terreno di una possibile contrapposizione intellettuale al fascismo. A questo punto gli avversari del fascismo resterebbero senza appigli: la macchina metafisica del fascismo genera e occupa tutto lo spazio del pensabile.
Per l’autore diventa addirittura impossibile distinguere la responsabilità di un “loro” da quella di un “noi”. La natura metafisica del fascismo finisce col pervadere ogni aspetto dell’esperibile, dell’interiore e dell’esteriore. È sulla scorta di questa “tesi” programmatica che deve leggersi quel che al lettore appare come un azzardo concettuale quando si conclude che la “categoria di ‘antifascismo’, indispensabile sul piano politico, è inservibile per la filosofia”.
Esposito non pretende di esporre una teoria totalmente nuova. Egli si richiama a quanto era già stato posto in rilievo da E. Lévinas nel testo Filosofia dell’hitlerismo, e da Foucault nella prefazione americana dell’opera di Deleuze e Guattari sull’Anti-Edipo dove adopera l’espressione il “fascismo che è in noi”. Tuttavia, non si comprende come dal riconoscimento di una latenza psichica “fascista”, a dir il vero presente nella riflessione europea ben prima di Foucault, si possa concludere in favore di un necessario superamento del “paradigma dicotomico di antifascismo”. Sembrerebbe questa una conclusione affrettata che non solo non si giustifica a partire dalle premesse date, ma ancor peggio non riflette la tradizione intellettuale europea della prima metà del Novecento che su quelle stesse premesse aveva messo a tema l’esperienza brutale della Seconda guerra mondiale.
Che la mentalità distorta del fascismo abbia proceduto secondo repressioni psichiche, regressioni, identificazioni oggettivanti dell’altro da sé, come ampiamente messo in rilievo da Adorno e dai francofortesi, non basta a legittimare una reductio del fascismo da categoria sociopolitica e psicologica a categoria metafisica. Il fascismo è stato e continua a essere nelle sue manifestazioni un fatto storico complesso identificabile con una concomitanza di componenti economico-politiche (accentramento dei capitali) e psichiche (regressioni critiche), e altresì accompagnato da uno svuotamento valoriale della vita istituzionale collettiva. Il “dentro” e il “fuori”, per usare una dicotomia cara all’autore, collassano ma non spariscono.
La militanza antifascista dunque prima che politica non può che essere filosofica in senso proprio. Il nemico fascista è infatti l’avversione a una certa visione di un mondo che non condividiamo né intellettualmente né moralmente. Che vi siano razze inferiori, che il potere debba risiedere nelle mani di un unico leader carismatico, che il collante dello Stato sia il Völkisch, tutto ciò sollecita una risposta teorica antifascista. Non è dunque chiaro quale vantaggio analitico ci si debba attendere da una prospettiva d’indagine volta a offuscare tale distinzione. Con ciò non si vuol negare quanto l’autore caratterizza come quel che è “in noi” del fascismo, ma far seguire a tale identificazione processi di smarcamento volti a realizzare una più ampia manovra di emancipazione psico-sociale. Non si tratta soltanto di accettare un punto di vista soggettivo al quale sia possibile concedere il beneficio di libera autorialità, ma di valutare una tesi squisitamente teorica.
Passando ora al secondo punto dell’analisi, bisogna rilevare che la comprensione filosofica del fascismo ha una sua tradizione interpretativa ben tracciabile che merita di essere ricostruita con rigore storico-filosofico. Per tale ragione risulta fuorviante la ricostruzione che l’autore ci offre della genesi e dello sviluppo di tale riflessione come se Parigi, Francoforte, Vienna non avessero intrecciato i loro destini intellettuali, oltre che storici, per tutto il Novecento. Non si tratta di una questione di secondo ordine poiché la complessità storica del fascismo esige una trasposizione concettuale adeguata.
In assenza di ciò ne consegue che la partizione dell’autore non soltanto offusca la stratificazione complessa dei rapporti tra psicoanalisi freudiana e marxismo tedesco, ma finisce da un lato con l’attenuamento della rilevanza filosofica di Adorno e Horkheimer (per quel che riguarda Francoforte), e dall’altra (a Vienna) con un sovra affollamento di figure che in realtà hanno giocato un ruolo più preponderante in culture altre, come in quella germanica e americana, che nella propria. Mi riferisco ovviamente a Freud ma anche a Reich, esponente del revisionismo freudiano e certamente, a partire dal 1930 a Berlino, fine analista degli aspetti psicologici delle masse che volgevano al nazionalsocialismo. Senza Reich non si potrebbero comprendere le analisi di Fromm sul sadomasochismo né le successive elaborazioni sul tema da parte della Scuola di Francoforte.
Il punto non è che Esposito non ricostruisca con acume e precisione le questioni interne ai testi degli autori che ci presenta. La questione è che egli manca di fornirci la rete di congetture filosofiche e psicoanalitiche a supporto della tesi annunciata in apertura, ovvero, l’intento di mostrare come il fascismo sia stato prima di tutto un movimento caratterizzato da una visione metafisica dell’uomo e della società.
E allora il risultato scientifico di quest’opera viene inevitabilmente ad essere ridimensionato. Il fascismo e noi, pur rimanendo un’opera di grande respiro culturale, un affresco di affreschi, resta prigioniera di sé stessa, imbrigliata in una gabbia impropria di organizzazione del materiale filosofico.
La decostruzione filosofica dell’opposizione fascismo/antifascismo annunciata dall’autore non può dirsi riuscita. La militanza antifascista non soltanto deve tener conto di una visione filosofica radicalmente alternativa e a volte utopistica che possa inspirarla nella condotta pratica, ma altresì deve contare sulla possibilità di manifestarsi direttamente come militanza intellettuale antifascista. Ed è proprio questo che hanno fatto molti francofortesi emigrati in America per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche dei nazisti.
Marcuse, Neumann, Kirchheimer ma anche Gurland, Gilbert, Herz furono arruolati dall’appena istituito Research and Analysis Branch (R&A), un’agenzia posta sotto la direzione dell’Office of Strategic Service (OSS) - centro d’intelligence del Dipartimento di Stato Americano. Qui, fino al 1943, ci si occupò di stilare rapporti di analisi top secret sulla società tedesca, sui gruppi di potere del nazionalsocialismo e, si noti bene, sui possibili scenari post-bellici che si sarebbero dovuti imporre alla Germania, una volta divenuta chiara la sua inevitabile sconfitta. Ebbene, i francofortesi, non avrebbero mai potuto elaborare programmi di democratizzazione della società tedesca senza una visione filosofica complessiva di natura antifascista. L’unione di teoria e prassi era completamente in linea con gli indirizzi metodologici horkheimeriani poiché nella prassi di un attivismo militante antifascista si venivano a tradurre le istanze di liberazione dall’alienazione psichica e storica di cui il fascismo si era fatto portabandiera.
Non v’è dunque alcun guadagno dall’offuscamento dell’opposizione fascismo/antifascismo in tutte le sue possibili dimensioni, così come non v’è vantaggio, per dirla con Hegel, a sfumare quelle distinzioni che qualificano l’Assoluto dove all’indistinzione dei concetti segue la notte del pensiero critico “in cui tutte le vacche sono nere”.