Neuroscienze
Quanto resterà di umano nel sé digitale
di Anna Li Vigni (Il Sole-24 Ore, 19.04.2026)
Quando Socrate, in un passo della Repubblica di Platone, si scaglia contro la pittura, paragonandola a uno specchio che riproduce la realtà, pare quasi stia parlando di un tablet: «Se prendi uno specchio e lo fai girare in ogni direzione, all’istante produrrai gli astri, la terra, te stesso e gli altri viventi».
L’immagine dello specchio è appropriata nell’introdur re il saggio Il sé digitale del neuro scienziato Vittorio Gallese, che proprio dei neuroni specchio è stato uno degli scopritori. È una lettura che offre un approccio filosofico e critico alla mutazione antropologica in atto causata dalla pervasività dei media digitali nella nostra vita.
In effetti, gli schermi con cui, oggi, costantemente interagiamo non sono altro che «specchi», pronti a riflettere la nostra attenzione e il nostro desiderio. Il riferimento a Platone non è peregrino: infatti, il nostro tablet funziona un po’ come lo specchio di Socrate, perché presenta ai nostri occhi un mondo in immagini, ancorché digitali; inoltre, è proprio con Platone che esordisce il lungo percorso filosofico che ha condotto il pensiero occidentale - passando per Cartesio - al dualismo mente-corpo, radicando la convinzione che la mente sia disincarnata.
Sono trascorsi circa 2500 anni, e ancora si fatica a uscire da questa visione epistemologica, tanto che le odierne neuroscienze cognitive funzionaliste continuano a diffondere l’idea di un pensiero svincolato dall’esperienza corporea, che viene ridotto a una serie di operazioni computazionali processate dal cervello assimilato a un calcolatore informatico.
Gallese argomenta con forza contro questa impostazione, essendo autorevole esponente della embodied cognition (conoscenza incarnata), ovvero di quel ramo neuroscientifico che considera l’esperienza e l’intelligenza umane come inseparabili dal corpo.
Molte sono le domande che animano il saggio. Quanto resterà di umano nella reiterata interazione con dispositivi e ambienti digitali? Fino a che punto siamo esposti alla predittività di sistemi algoritmici, che sulle piattaforme social ci studiano come dati statistici e ci modellano?
A questo punto, guardarsi in dietro per rimpiangere l’analogico sarebbe assurdo, poiché la tecnologia - dalla scrittura all’intelligenza artificiale - è una caratteristica specie-specifica necessaria e naturale di homo sapiens sapiens. Non è la tecnologia in quanto tale la peggiore insidia, bensì l’idea con cui ci accostiamo a essa, quando riteniamo che la soggettività umana sia un ente ontologicamente a sé stante, che produce un pensiero svincolato dal corpo.
Una tale visione rende implicito il periglioso paragone tra mente e macchina, per cui non solo si finisce col ritenere che le macchine pensino, ma addirittura che la mente umana pensi come una macchina. Ebbene, le macchine non pensano affatto come gli esseri umani, semplicemente perché non hanno un corpo biologico con cui fare esperienza. Esse possono solo simulare pensiero ed emozioni.
Gallese cerca, quindi, di arginare la devastante deriva dualistica, ripensando in termini fenomenologici il Sé umano e le modalità del suo formarsi. Lungi dall’essere un ente metafisico dato una volta per tutte, il sé consiste in un evento dinamico sempre situato e incarnato, che si forma nel suo costante relazionarsi con gli altri, dai quali viene plasmato in una reciproca consonanza che è prima di tutto corporea.
A tal riguardo, la categoria filosofica di «ontofenomenologia incarnata» ci viene in aiuto per comprendere che il processo da cui il sé emerge è sia fenomenologico estetico (da aisthesis: percezione sen sibile), sia ontologico, nella misura in cui ogni approccio percettivo alla re altà e agli altri è al contempo generativo del mondo e del Sé.
La vera emergenza riguarda il fatto che, sebbene ogni esperienza, anche digitale, parta sempre dal corpo - nel trepidante batticuore nell’attesa di una notifica, nel toccare lo schermo con emotività - la tecnologia digitale si insinua nella dinamica relazionale tra sé e gli altri, divenendo un vero e proprio ambiente dal quale i soggetti vengono trasformati.
Grande è l’impatto di questa trasformazione. Basti pensare che le immagini e i testi digitali non sono umani, bensì esito di elaborazione algoritmica, volta a influire sul soggetto-utente offrendogli ambienti immersivi e affettivi che riscrivono le condizioni stesse della sua esperienza. Di conseguenza, a causa della inevitabile distanza mediata dai dispositivi, la risonanza emotiva tra le persone ne ri sulta indebolita. Ed è contro questo affievolimento dell’empatia che si deve urgentemente intervenire - ed è un fatto squisitamente politico. inutile rimpiangere l’analogico, l’insidia non è nella tecnologia ma come ci accostiamo a essa.
Tornando a Platone, la differenza tra le immagini pittoriche e quelle digitali è che le prime si fermano alla mera rappresentazione di qualcosa - come anche fa il cinema -, le seconde invece si adattano a noi e ci condizionano.
Avviene sempre più frequentemente che persone adulte e colte si leghino emotivamente a in telligenze artificiali, pur essendo con sapevoli del fatto che si tratta del risultato di computazioni algoritmiche e interfacce grafiche e che di fronte a loro non esiste davvero un altro umano: è un paradosso, perché l’avatar simula una forma alienata di sé digitale e funge da specchio, dando sempre risposte coerenti con le aspettative dell’utente e impedendo quindi un confronto reale e costruttivo.
Ma allora, dove trovare una
maglia rotta nella rete che non solo ci
stringe, ma risponde a logiche selettive e gerarchizzanti tutt’altro che trasparenti?
Al momento le indicazioni
sono minime, ma fondamentali. Ciascuno ha il dovere di esercitare una
forma critica di «est-etica»: assumere, cioè, piena consapevolezza che la
nostra esperienza parte sempre dal
corpo e dalle sue emozioni; e trasformare in atto politico la cura verso
l’identità e le emozioni di coloro con
cui interagiamo digitalmente. È la
nostra umanità l’unico vero specchio
nel quale dobbiamo rifletterci.