+ BARTOLOMEO *
Per misericordia di Dio, Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma
e Patriarca Ecumenico
Alla pienezza della Chiesa: la grazia e la pace di Dio siano con voi!
Innalziamo un inno di ringraziamento al Dio onnipotente, onniveggente e benevolo nella Trinità, che ha garantito che il suo popolo raggiungesse il 1700 ° anniversario del primo Concilio ecumenico di Nicea, che ha reso testimonianza spirituale alla fede autentica nel Verbo divino nato senza inizio e realmente consustanziale al Padre, "che per noi e per la nostra salvezza è disceso, si è incarnato e si è fatto uomo, ha sofferto ed è risorto il terzo giorno, ed è asceso al cielo, che verrà di nuovo a giudicare i vivi e i morti".
Il Concilio di Nicea costituisce un’espressione della natura sinodale della Chiesa, il culmine della sua "prima conciliarità", indissolubilmente legata alla realizzazione eucaristica della vita ecclesiale e alla pratica di riunirsi insieme per decidere "di comune accordo" (At 2,1) su questioni correnti. Il Concilio di Nicea segna anche l’emergere di una nuova struttura conciliare, vale a dire quella dei Concili Ecumenici, che si sarebbero rivelati decisivi per lo sviluppo delle questioni ecclesiastiche. È interessante notare che un Concilio Ecumenico non costituisce un’"istituzione permanente" nella vita della Chiesa, ma un "evento straordinario" in risposta a una specifica minaccia alla fede, volto a ristabilire l’unità e la comunione eucaristica infrante.
Il fatto che il Concilio di Nicea sia stato convocato dall’imperatore, che Costantino il Grande abbia partecipato alle sue deliberazioni e abbia accolto le sue decisioni con lo status di legge imperiale, non lo rende "un sinodo imperiale".[1] Si è trattato indubbiamente di un "evento ecclesiastico" in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, decideva sui suoi affari interni, mentre l’imperatore attuava il principio "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21).
Di fronte all’eresia ariana, la Chiesa, in concilio, ha formulato l’essenza della sua fede, che è vissuta ininterrottamente. Il Figlio e Verbo di Dio preeterno, «consustanziale al Padre... Dio vero da Dio vero», attraverso la sua incarnazione, salva l’umanità dalla schiavitù del nemico e ci apre la via della deificazione mediante la grazia. «Si è fatto uomo affinché noi diventassimo divini».[2] Il Simbolo di Nicea proclama la ferma convinzione che la deviazione ereticale in atto costituisce una negazione della possibilità di salvezza umana. In questo senso, non si tratta semplicemente di una dichiarazione teorica, ma di una confessione di fede, come tutti i testi dogmatici della Chiesa, di una genuina articolazione della verità vivente in esso e attraverso di esso.
Di particolare importanza teologica è il fatto che il fondamento del Simbolo Sacro "Noi crediamo..." comprende un Simbolo battesimale locale o un gruppo di tali Simboli. In quanto autentico portatore della perenne autocoscienza della Chiesa, il Concilio ricapitola e riafferma il deposito apostolico custodito dalle Chiese locali. Atanasio il Grande afferma che i Padri sinodali "in materia di fede, non scrivono: "Ci è sembrato...", ma piuttosto: "Questo è ciò che crede la Chiesa cattolica?". e subito confessarono ciò in cui credono, per dimostrare che non era stato scoperto nulla di nuovo in ciò che avevano scritto, ma che la loro mentalità era apostolica, in altre parole esattamente come gli Apostoli avevano insegnato».[3] La convinzione dei Padri divinamente istruiti era che nulla fosse stato aggiunto alla fede degli Apostoli e che il Simbolo veramente ecumenico di Nicea comprendesse una proclamazione della tradizione comune della Chiesa cattolica. I Padri conciliari, che la Chiesa ortodossa onora degnamente e celebra come «precisi protettori delle tradizioni apostoliche», adottarono il termine filosofico «essenza» (e il suo derivato «di una sola essenza») per esprimere la fede ortodossa sulla divinità del Verbo, che Ario negava, e insieme a ciò negarono l’intero mistero dell’Economia Divina incarnata universalmente salvifica, invischiandosi in concetti ellenistici, rifiutando così il «Dio dei nostri Padri» in nome del «Dio dei filosofi».
Un’altra questione di vitale importanza, che il Concilio di Nicea fu chiamato a risolvere per il bene del rafforzamento dell’unità ecclesiastica nella pratica liturgica, era "quando e come dovremmo celebrare la festa della Pasqua". Il 1700 ° anniversario della convocazione di questo Concilio ha riportato all’attualità la questione di una celebrazione comune della Risurrezione del Signore. La Santa Grande Chiesa di Cristo prega affinché i cristiani di tutto il mondo tornino, in conformità con i decreti del Concilio di Nicea, a celebrare la Pasqua in un giorno comune, come per una felice coincidenza in questo anno. Tale decisione servirebbe come prova e come simbolo di un autentico progresso nella lotta per la nostra convivenza ecumenica e la nostra comprensione reciproca attraverso il dialogo teologico e il "dialogo della vita", come testimonianza tangibile del nostro rispetto concreto per ciò che abbiamo ricevuto dalla Chiesa indivisa. Il raggiungimento di tale obiettivo, nel contesto dell’anniversario di quest’anno, è stata la visione congiunta del defunto Papa Francesco di Roma e della nostra Modestia. La sua scomparsa, avvenuta subito dopo che tutta la cristianità aveva celebrato la Pasqua, sottolinea la nostra responsabilità di proseguire in questa direzione senza tentennamenti.
Inoltre, anche l’opera canonica del Concilio di Nicea fu significativa, formulando e affermando sinodalmente la perenne coscienza canonica della Chiesa, stabilendo l’inizio e rafforzando lo status del sistema metropolitano, nonché la posizione preminente e l’accresciuta responsabilità di alcuni Troni, dai quali emerse gradualmente il sistema della Pentarchia. Poiché l’eredità canonica di Nicea è un’eredità comune a tutto il mondo cristiano, l’anniversario di quest’anno è chiamato a fungere da invito a tornare alle fonti, ovvero alle originarie norme canoniche della Chiesa indivisa.
Il Trono Ecumenico di Costantinopoli è stato perennemente garante delle decisioni di Nicea. Questo spirito della Grande Chiesa è stato descritto anche attraverso l’Enciclica Patriarcale e Sinodale nel 1600 ° anniversario del Concilio "come il primo Concilio Ecumenico e veramente il più grande della Chiesa". [4] La decisione di celebrare l’anniversario con "un evento festoso e, anzi, congiunto, se possibile, di tutte le Chiese ortodosse autocefale, al fine di manifestare insieme la fede e la perseveranza fino ad oggi della nostra Santa Chiesa Ortodossa nell’insegnamento e nello spirito di quel Concilio, la cui ispirata decisione da un lato ha stabilito e suggellato l’unica fede della Chiesa, mentre dall’altro ha anche presentato splendidamente l’unità della struttura della Chiesa attraverso la presenza di delegati provenienti da ogni parte del mondo". Purtroppo, tuttavia, questo evento non si è rivelato fattibile a causa di circostanze eccezionali e della vacanza del Trono Ecumenico. Il 19 luglio 1925, la prima domenica dopo l’intronizzazione del Patriarca Basilio III, l’"impegno differito" fu adempiuto con la celebrazione di "una speciale Liturgia Patriarcale e Sinodale" nella venerabile Chiesa Patriarcale. Di particolare importanza ecclesiologica è che l’Enciclica sottolinei il valore dell’assunzione dell’obbligo della Chiesa di Costantinopoli - "in quanto più direttamente associata e responsabile della festa" - di celebrare questo anniversario "immenso per tutta la cristianità...".
Il Concilio di Nicea costituisce una pietra miliare nella formazione dell’identità dottrinale e della struttura canonica della Chiesa. È rimasto il modello per affrontare i problemi di fede e di ordine canonico a livello ecumenico. Il 1700 ° anniversario della sua convocazione ricorda al cristianesimo le tradizioni della Chiesa antica, il valore della lotta reciproca contro le concezioni errate della fede cristiana e la missione dei fedeli di contribuire alla moltiplicazione dei "buoni frutti" della vita in Cristo, secondo Cristo e orientata a Cristo nel mondo.
Il nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, è la piena e perfetta rivelazione della verità su Dio e sull’uomo. «Chi ha visto me, ha visto il Padre mio» (Gv 14,9). Il Verbo di Dio incarnato ha mostrato «per primo e solo», come scrive San Nicola Cabasilas, «l’uomo vero e perfetto, esemplare nella condotta, nel modo di vivere e in ogni altro aspetto»[5]. Questa Verità è rappresentata nel mondo dalla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica; è la stessa Verità che la nutre, la stessa Verità che essa amministra. La Chiesa indossa la veste della Verità, «tessuta dalla teologia dall’alto», esponendo e glorificando sempre correttamente «il grande mistero della pietà», evangelizzando la parola della fede, della speranza e dell’amore, mentre anticipa il «giorno senza fine che non conosce tramonto né successione»[6], il regno che viene del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
In memoria, dunque, dei doni ineffabili che Egli ha fatto e fa nel mondo, glorifichiamo incessantemente il nome santissimo e splendente del Signore di tutti e Dio d’amore, per mezzo del quale abbiamo conosciuto il Padre e per mezzo del quale lo Spirito Santo è venuto nel mondo. Amen!
Il 1° giugno dell’anno del Signore 2025.
1. Metropolita Giovanni di Pergamo, Opere, Vol. 1: Studi ecclesiologici (Atene: Domos Books, 2016), 675-6.
2. Atanasio il Grande, Sull’incarnazione divina , PG 25.192.
3, Atanasio il Grande, Lettera sui concili di Rimini in Italia e di Seleucia in Isauria , PG 26.688.
4. Nicholas Cabasilas, Sulla vita in Cristo , PG 150.680.
5. Nicholas Cabasilas, Sulla vita in Cristo , PG 150.680.
6. Basilio il Grande, Sull’Esamerone , PG 29.52.
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Fonte: Pubblicato il 29/05/2025
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