di Bruno Forte (Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2012)
Il card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, ha scritto un breve testo, appena pubblicato, intitolato Il Vescovo (Rosenberg & Sellier, Torino 2011, 94 pagine). Penso possa servire a tutti - credenti e non credenti - fermarsi a riflettere su di esso: vi traspare un’intelligenza vivissima e umile e una fede profonda, amica di Dio e degli uomini.
A cinquant’anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, le riflessioni di Martini - autobiografiche e non solo - costituiscono una splendida testimonianza di quello che l’assise voluta da Giovanni XXIII e portata a compimento da Paolo VI ha detto alla Chiesa e al mondo. Si sa che la riforma avviata dal Concilio riguardò in gran parte l’autocomprensione della Chiesa stessa e il suo modo di stare fra gli uomini: emblematico in tal senso fu il cambiamento di titolo - avvenuto in corso d’opera - della Costituzione Gaudium et Spes, quando alla semplice congiunzione della formulazione «La Chiesa e il mondo contemporaneo» si sostituì una molto più significativa preposizione "in".
«La Chiesa nel mondo contemporaneo» non intendeva presentarsi come dirimpettaia della comunità degli uomini, ma come lievito nella pasta, mescolata alle gioie e ai dolori di tutti. Questo cambiamento di prospettiva è testimoniato in maniera delicata e intensa da un "flash-back" del Cardinale: «Ricordo che nella mia fanciullezza consideravo il vescovo qualcuno che stava come in una nicchia nella chiesa per ricevere l’omaggio dei fedeli. In questo scritto vorrei tirarlo giù da quella nicchia e vederlo a contatto con la gente, così come realmente avviene. Intendo esprimere qualcosa che dia un’immagine di lui meno vaporosa e ieratica, più viva e senza false pretese. Naturalmente... attingo alla mia esperienza di vescovo per oltre ventidue anni in una grande diocesi» (4-15).
Uomo tra gli uomini, fratello e amico di tutti, padre nella fede per chi ha occhi per riconoscerlo tale,
il vescovo del Vaticano II è proprio per questo anzitutto un uomo in ascolto, e proprio così «un
servitore della Parola di Dio. Durante la consacrazione gli viene messo sul capo il libro dei Vangeli.
Questo è un segno molto bello: significa che egli deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi
essere un Vangelo vivente. Egli è sottoposto a esso in ogni senso: la sua parola deve fare risuonare il
Vangelo e ogni gesto deve essere una realizzazione del Vangelo» (38). Perché questo avvenga, il
vescovo deve essere uomo di preghiera, soprattutto d’intercessione: «Se si vuole un vescovo profeta
afferma Martini - bisogna dargli molto tempo per pregare» (41).
Non si tratta di cercare evasione dalle sfide con cui confrontarsi. Al contrario, si tratta di nutrire l’amore per la propria gente alla fonte che non si esaurisce: «Di certo per chi è nominato vescovo scatta un sentimento molto forte di responsabilità e di amore per la sua nuova diocesi. Sente in cuore di trovarsi vincolato a questa nuova realtà e desidera servirla con tutte le proprie forze» (25).
All’ascolto di Dio, il vescovo - e con lui la Chiesa- del Vaticano II unisce l’ascolto umile, intelligente e partecipe della vita degli uomini: «Compito della Chiesa è anzitutto predicare il Vangelo. E il Vangelo è per tutti, senza esclusioni. È la proclamazione di un Dio che sempre perdona nel nome del Figlio Gesù crocifisso e risorto. Per questo Gesù ha accolto tutti, si è posto in dialogo con tutti. Non v’è traccia di rifiuto pregiudiziale per alcuna persona nei Vangeli» (42-43).
Questa volontà di dialogo si nutre di attenzione alla persona: «L’attenzione alla singolarità della persona, alla sua irripetibilità e incomparabilità e alla sua debolezza, hanno effetti molto più duraturi anche davanti a richieste esigenti. Molti hanno bisogno di essere capiti e amati prima di essere guidati con comandi e precetti» (49).
L’autorità si offre nella credibilità di un impegno d’amore accogliente e generoso: plasmata dalla carità, essa diventa autorevolezza, convinzione e pertinenza.Il rapporto della Chiesa con l’altro va allora vissuto nel segno dell’amicizia che non esclude nessuno, né vuole imporsi ad alcuno: «Gesù ha una concezione ben precisa dell’autorità come servizio e del modo di esprimerla: lavando i piedi ai fratelli. Ma non vuole imporre questo modo se non partendo dal suo stesso esempio» (47-48).
In questo spirito Martini ricorda alcune scelte forti del suo servizio pastorale: «A Milano avevo istituito la Cattedra dei non credenti, con cui intendevo mettere in cattedra anche i non credenti e imparare ad ascoltarli, sia pure con un ascolto critico» (54). Ma l’ascolto va rivolto anche e in maniera privilegiata a chi non ha voce: «È molto importante che un vescovo abbia incontri diretti con i poveri, con i carcerati e altri esclusi dalla nostra società. Sentirà la loro sofferenza e ne sarà come contagiato. Avrà anche modo di comprendere la fatica che fa molta gente per arrivare alla fine del mese» (57).
La conclusione è significativa per tutta la Chiesa, ma anche per ogni persona cui stia a cuore il bene comune: «Quanto più un vescovo si trova in stato di ascolto, tanto più potrà aiutare la sua Chiesa e anche quelli che non credono (59). Sul ponte dell’amicizia si fa strada la verità liberante per tutti: «Quando si è costruita una reciproca fiducia nella veridicità di ciò che si dice, anche nelle cose un po’ difficili o in quelle che possono dare dispiacere, il mondo mediatico sa aiutare, collaborando con il vescovo per la sua missione» (78).
Di qui i caratteri che questa bellissima "retractatio" martiniana assegna al pastore, e che potremmo estendere a ogni uomo o donna che voglia porsi responsabilmente al servizio degli altri: ciò che soprattutto occorre è essere "una persona integra e onesta", tale che chi la incontra «deve scorgervi con facilità e chiarezza un’obbedienza volenterosa alle leggi dello Stato... Ci vogliono uomini capaci di dire il vero, capaci di non mentire mai e per nessun motivo» (90).
Certo, per cambiare le cose sarà indispensabile dotarsi di «pazienza, virtù antichissima eppure sempre necessaria», e di misericordia: «La tanta sofferenza di questo mondo, l’immenso dolore e la tanta disperazione, chiedono che la Chiesa eserciti tutta la sua funzione di madre amorevole attenta e premurosa. Che sia capace di offrire motivi di speranza a tutti» (91).
L’affermazione finale è come un mandato, che riguarda certo il pastore, ma si mostra indicazione esigente e affascinante per tutti: con l’eloquenza della vita Martini domanda a se stesso e al vescovo di essere «un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che sa rimettersi in discussione, che sa riconoscere i propri errori senza troppe auto-giustificazioni. Dunque anzitutto un uomo vero» (91).
Non è questa una richiesta che tocca veramente tutti, specialmente chi voglia operare con intelligenza, amore e giustizia al servizio del bene comune?