Marcel Gauchet: “Ci vuole un Vaticano III !”
intervista a Marcel Gauchet,
a cura di Marie-Lucile Kubacki
in “www.lavie.fr” del 25 settembre 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)
Intellettuale francese, autore di Désenchantement du monde, ed. Gallimard (Il disincanto del mondo, ed. Einaudi), Marcel Gauchet fa un bilancio incisivo della situazione della Chiesa cattolica. Il filosofo, cresciuto nella religione cattolica ma che si dice oggi agnostico, apre dei filoni di riflessione per il futuro.
Cinquant’anni dopo il Vaticano II, quale bilancio fa del dopo-Concilio, ora che il cristianesimo non è più la religione di maggioranza in Europa? Il Concilio ha ancora attinenza al mondo attuale?
È superato! Il Concilio è stato un’impresa di recupero tardiva rispetto ad una evoluzione enorme che si era svolta nel corso di un secolo e più, al termine della quale la Chiesa si trovava in una posizione delicata rispetto al mondo moderno, ossia dopo il 1945 con la conversione globale delle mentalità credenti, cristiane, all’universo democratico. La prova dei totalitarismi aveva lasciato il segno e la situazione era insostenibile. Ma il mondo ha continuato a muoversi e tutto ciò che è successo da allora ha messo il Concilio in posizione precaria. Ci vuole un Vaticano III che rifaccia un “aggiornamento” della stessa ampiezza...
In che cosa le sembra superato il Vaticano II?
In tutto ciò che riguarda lo statuto di libertà delle persone. All’epoca del Vaticano II, c’erano due problemi: la libertà religiosa, che era il punto chiave, evidentemente, e dall’altra parte la libertà politica. Per questi punti, la cosa è risolta, e non se ne parla più. Resta ora il problema dello statuto della libertà delle persone, che è ben più profondo perché sono in gioco i fondamenti morali degli individui! Che cos’è la libertà personale? Qual è il senso di quell’enorme problema che comprende sessualità, riproduzione, famiglia ed intimità dottrinale che necessiterebbe una revisione molto profonda, perché il distacco dalla società è totale.
Quale può essere quindi il posto della Chiesa cattolica in questa società in piena trasformazione?
Sta alla Chiesa dirlo! Ma, in un certo modo, c’è una legittimità della religione che non è più discussa da nessuno. Non siamo più nella battaglia classica “o l’influenza della religione sulla società o la distruzione della religione” che, ad esempio, ha reso talmente drammatica la separazione delle Chiese dallo Stato. Eccetto i fanatici che esistono ovunque, e ci sono dei fondamentalisti della laicità aberranti quanto i fanatici della parte avversa, nessuno contesta più la legittimità del fatto religioso. È un cambiamento enorme, che penso si debba valutare bene. In un mondo in cui il messaggio politico si è completamente esaurito, il discorso religioso ha una vocazione eminente a costituire un elemento della coscienza politica viva. È in questa direzione che c’è spazio da occupare.
Una sorta di vedetta spirituale...
Sì. Resta una domanda molto forte nelle nostre società che hanno rapporti molto complessi tra il non credente dichiarato e il “simpatizzante”, che non è l’aderente o il militante (per riprendere il linguaggio politico), ma che tuttavia conta, nel paesaggio. Siamo in un mondo in cui la Chiesa cattolica non ha più molti praticanti, ma può avere molti simpatizzanti. Dovrebbe esserci un riesame radicale di tutti questi problemi, che per il momento non viene fatto. I suoi responsabili non sanno valutare l’ampiezza di ciò che sta avvenendo. Per loro c’è un confine netto: o si è cattolici, o non lo si è. Ma non è più così che vanno le cose nella nostra società. La Chiesa non deve trascurare i suoi simpatizzanti.
Come vede la Chiesa cattolica attuale?
Il bilancio è in chiaro-scuro. Nuovo è il fatto che non si può più parlare della Chiesa come un’istituzione omogenea. È diversa, attraversata da movimenti contradditori, da atteggiamenti divergenti e, in particolare, non ha completamente risolto il suo problema di adattamento alla società nella quale vive. C’è una fortissima tentazione tradizionalista: siccome il numero dei fedeli diminuisce e l’influenza della Chiesa sulla vita sociale è in declino, molti sono tentati di ripiegare nella cittadella per riformare una Chiesa molto salda, minoritaria ed identitaria. Dall’altro lato c’è una Chiesa che scommette sull’apertura alla società: questa Chiesa è consapevole che, anche se occupa una posizione minoritaria, la società fondamentalmente non le è ostile. Le due tendenze coesistono, senza che il problema venga affrontato e deciso.
La gerarchia cattolica ha allentato di molto la sua volontà di autorità tradizionale quindi regna un certo liberalismo che facilita lo sviluppo di tendenze divergenti, ma rifiuta di prendere una posizione precisa su un certo numero di punti essenziali e si trova quindi in un atteggiamento di aspettativa. Tutto resta possibile.
Lei dice che la società non è fondamentalmente ostile alla Chiesa, ma si notano comunque degli irrigidimenti rispetto al religioso!
Sì, ci sono tendenze ostili, ma anche uno spazio vero per la parola evangelica. Questo, lo credo profondamente. Del resto, questa parola può essere sentita più di prima, nella misura in cui si è passati da un cristianesimo sociologico dovuto al conformismo sociale ad un cristianesimo che si basa sulla fede, meglio valorizzabile da un punto di vista autenticamente cristiano.
Questo significa che i cattolici hanno acquisito maggiore legittimità, essendo stati spinti a rinunciare all’ambizione di una forma di egemonia religiosa?
Precisamente. Ma questo non significa che non ci sia una minoranza che sogna ancora. Può anche essere rumorosa, ma non mi sembra che rifletta il mondo cattolico in maniera molto significativa. Fatalmente se ne trovano tracce ovunque, negli atteggiamenti degli uni e degli altri, ma penso che ci sia una rottura. Però, anche se si è presa questa strada, la scelta non è né basata su seria riflessione, né esplicitata, ed è uno degli elementi che spiegano l’incertezza attuale. Il problema è che è difficile, ancora oggi, fare un bilancio dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il mondo moderno. Non è mai stato fatto e, in questo senso, il Concilio, affermando la vocazione della Chiesa ad entrare nel mondo, ha aperto un processo che è ben lungi dall’essere concluso.
C’è una ricezione del Concilio specifica per la Francia, a causa del maggio 1968?
Senza dubbio. Il Maggio 1968 è stata una vera deflagrazione nelle fila della Chiesa. In certi ordini religiosi, questo è stato molto spettacolare. Grazie al ’68, penso che ci sia stata un’apertura alla società che si è diffusa al di fuori della Francia, nella misura in cui la Chiesa francese ha una certa influenza. Ciò ha enormemente contribuito a fare della Chiesa francese una delle più aperte della cattolicità attuale. Quando sento i vescovi francesi, noto una enorme differenza rispetto a quello che si può sentire altrove. Sono molto più liberali e molto più consapevoli del fatto che, insieme alla diminuzione oggettiva dell’influenza del cristianesimo sulla società, in questa società c’è un ascolto del messaggio evangelico più profondo rispetto a prima.
Qual è il problema maggiore della Chiesa oggi: le questioni di etica e di morale, o gli integralisti?
Il riavvicinamento con gli integralisti, a mio avviso, interessa veramente solo l’istituzione nel senso più stretto del termine. Che questo abbia un’importanza nella gestione pastorale della società, posso anche pensarlo! Ma, globalmente, è un problema molto secondario, che è un po’ risolto dal fatto che si è stabilita una specie di tolleranza nei confronti di tutte le forme cultuali o sacramentali. Si torna un po’ alla Chiesa tridentina, in cui si lasciava che le comunità locali gestissero le loro cose sul piano liturgico.