POLITICA, FILOSOFIA, E MERAVIGLIA.
di Adriano Prosperi (la Repubblica, 05.09.2010)
Vorrei dire due parole sulla questione aperta - e chiusa - da Vito Mancuso. Lo faccio sfidando consapevolmente un forte senso del ridicolo. Che l’opinione di qualche saggista e di qualche professore sulla propria collaborazione con le edizioni Einaudi e Mondadori possa avere un qualche interesse per i lettori o addirittura un peso politico è - secondo me - un seducente autoinganno. Ma il problema soggettivo e morale esiste: e vorrei spiegare come l’ho personalmente affrontato. Lo faccio in pubblico perchè mi preoccupa il clima che sta montando intorno a un ambiente di lavoro che conosco e che mi è caro: quello, appunto dell’Einaudi. Anni fa , quando avvenne il passaggio di proprietà della Mondadori e dell’Einaudi, la scelta di andarsene da parte di autori storici come Carlo Ginzburg e Corrado Stajano pose anche agli altri il problema della compatibilità tra il lavoro intellettuale e il rapporto con la proprietà di Berlusconi. La mia scelta privata, privatissima, fu quella di continuare in una collaborazione da cui avevo avuto ben più di quanto potessi sperare di riuscire a dare.
Pensai allora che la corruzione di un sistema si ostacola cercando di contendergli il terreno, di salvare quello che vale la pena di trasmettere. Avevo in mente il modo in cui Benedetto Croce aveva risolto il problema - ben più grave - del suo rapporto con l’Italia fascista: espatriare o restare? Un problema che qualcuno si è posto di nuovo in questi anni e che forse potrebbe diventare attuale se andranno in porto le «riforme» della giustizia, l’informazione, la scuola e l’università concepite dal regime attualmente dominante. Arginare la corruzione, salvare gli strumenti e la memoria del lavoro culturale.
Questa fu la giustificazione morale che mi detti e che ancor oggi mi sembra valida. L’Einaudi valeva la pena. Einaudi era allora - e continua a essere oggi - una casa editrice con una identità scolpita nel suo catalogo, con una storia speciale nel contesto della cultura italiana: una storia condivisa e mantenuta in vita da una folla di dirigenti, redattori, impiegati, collaboratori, autori, traduttori, correttori di bozze e - non certo ultimi - da una rete di librai e di venditori rateali, tramite prezioso con la comunità dei lettori.
Farne parte, sia pure a livelli minimi, era - è - un onore: un onore per se stessi, un qualcosa che rincuora, non una patacca di appartenenza a una scuderia di cavalli di razza. Perché una cosa va detta a scanso di equivoci: non si è «autori di qualcuno»; non si è una merce posseduta da un padrone. Nell’umbratile campo dove lavoro l’unica cosa di cui si ha bisogno è la libertà. Quell’aria di libertà che ho ritrovato nell’ambiente di «Repubblica» non è diversa da quella che si è respirata all’Einaudi in tempi ben più difficili di quelli presenti e che ancora vi si respira.