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VITA E PENSIERO: L’ATTENZIONE DI ENZO PACI AI CREDENTI. E l’attenzione ai non credenti di Martini. Una nota di Carlo Sini

sabato 1 settembre 2012
L’attenzione ai non credenti
di Carlo Sini (l’Unità, 1 settembre 2012)
Ho incontrato per la prima volta il cardinale Martini in occasione della preparazione dei programmi per la Cattedra dei non credenti. Mi accolse nel suo studio in Arcivescovado, in ora serale. Nella penombra mi venne (...)

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> L’ATTENZIONE DI ENZO PACI AI CREDENTI. E l’attenzione ai non credenti di Martini. --- Il Papa e i credenti. Se la verità diventa avventura (di Carlo Sini)

venerdì 13 settembre 2013

Il Papa e i credenti

Se la verità diventa avventura

La lettera del Papa mi ricorda i pensieri del card. Martini: la questione prima per la Chiesa non è la dottrina ma l’annuncio e la testimonianza

Nessuna esperienza della verità è priva di relazioni: questo vale per credenti e non

di Carlo Sini (l’Unità, 12.09.2013)

La risposta di Papa Francesco alle domande di Scalfari conferma una volta di più l’ammirevole e per certi versi stupefacente disponibilità dell’attuale Pontefice ad aprirsi a un dialogo e a una presenza reale ovunque e con chiunque lo interpelli con sincerità e nobiltà di intenti.

Nella risposta molte cose importanti meriterebbero ovviamente attenzione adeguata. Per esempio il senso, a mio avviso, profondamente pastorale che emana da tutto il testo: non è questione prima per la Chiesa la dottrina, la «filosofia», ma l’annuncio e la testimonianza, la pratica concreta dell’amore. Anche il cardinale Martini, nei suoi interventi alla cattedra dei non credenti, pur non sottraendosi alle argomentazioni più sottili, privilegiava, se ben ricordo, la parola semplice e piana, che tocchi il cuore, la speranza e il destino esistenziale di chi ascolta.

C’è però più di un passaggio che suscita attenzione in chi, muovendo, diceva Scalfari, dalla modernità illuminista, ha detto addio a una supposta verità assoluta; con il sottinteso che la Chiesa sia invece tuttora favorevole ad attribuirsela. In proposito la risposta di Papa Francesco è non poco spiazzante: non è il caso di parlare di verità assoluta nemmeno per il credente. Ma qui bisogna intendere. Ciò che Papa Francesco rifiuta è che il non essere assoluto della verità equivalga all’esistenza di «una serie di verità relative e soggettive», come Scalfari sembra ritenere e con lui certamente moltissimi. Ora, che una verità sia «relativa» e «soggettiva» equivale a un’opinione priva di senso, che dice «verità» e che evidentemente non pensa ciò che dice; così pure non ha senso pensare verità in tono minore o «debole».

Papa Francesco dice invece chiaramente che cosa si deve pensare dell’assoluto: assoluto significa «sciolto» (ab-solutus), cioè privo di relazioni; ma nessuna esperienza o figura della verità è priva di relazioni, quella del credente come quella del non credente. Si tratta dunque di mutare sguardo relativamente a ciò che intendiamo nel riferirci alla verità. Uno sguardo inadeguato è quello che ritiene che la verità coincida con il contenuto di una credenza o con la forma logica di un giudizio (il famoso principio di non contraddizione, che suggestiona ancora qualche filosofema superstizioso). Papa Francesco invita a considerare invece la verità un cammino e una relazione di vita. In termini più filosofici direi che la verità è un evento, qualcosa a cui si appartiene, dice il Papa, e non che ci appartiene.

In un’intervista recente mi capitò di dire che la verità è un’avventura (chissà perché qualcuno vi ravvisò un pericolo di...nazismo): per avventura siamo nati e destinati a un certo mondo, che non abbiamo scelto. Dice Francesco: senza la Chiesa non avrei incontrato Gesù. Scalfari potrebbe dire: senza la tradizione della cultura illuminista non sarei quel non credente che sono. Tutto questo non è certo secondario o accidentale, perché senza relazioni (alla Chiesa, all’illuminismo, all’ebraismo ecc.), nessuna verità si fa presente e si manifesta. Il punto è come possa stare ognuno di noi nel suo destino e nella sua occasione di verità.

IL CAMMINO E L’ERRORE

E qui non so sin dove il mio dire cammini insieme al dire generoso di Francesco. Quello che penso dei contenuti che ognuno di fatto riferisce alla verità è che essi sono certamente inadeguati, nella loro parzialità storica, psicologica, antropologica ecc. Vi è qui come la certezza dell’essere in errore e dell’errare: senza questa consapevolezza, pregiudizio e superstizione la fanno da padroni (una Chiesa così disegnata sarebbe oscurantista, il che, osserva il Papa, è scandaloso pensarlo di una istituzione che ha per legge l’amore e per fine la liberazione di tutti gli esseri umani). Ma il fatto che i contenuti siano in errore rispetto al loro stesso evento, alla totalità che mai potranno circoscrivere, non significa affatto che essi siano trascurabili o secondari: è solo attraverso di essi, infatti, che ognuno fa di continuo esperienza della verità, del camminare della verità in relazione con noi, modificandoci e destinandoci all’avventura sempre aperta della vita, a un compito di incarnazione transitoria del destino che ci è assegnato. Imparare a considerare la verità non solo dalla parte superstiziosa del significato, ma dalla parte dell’evento, in quanto evento del significato e di ogni significato, dell’occasione e della nostra occasione, è forse l’apertura a una comprensione umana che sia più vera e più profonda della mera opposizione tra credenti e non credenti.


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