Il Papa e i credenti
Se la verità diventa avventura
La lettera del Papa mi ricorda i pensieri del card. Martini: la questione prima per la Chiesa non è la dottrina ma l’annuncio e la testimonianza
Nessuna esperienza della verità è priva di relazioni: questo vale per credenti e non
di Carlo Sini (l’Unità, 12.09.2013)
La risposta di Papa Francesco alle domande di Scalfari conferma una volta di più l’ammirevole e per certi versi stupefacente disponibilità dell’attuale Pontefice ad aprirsi a un dialogo e a una presenza reale ovunque e con chiunque lo interpelli con sincerità e nobiltà di intenti.
Nella risposta molte cose importanti meriterebbero ovviamente attenzione adeguata. Per esempio il senso, a mio avviso, profondamente pastorale che emana da tutto il testo: non è questione prima per la Chiesa la dottrina, la «filosofia», ma l’annuncio e la testimonianza, la pratica concreta dell’amore. Anche il cardinale Martini, nei suoi interventi alla cattedra dei non credenti, pur non sottraendosi alle argomentazioni più sottili, privilegiava, se ben ricordo, la parola semplice e piana, che tocchi il cuore, la speranza e il destino esistenziale di chi ascolta.
C’è però più di un passaggio che suscita attenzione in chi, muovendo, diceva Scalfari, dalla modernità illuminista, ha detto addio a una supposta verità assoluta; con il sottinteso che la Chiesa sia invece tuttora favorevole ad attribuirsela. In proposito la risposta di Papa Francesco è non poco spiazzante: non è il caso di parlare di verità assoluta nemmeno per il credente. Ma qui bisogna intendere. Ciò che Papa Francesco rifiuta è che il non essere assoluto della verità equivalga all’esistenza di «una serie di verità relative e soggettive», come Scalfari sembra ritenere e con lui certamente moltissimi. Ora, che una verità sia «relativa» e «soggettiva» equivale a un’opinione priva di senso, che dice «verità» e che evidentemente non pensa ciò che dice; così pure non ha senso pensare verità in tono minore o «debole».
Papa Francesco dice invece chiaramente che cosa si deve pensare dell’assoluto: assoluto significa «sciolto» (ab-solutus), cioè privo di relazioni; ma nessuna esperienza o figura della verità è priva di relazioni, quella del credente come quella del non credente. Si tratta dunque di mutare sguardo relativamente a ciò che intendiamo nel riferirci alla verità. Uno sguardo inadeguato è quello che ritiene che la verità coincida con il contenuto di una credenza o con la forma logica di un giudizio (il famoso principio di non contraddizione, che suggestiona ancora qualche filosofema superstizioso). Papa Francesco invita a considerare invece la verità un cammino e una relazione di vita. In termini più filosofici direi che la verità è un evento, qualcosa a cui si appartiene, dice il Papa, e non che ci appartiene.
In un’intervista recente mi capitò di dire che la verità è un’avventura (chissà perché qualcuno vi ravvisò un pericolo di...nazismo): per avventura siamo nati e destinati a un certo mondo, che non abbiamo scelto. Dice Francesco: senza la Chiesa non avrei incontrato Gesù. Scalfari potrebbe dire: senza la tradizione della cultura illuminista non sarei quel non credente che sono. Tutto questo non è certo secondario o accidentale, perché senza relazioni (alla Chiesa, all’illuminismo, all’ebraismo ecc.), nessuna verità si fa presente e si manifesta. Il punto è come possa stare ognuno di noi nel suo destino e nella sua occasione di verità.
IL CAMMINO E L’ERRORE
E qui non so sin dove il mio dire cammini insieme al dire generoso di Francesco. Quello che penso dei contenuti che ognuno di fatto riferisce alla verità è che essi sono certamente inadeguati, nella loro parzialità storica, psicologica, antropologica ecc. Vi è qui come la certezza dell’essere in errore e dell’errare: senza questa consapevolezza, pregiudizio e superstizione la fanno da padroni (una Chiesa così disegnata sarebbe oscurantista, il che, osserva il Papa, è scandaloso pensarlo di una istituzione che ha per legge l’amore e per fine la liberazione di tutti gli esseri umani). Ma il fatto che i contenuti siano in errore rispetto al loro stesso evento, alla totalità che mai potranno circoscrivere, non significa affatto che essi siano trascurabili o secondari: è solo attraverso di essi, infatti, che ognuno fa di continuo esperienza della verità, del camminare della verità in relazione con noi, modificandoci e destinandoci all’avventura sempre aperta della vita, a un compito di incarnazione transitoria del destino che ci è assegnato. Imparare a considerare la verità non solo dalla parte superstiziosa del significato, ma dalla parte dell’evento, in quanto evento del significato e di ogni significato, dell’occasione e della nostra occasione, è forse l’apertura a una comprensione umana che sia più vera e più profonda della mera opposizione tra credenti e non credenti.