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Terra e libertà...

OAXACA !!! Qualcuno salvi il Messico, qualcuno salvi gli abitanti di San Salvador Atenco. Appello da una delegazione di "Ya Basta"

mardi 31 octobre 2006 par Federico La Sala
[...] Il subcomandante Marcos, pipa in bocca e sagoma massiccia, arriva in sala come uno spettatore qualsiasi. E’ l’ospite d’onore, eppure il "delegato zero" si presenta per primo ed aspetta paziente, seduto al tavolo delle conferenze. [...] Marcos usa, con sapienza antica, l’arma preferita dagli zapatisti : la parola. Scioglie i concetti di "Autonomia, terra e liberta’" in aneddoti, metafore, racconti. Non si puo’ innovare il neoliberismo. Bisogna creare un altro mondo. [...]
Poi, ringrazia (...)

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> OAXACA !!! Qualcuno salvi il Messico, qualcuno salvi gli abitanti di San Salvador Atenco. Appello da una delegazione di "Ya Basta"

dimanche 5 novembre 2006

Intervista al leader della protesta

« Insurrezione popolare se ci attaccano »

di Angela Nocioni (www.liberazione.it, 04.11.2006)

Oaxaca nostra inviata. - A Oaxaca non c’è mai stata una transizione alla democrazia, nemmeno l’alternanza. Esistono strutture di potere che altrove sono sparite dopo la Rivoluzione, cento anni fa. La molla del movimento sta nella parte esclusa della popolazione. Sono gli “usa e getta” il settore radicale della Appo. Come li chiamate voi, gli invisibili ? Ecco, sono loro che spingono in assemblea verso le posizioni radicali, non i gruppi armati.

Cosa pensi degli zapatisti ?

Abbiamo un grande affetto per il movimento zapatista, sono la gran causa di tutti noi, hanno innalzato la nostra bandiera e per questo gli siamo grati. Ci sono piccoli disaccordi che preferiamo discutere semmai discretamente, in privato. Personalmente credo che per non sporcarsi le mani in politica hanno pagato un prezzo alto. Una scelta di fermezza e dignità che mi è piaciuta. Abbiamo commesso la sciocchezza di non essere stati pienamente solidali contro le aggressioni quotidiane con cui li tormentano. Hanno ragione quando ci criticano per questo.

Come si comporta il Partito rivoluzionario democratico (il grande partito della sinistra messicana, ndr) con voi ?

Autonomia, rispetto e appoggio.

Denaro ?

No, economicamente non ci aiuta. Io sono membro del Consiglio nazionale del Prd, l’appoggio dei parlamentari del partito è stato decisivo perché Camera e Senato prendessero l’atteggiamento che hanno preso rispetto al governatore Ulises Ruiz.

Eppure Andrès Lopez Obrador non si è speso un granché per Oaxaca. L’altro ieri è andato a una manifestazione di solidarietà a Città del Messico, ma mentre era in corsa per le presidenziali non ha detto una parola su di voi, così come non l’ha fatto per la rivolta di Atenco. O no ?

Il governo di Fox ha tentato di metterlo in relazione con noi dall’inizio, insiste nel denunciare che noi siamo suoi burattini, usa la mia appartenenza al Prd come prova. Andrés è stato attento e ha mantenuto rispetto per l’autonomia del movimento, ha mantenuto una sua strategia elettorale e postelettorale non coinvolgendoci. Ma è rispettoso della nostra lotta e sta dalla nostra parte.

In strada si urla “Se Ulises Ruiz non se ne va Calderon non si insedierà alla presidenza”. Cosa vuol dire ?

A metà novembre discuteremo una strategia per tradurre in realtà questo slogan, attueremo concretamente per verificare se e quanto Felipe Calderon sostiene Ulises Ruiz.

La città non la controllate né voi, né l’esercito, né la polizia. Cosa farete finché soldati e agenti restano qui ?

Se i generali che guidano l’occupazione militare di Oaxaca sono intelligenti non ci attaccano, perché già dovrebbero aver misurato la prima risposta. Ripeto : non c’è stata una convocazione alla resistenza, c’è stato un invito a ripiegare, eppure il popolo ha resistito con tutto quel che ha trovato all’avanzata della polizia. Costringerci a chiamare all’insurrezione sarebbe un’idiozia. Se i generali non sono pazzi si inventano una via per uscire vivi dalla città.

Hai paura per la tua vita ?

Sì, arrivano minacce in continuazione. I sicari del Pri non scherzano. Sappiamo che mi vogliono uccidere.


Messico, vent’anni di lotte e di sanguinose repressioni, l’irruzione degli zapatisti e i “tradimenti” della sinistra istituzionale

Oaxaca, quella rivolta che viene da lontano

di Ramon Mantovani (www.liberazione.it, 04.11.2006)

Cosa stia succedendo in questi giorni i lettori di Liberazione lo possono leggere grazie ad Angela Nocioni che è sul luogo e che racconta benissimo, ora per ora, della repressione e della lotta che continua. La grande stampa italiana, diversamente da quella internazionale, ignora, non si interessa, priva i cittadini italiani di informazioni essenziali per comprendere il Messico e, più in generale, l’America Latina. Per mesi in Italia si è discusso della campagna elettorale di Andres Manuel Lopez Obrador (che in Messico chiamano Amlo), dei risultati elettorali e della vittoria di Calderon, contestata da Amlo. Secondo uno schema caro all’informazione italiana, ma non solo, perché anche gran parte del mondo politico ufficiale utilizza lo stesso schema, ogni situazione in un altro paese è paragonabile a quella italiana. Così per mesi abbiamo avuto attacchi, critiche e interpretazioni varie sulla condotta degli zapatisti che si sono tenuti fuori dalla campagna elettorale e che, anzi, hanno fatto la Otra Campaña (l’altra campagna). Ma come ? Marcos non appoggia Amlo proprio quando per la prima volta la sinistra ( ?) può vincere le elezioni ? E giù invettive e giudizi, anche sul Manifesto, senza tener conto né della realtà Messicana né delle posizioni vere dell’Ezln e de la Otra Campaña. Oaxaca è sotto gli occhi di tutti. Per chi vuol vedere ciò che li sta accadendo, e che del resto era già stato anticipato durante la campagna elettorale ad Atenco quando una violenta repressione si abbatté sulla lotta di una intera comunità, la dice lunga sulla democraticità del sistema politico messicano e sulla possibilità di riformarlo dall’alto, magari con una vittoria elettorale di Amlo. Per capire bene di cosa stiamo parlando è necessario fare qualche passo indietro.

Già nell’88 Cardenas aveva vinto le elezioni, ma durante lo scrutinio, un provvidenziale black out interruppe il conteggio dei voti. Quando tornò l’energia elettrica Cardenas, il candidato di un vasto schieramento di sinistra e progressista, si ritrovò sbalzato al secondo posto. Il Paese fu sull’orlo di una guerra civile ma Cardenas scelse la via pacifica e lo schieramento che lo sosteneva si trasformò nel Partito della Rivoluzione Democratica (Prd). Il governo che si insediò, presieduto da Salinas de Gortari, fece una riforma costituzionale allo scopo di predisporre il paese all’ingresso nel Nafta (il trattato di libero commercio con Usa e Canada). Nella riforma venne cancellato il diritto di proprietà collettiva sulla terra delle comunità indigene e vennero creati i presupposti di un violento piano di privatizzazioni generalizzate. Queste cose, tra le altre, furono causa primaria della sollevazione zapatista del 1 gennaio del 94. Lo stesso giorno dell’entrata in vigore del Nafta e del proclamato (dal governo) ingresso del Messico nel novero dei paesi del primo mondo, un nuovo soggetto fece sentire la sua voce.

Gli ultimi, gli indigeni considerati paria nella società messicana, rovinarono la festa neoliberista. Il loro messaggio al mondo, però, non fu una lamentela. Le loro parole furono un atto d’accusa non solo verso il malgoverno messicano, bensì verso il sistema della globalizzazione, verso le cosiddette istituzioni finanziarie internazionali. Soprattutto grazie alla mobilitazione dei messicani e dell’opinione pubblica mondiale il governò non poté risolvere la faccenda con un bagno di sangue e dovette accettare un negoziato. Il Prd di Cardenas, pur con tanti distinguo, si schierò per questa soluzione e molti suoi esponenti, anche di primo piano, si affrettarono ad interloquire con Marcos e gli zapatisti. Intanto Cardenas perse le elezioni senza sollevare dubbi sul risultato e il nuovo presidente Zedillo tradì il primo accordo di pace firmato con gli zapatisti che prevedeva una riforma costituzionale. Alla inevitabile rottura delle trattative seguirono anni di guerra di bassa intensità con occupazione militare dei territori indigeni del Chiapas, con massacri e persecuzioni di ogni tipo. Fino alle elezioni del 2000.

Zedillo aveva ormai portato il Pri (Partito Rivoluzionario Istituzionale), al potere da 70 anni, ai minimi termini sia perché i veri effetti del Nafta cominciavano a farsi sentire, ma anche perché con la repressione in Chiapas aveva fortemente offuscato l’immagine del Messico di fronte all’opinione pubblica mondiale. Vicente Fox del Pan (Partido de Accion Nacional), un partito conservatore di destra conquista il ruolo di innovatore. Un cambio indolore per i poteri forti condito con promesse populiste tra le quali fece moltissima breccia la seguente : « Risolverò il problema del Chiapas in un quarto d’ora promulgando la legge che traduce in riforma costituzionale l’accordo firmato con l’Ezln ». Fox vince e Cardenas ottiene un misero 17% dei voti. L’Ezln nella primavera del 2001, pochi mesi dopo l’insediamento di Fox, organizza la famosa “marcia del colore della terra”. Milioni e milioni di persone assistono agli eventi lungo il percorso che porterà tutti i comandanti zapatisti dalla Selva Lacandona fino a Città del Messico. Fox lascia fare, anzi dice di voler aiutare. Gli zapatisti ottengono il risultato storico di parlare in aula, con i loro passamontagna, nel parlamento messicano. Fox promette di nuovo che promulgherà la legge. Sembrava si fosse alla vigilia del primo passo per una vera democratizzazione del Messico. Se Fox avesse mantenuto fede all’impegno solennemente preso e il parlamento avesse approvato la legge davvero sarebbe cominciata un’altra storia per il Paese. Sia perché l’istituzionalizzazione delle forme di autogoverno indigene avrebbe garantito l’ingresso nel sistema politico di più di 12 milioni di esclusi, sia perché si sarebbe determinata la permeabilità delle istituzioni alle richieste e alle rivendicazioni provenienti dal basso della società. Gli zapatisti tornarono nella Selva ed attesero.

Fox presentò la legge come aveva promesso ma già in prima lettura al Senato tutti i partiti, ripeto tutti, la stravolsero totalmente trasformandola nel suo contrario. Cambiare anche solo una virgola di una legge che traduce un accordo di pace firmato è un tradimento. Un tradimento ancor più grave perché anche il Prd decise di tradire. Gli zapatisti dichiararono finito ogni loro dialogo con le istituzioni e con tutti i partiti ufficiali e si rinchiusero in un lungo silenzio dal quale usciranno anni dopo proclamando l’autonomia dei Municipi e la formazione delle “Giunte del Buongoverno”. Più o meno un’applicazione unilaterale della legge prevista dagli accordi e un interessantissimo esperimento di democrazia diretta e partecipata. Il Prd nello stesso tempo conobbe grandi cambiamenti.

Tramontata la stella di Cardenas il nuovo leader Andres Manuel Lopez Obrador si preparava, dal suo posto di Governatore di Città del Messico, a candidarsi alla presidenza nel 2006. Una politica sempre più centrista, neoliberista, e l’accoglimento nelle file del Prd di molti transfughi del Pri, compresi uomini di Salinas de Gortari e personaggi che in passato erano perfino stati accusati di essere mandanti di omicidi contro militanti del Prd, sono state le scelte principali di Amlo per marciare verso la presidenza della Repubblica. Oltre alla conclamata alleanza con settori della borghesia messicana più ricca e affarista. Ma non è bastato. Negli ultimi tre anni si sono susseguiti scandali (veri) con l’implicazione di uomini vicinissimi a Amlo e perfino una sorta di golpe bianco consistente nel tentativo di impedire ad Amlo di presentarsi alle elezioni proprio nel momento in cui guidava tutti i sondaggi elettorali. Ovviamente gli zapatisti hanno duramente criticato, in tutto questo periodo, la trasformazione del Prd in un partito “come gli altri”. Hanno accentuato la critica nei confronti del sistema politico ed istituzionale messicano completamente sordo ad ogni richiesta proveniente dal basso ed hanno denunciato la vocazione del regime a reprimere sanguinosamente ogni legittima lotta popolare. Come se non bastasse in Chiapas un sindaco del Prd ha prima tagliato l’acqua agli zapatisti del suo comune ed ha scatenato, con i suoi paramilitari, una violenta repressione sparando contro una pacifica manifestazione che chiedeva banalmente il riallaccio dell’acqua. Nonostante i vertici del Prd si siano limitati a qualche parola di circostanza senza prendere alcun provvedimento gli zapatisti, senza omettere critiche ad Amlo, hanno per tutto il periodo denunciato il tentativo di golpe bianco contro di lui. La campagna elettorale comunque aveva sempre più il sapore di una lotta intestina ad un regime allargato anche al Prd. Una lotta di potere dentro un sistema totalmente separato dalla società. Una lotta condotta con colpi bassi, scandali, mosse e contromosse indifferenti alle reali condizioni di vita dei messicani. Una campagna clientelare con grande dispendio di migliaia di milioni di dollari.

E’ in questo clima che matura la scelta degli zapatisti di giocare il tutto per tutto. Non basta più la lotta degli indigeni, bisogna costruire insieme a tutti i settori sociali emarginati, a tutte le esperienze di lotta ignorate dai partiti e dai candidati, una solida alleanza dal basso e un programma dichiaratamente anticapitalista. Così nasce la Otra Campaña. Marcos viaggia per tutto il Messico censendo ed ascoltando la voce di quelli che nessuno ascolta. Consolida, mettendo a disposizione l’autorevolezza che l’Ezln si è conquistato in questi anni, un rapporto tra soggetti ed esperienze di lotta diversissimi tra loro ma accomunati dalla precisa volontà di costruire un’alternativa senza divenire merce di scambio nella lotta che intanto si dipana violentemente nella campagna elettorale ufficiale. Non è una campagna per danneggiare Amlo, serve a costruire partecipazione e solidarietà dal basso e a criticare tutto il sistema ostile ad ogni forma di democratizzazione della società. Ed infatti durante la campagna, a dimostrazione di quale sia la vera natura del sistema, ad Atenco si abbatte una durissima repressione contro una comunità in lotta.

Una repressione che provoca un morto, centinaia di feriti e decine di arresti. Una azione che è solo il preludio di Oaxaca ma che nell’occasione viene sollecitata anche da alte autorità locali del Prd. Poi arrivano le elezioni, e il grande imbroglio.

Amlo non accetta il verdetto e nel balletto degli organismi elettorali, tutti dominati dall’alleanza del Pri con il Pan che si dichiarano tutti sfavorevoli al candidato del Prd, anche arrampicandosi sugli specchi per negare l’evidenza di brogli conclamati, cresce una mobilitazione tesa a produrre un vero e proprio braccio di ferro istituzionale. Anche il Subcomandante in un lungo scritto denuncia i brogli, curiosamente in modo molto più dettagliato di tanti sostenitori di Amlo. Si impedisce perfino al Presidente Fox di entrare in parlamento per pronunciare il suo tradizionale discorso sullo stato della nazione. Amlo dichiara che non accetterà mai il risultato e si appresta a dare vita a forme parallele di governo.

E intanto la violenza colpisce Oaxaca dove da molti mesi è in corso una lotta prima di maestri e poi di tutta la comunità. Una di quelle tante lotte ignorate in campagna elettorale, tranne che dalla Otra Campaña. Il Messico sembra proprio essere “sull’orlo di una crisi di nervi”. Vedremo meglio cosa sarà la Convenzione Nazionale Democratica convocata da Amlo e se il suo governo parallelo riuscirà a tenere in vita un’alleanza con quei settori della borghesia e con quegli uomini del vecchio Pri che difficilmente si troveranno a loro agio all’opposizione. Non staremo a vedere, invece, che ne sarà della Otra Campaña, perché la aiuteremo in ogni modo, secondo le nostre possibilità convinti come siamo che solo da li può svilupparsi un processo di vera democratizzazione del Messico. Ed anche per il debito che abbiamo con l’Ezln.


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