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Uomini e donne, per un "cambio di civiltà" - al di là del Regno di "Mammasantissima": l’alleanza edipica della Madre con il Figlio, contro il Padre, e contro tutti i fratelli e tutte le sorelle.

USCIAMO DAL SILENZIO: UN APPELLO DEGLI UOMINI, CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE. Basta - con la connivenza all’ordine simbolico della madre!!! - a c. di Federico La Sala

L’antropologia come la teologia della "sacra famiglia" della gerarchia vaticana è zoppa e cieca: è quella del ’Figlio’ che prende - accanto alla Madre - il posto del padre "Giuseppe" e dello stesso "Padre Nostro"... e fa il "Padrino"!!!
lunedì 27 novembre 2006 di Federico La Sala

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> USCIAMO DAL SILENZIO: UN APPELLO DEGLI UOMINI, CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE. Basta - con la connivenza all’ordine simbolico di "Mammasantissima" (l’alleanza edipica della Madre con il Figlio, contro il padre e contro tutti i fratelli e tutte le sorelle) !!!.

venerdì 13 ottobre 2006

Stupri, riduzione in schiavitù, aborti selettivi, matrimoni forzati. «Siamo davanti a un flagello» L’Onu: una donna su tre è vittima di un mondo maschilista e violento

di Laura Educati (www.liberazione.it, 12.10.2006)

Sapete che cos’è il date rape? E’ lo stupro (o le botte) su appuntamento. Li subisce il 40% delle ragazze americane tra i 14 e i 17 anni: escono per una serata romantica con il boyfriend, che poi le costringe ad un rapporto sessuale oppure le picchia. Altro caso: il 35% delle francesi denuncia violenze psicologiche da parte del compagno sentimentale. Ancora: ogni anno nel mondo 5mila donne vengono ammazzate per salvare l’onore, circa 3mila solo in Pakistan.

Sono alcuni dei dati contenuti nell’ultimo rapporto Onu sulla violenza di genere, un flagello mondiale che colpisce una donna su tre almeno una volta nella vita e che in 89 stati sui 192 che compongono l’Assemblea delle Nazioni Unite non viene neppure punito. Una crisi globale, perchè - come afferma il rapporto - «la violenza contro le donne non è circoscritta ad una specifica cultura, regione o Paese, o a particolari gruppi di donne all’interno della società». E’ ovunque.

All’Onu non sfugge lo scopo di questa violenza: «mantenere l’autorità maschile garantita dal patriarcato». Anche quando è nascosta tra quattro mura «la violenza non è mai individuale» ma punisce la ribelle per aver osato trasgredire le norme sociali. Hina Saleem ne è un chiaro esempio.

Le 139 pagine del rapporto descrivono le varie declinazioni della violenza di genere. Che non è solo quella brutale delle botte, dell’omicidio, dello stupro etnico o dell’aborto selettivo (in India 500mila bambine mancano all’appello), ma include l’anoressia e la bulimia: le giovani indotte a diventare filiformi magari per apparire - mercificate - negli spot e in tv. Come a dire che la violenza non è solo fisica, psicologica, economica ma anche sociale.

E di Stato: in vari Paesi non viene punito il marito che picchia e violenta la moglie o abusa sessualmente delle figlie femmine, che impedisce alle donne della famiglia di uscire di casa o che ordina la mutilazione genitale. Non solo: a queste donne non è permesso votare, partecipare alla vita politica, lavorare fuori casa.

Il giro del mondo attraverso le cifre è spaventoso. E, ma lo sapevamo già, riguardano anche i Paesi industrializzati. In Australia, Canada, Israele, Sudafrica e Stati Uniti tra il 40 e il 70 per cento delle donne assassinate, lo sono dai mariti e dagli amanti. In Nuova Zelanda e in Australia almeno il 15% denuncia di aver subito abusi o stupri da uno sconosciuto, e il 9% delle teenagers americane (ancora loro) è stata costretta ad avere il primo rapporto sessuale dal fidanzato di turno. In Perù si arriva al 40%.

Le lavoratrici devono difendersi dalle molestie sessuali in ufficio, una piaga che coinvolge tra il 40 e il 50% delle donne europee e il 35% delle asiatiche. A scuola: in Malawi il 50% delle ragazze dice di essere stata toccata lascivamente dai professori o dai compagni di classe. Poi esistono le pratiche tradizionali, quelle che coinvolgono la vita della comunità e perpetuano il dominio culturale sulla donna: in 130 milioni hanno subito la mutilazione genitale nel mondo, con percentuali del 99% in Guinea; in Corea del Nord il 30% delle gravidanze viene interrotta volontariamente non appena si scopre che il feto è femmina. Le famiglie asiatiche e subsahariane spesso forzano le proprie bambine a sposare uomini molto più grandi, o comunque uomini che loro, le ragazze, non avrebbero scelto. Non è raro che i matrimoni coatti includano rapimenti, violenze fisiche nei confronti della donna che si oppone, stupri o il carcere per le più rivoltose. Una volta sposate, alle disgraziate può accadere che la famiglia del marito non sia soddisfatta della dote: in India più di 6mila donne sono state ammazzate nel 2002 per questo motivo. Se il marito muore, la vedova viene spinta al suicidio, oppure isolata dalla comunità, accusata di stregoneria, persino uccisa da chi avrebbe il dovere di mantenerla, visto che di lavorare non se ne parla.

Purtroppo non è finita qui. La tratta delle donne, la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento sessuale coinvolge 127 Paesi di partenza e 137 di arrivo. Fuori dai confini del crimine, a volte è lo Stato a “violentare” le donne, magari attraverso politiche di forzata sterilizzazione (in Europa praticata principalmente sulle Rom), stupri nelle carceri da parte degli agenti di polizia, aborti coatti o gravidanze coatte (dove ad esempio l’aborto è illegale).

Ma di certo la forma più grave è la violenza sulle donne come arma di guerra. L’Onu stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 tra le 250mila e le 500mila donne siano state violentate e che tra le 20mila e le 50mila in Bosnia abbiano subito la stessa sorte. Per le milizie è un modo di umiliare il nemico, impedire che si riproduca - nel caso le donne vengano anche ammazzate - o (in Africa) diffondere il virus dell’Aids.

La violenza di genere ha un costo, e lo calcola la Banca Mondiale. Un costo psicologico e fisico per le vittime, innanzitutto: in Occidente il 5% dei disturbi per le donne dai 15 ai 44 anni è imputabile alla violenza domestica o allo stupro. Ma è anche un costo economico: programmi di sostegno, centri anti-violenza, processi, incarcerazioni. Capitoli di spesa che ogni anno costringe ad esempio il civilissimo Canada a sborsare un miliardo di dollari canadesi. Per i Paesi poveri, sicuramente meno propensi a recuperare le vittime, la violenza di genere impedisce che una quota importante della popolazione lavori e in generale contribuisca al benessere della società.

«Il rapporto svela l’importante ruolo giocato dai movimenti per le donne, che hanno sollevato il problema a livello mondiale» dice il sottosegretario generale Onu per gli affari economici e sociali José Antonio Ocampo. «Ora, però è un problema di tutti». Anche dell’Onu, dove il 63% dei componenti del gabinetto sono uomini.


Nuovi casi di stupri: non serve la repressione

E’ strutturale la violenza maschile contro le donne

di Stefano Ciccone (www.liberazione.it, 12.10.2006)

La cronaca delle nostre città è di nuovo segnata dalla violenza contro le donne, l’ultimo caso a Roma. Donne picchiate e segregate dai mariti, donne violentate per strada, nelle loro case, nei locali notturni “bene”, donne provenienti da altri paesi ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi, donne sottoposte a ricatti sessuali sul lavoro.

Nessuna area della nostra società è esente da questa tensione distruttiva e oppressiva. E’ possibile continuare a relegarla in cronaca nera? O non è necessario farne il centro di un’iniziativa politica e culturale? Dico politica perché credo che la violenza sulle donne sia espressione di un sistema di valori, di un modello di relazioni, di un’idea della sessualità, che deve essere posto al centro di una pratica collettiva di trasformazione. Se la politica non è solo gestione delle istituzioni ma conflitto nella società è necessario aprire nelle nostre scuole, nelle nostre città, nei luoghi collettivi di partecipazione un grande conflitto per una diversa civiltà delle relazioni tra donne e uomini. Un conflitto che come uomo sento non come una minaccia ma come un’opportunità, uno spazio per aprire anche per me occasioni di libertà. Per questo con altri uomini abbiamo lanciato un appello ad una presa di parola maschile sulla violenza contro le donne che non si fermi alla denuncia e per sabato prossimo, a Roma, proponiamo un incontro nazionale per rilanciare questa ricerca e l’iniziativa collettiva.

Al contrario la risposta emergenziale a queste violenze ha l’effetto di marginalizzare il fenomeno, di occultarne il carattere strutturale e pervasivo, di rappresentarlo come frutto di devianza, di patologie da porre sotto controllo, da reprimere. La violenza contro le donne dimostra così radici talmente profonde nella nostra cultura, nelle forme di organizzazione della nostra società, nel nostro immaginario che anche le strategie istituzionali, le nostre reazioni indignate, le nostre condanne rivelano una inconsapevole complicità con l’universo che la genera.

L’allarme porta il governo e i comuni a una rincorsa a iniziative basate sul controllo e la repressione, videocamere nelle strade, sistemi di allarme per le donne, inasprimento delle pene. Ma considerato che in Europa la violenza dei partner è la prima causa di morte e invalidità delle donne tra i 25 e i 44 anni e che più del 90% delle violenze avviene nelle nostre famiglie, è evidente come queste iniziative risultino, non solo per molti versi inutili, ma fuorvianti e anzi tese ad alimentare un clima che condivide lo stesso universo culturale in cui la violenza si genera.

Quando la cronaca scopre il velo sulla storia di una donna picchiata per anni dal marito che si sente in diritto di imporle di non avere rapporti con altre persone, di tenere gli occhi bassi al ristorante, di non leggere riviste a lui sgradite, tutti inorridiamo all’ascolto di anni di violenze e sevizie: si tratta di una gelosia patologica, è un malato o un immaturo incapace di stare in una relazione percependo il proprio limite e riconoscendo l’altra. Eppure non è così. Non è frutto di una patologia. Non è una storia estrema, isolata.

Il desiderio maschile segna quotidianamente gli spazi sociali, oggettivizza i corpi delle donne e riduce il loro diritto di cittadinanza nei luoghi pubblici. E’ un motore che muove montagne e attorno al quale ruotano miliardi di dollari l’anno. Si fa leva sul desiderio maschile per vendere auto, bibite, settimanali di politica ed economia. Per soddisfare il mercato indotto dal “desiderio” maschile nelle città dell’occidente, ogni anno migliaia di giovani donne vengono ridotte in schiavitù. Quando leggiamo della ragazza rumena portata con l’inganno in Italia, spesso da un amico di famiglia che la violenta, la costringe a prostituirsi per poi venderla, rimane in ombra il fatto che se i “gestori” sono stranieri i “consumatori” sono italiani. E italiani di tutte le classi, di tutte le età che pagano per poter fare sesso senza la “fatica” di una relazione, per sentirsi forti, per chiedere e ottenere quello che vogliono, per complicità col gruppo di amici con cui si passa insieme la serata, per un’idea di sesso che è bisognoso di uno sfogo frettoloso, in una strada di periferia.

Ma non solo la violenza contro le donne è sessuata. Anche le esplosioni di violenza che segnano la cronaca quotidiana delle nostre città parlano di uomini che uccidono per un banale diverbio, che sterminano la famiglia dopo un licenziamento o per un conflitto economico. Anche in questo caso si tratta di una violenza fatta da uomini strettamente legata al loro essere uomini. Un uomo che subisca un’offesa, perde l’onore su cui si fonda la sua virilità. Non può sopportarlo, come non può sopportare una donna che gli dica di no o che lo lasci.

Ogni storia ha una svolta quando quella donna smette di essere e di percepirsi vittima, la donna picchiata che chiede il divorzio, la ragazza rumena che denuncia il suo “protettore”. Eppure la legge, l’immagine televisiva, il senso comune continuano a vederle vittime: donne e bambini bisognosi di tutela più che portatrici di diritti. Le donne vittime e gli autori di violenza ridotti a marginalità, devianza, patologia. Resta invisibile il sottile filo che lega tutti alla comune appartenenza a un universo maschile, comune nella sua variabilità.

Che immagine del maschile emerge da queste storie? Uomini incapaci di stare in una relazione con una donna riconoscendone l’autonomia e la libertà e portati a esprimere la propria frustrazione in una violenza che paradossalmente diviene misura della propria passione o del proprio dolore.

Non basta denunciare la violenza, non basta stigmatizzarla, ridurre in una prospettiva di “civilizzazione dei costumi” quella che è invece, per me, una domanda di senso sulle relazioni tra le persone e degli uomini con se stessi. Non possiamo combattere la violenza con il richiamo a una virilità che ne è stretta complice ridefinendo un ordine che interdica il “naturale istinto predatorio maschile” o ne regoli l’espressione, ma esplorare, reinventare e rivivere questo desiderio, senza rinunciarvi. Costringere una donna ad un rapporto sessuale, comprare sesso lungo un viale di periferia, vivere la sessualità come il portato di un bisogno fisiologico “basso” e per sua natura predatoria: cosa mi dicono queste cose, oltre alla dimensione di violenza che le segna e all’inscindibile legame col potere, se non una desolante miseria? Dobbiamo riuscire a leggere questa miseria e proporre a noi e agli altri uomini un’altra vita, un’altra qualità delle relazioni e della sessualità. Per uscire dalla violenza, ma anche per noi.


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