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Gioacchino da Fiore ... e Teilhard de Chardin

IL PATRONO DELLA "RETE" E IL TEORICO DEL "DISEGNO INTELLIGENTE" : Teilhard de Chardin (1881 - 1955). Un ’vecchio’ (1998) articolo di Carlo FORMENTI, e una nota di Annamaria TASSONE BERNARDI.

mercredi 4 octobre 2006 par Federico La Sala
San Teilhard de Chardin
Gesuita, paleontologo e patrono della rete
di Carlo Formenti*
Che io sappia, finora nessuno ha fatto nomi per eleggere un Santo Patrono della Rete. Ma, ammettendo che esistano candidature a me ignote, mi permetto ugualmente d’avanzare la mia proposta : suggerisco che l’onore spetti a Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) gesuita, paleontologo ed autore d’una imponente opera filosofica sul rapporto fra scienza e teologia. Sono sicuro che il suggerimento otterrebbe, (...)

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> IL PATRONO DELLA "RETE" E IL TEORICO DEL "DISEGNO INTELLIGENTE" : Teilhard de Chardin (1881 - 1955). --- Il mistero dell’universo si svela poco alla volta agli occhi e all’intelligenza dell’uomo, e rende più affascinante la sua avventura umana e spirituale. È connaturato all’apprendimento scientifico il fatto che l’uomo proceda per verità parziali, per teorie approssimate o anche errate, esplori le leggi fisiche, stenda lo sguardo fin quasi ai confini del cosmo, e resti però proteso, quasi ansioso, verso una conoscenza integrale che non si riesce mai a raggiungere (di carlo Cardia).

mercredi 28 mai 2008

riflessione

Quello stupore per la Creazione, motore di ogni grande scoperta

DI CARLO CARDIA (Avvenire, 28.05.2008)

Il mistero dell’universo si svela poco alla volta agli occhi e all’intelligenza dell’uomo, e rende più affascinante la sua avventura umana e spirituale. È connaturato all’apprendimento scientifico il fatto che l’uomo proceda per verità parziali, per teorie approssimate o anche errate, esplori le leggi fisiche, stenda lo sguardo fin quasi ai confini del cosmo, e resti però proteso, quasi ansioso, verso una conoscenza integrale che non si riesce mai a raggiungere.

Per il mistico tedesco Meister Eckhart nella mente, e solo nella mente, dell’uomo è la sede del divino, mentre per Aristotele la conoscenza può divenire contemplazione, perché in essa è il culmine della tensione alla trascendenza. Da questo punto di vista quasi stupisce lo stupore con il quale la stampa ha commentato le parole e le riflessioni dell’astronomo e teologo José Gabriele Funes, per il quale può darsi la vita in altri pianeti e luoghi dell’universo senza che resti scalfita la convinzione che Dio è il creatore del cosmo e che noi non siamo prodotti della casualità ma figli di un padre, il quale ha per noi un progetto d’amore. Eppure, le parole cosmo, universo, creato, vita, oltre che nella filosofia greca (e non solo) sono le parole fondanti della Bibbia, del lessico ebraico-cristiano, con spessore e aperture senza limiti.

Da San Paolo, per il quale il creato attende una trasfigurazione che lo faccia giungere a compimento, a Origene che vedeva nel disegno divino la volontà di salvare tutte le creature, fino a Teilhard de Chardin che ha dedicato pagine esplicite e bellissime alla possibilità (cui andava la sua preferenza) di vita in altre zone dell’universo, c’è nel pensiero cristiano (più in genere religioso) una vasta gamma di spunti, riflessioni, personalità, che hanno sempre parlato della ricchezza dell’opera creatrice di Dio.

Al di là della discussione sugli aspetti scientifici che ruotano attorno alla possibilità di altri viventi nell’universo (condizioni per lo sviluppo biologico, limiti all’esplorazione cosmica, possibilità di incontro), c’è qualcosa di più profondo che rende il cristiano naturalmente disponibile all’eventualità di altre esistenze. C’è anzitutto lo stupore per la grandiosità del creato. Uno stupore che non ha confini, che si manifesta di fronte alla bellezza di ogni forma di vita nel libro di Giobbe, prosegue nei libri sapienziali e si trasfigura nelle parole di Gesù che vede in Dio la fonte dell’armonia e della cura della vita. Nella cura di Dio per la preziosità dei gigli nei campi, e per gli uccelli del cielo, è la radice di una fiducia in un amore divino ancora più grande per l’umanità. C’è insomma una pre-disposizione al nuovo.

Lo stupore, e la gratitudine, per l’opera creatrice sono le basi dell’apertura del cristiano alle infinite meraviglie, quelle accertate e quelle possibili, dell’universo. Soltanto da pochi decenni gli uomini sanno che il cosmo si compone di miliardi di galassie, che ciascuna galassia è composta di miliardi di stelle, è probabile un inizio cosmico con il Big bang, è accertata la nascita, lo sviluppo, l’estinzione degli astri. E soltanto da pochi anni si fanno le ipotesi più ardite su tanti aspetti misteriosi del creato, dai buchi neri che tutto ingoiano e creano singolarità compensative, all’espansione dell’universo, fino alla vertiginosa possibilità di una pluralità di universi, separati nello spazio o coesistenti nello stesso recinto. Si può dire con tranquillità che chi abbia una fede nel trascendente è pronto quasi spontaneamente a veder crescere lo stupore, la meraviglia, la gratitudine, per una realtà che già solo nella materialità sembra prefigurare l’infinito. In altre parole, la fede in Dio può anticipare e sorreggere l’accettazione dei più grandi traguardi della scienza, come sembra, tra l’altro, aver intuito Stephen Hawking nella prospettazione delle più ardue teorie cosmologiche.

C’ è, poi, nell’anima cristiana un qualcosa che oltre a predisporre alla contemplazione della grandiosità dell’universo rende l’uomo capace di fruire delle sue bellezze e di agire in sintonia con lo spirito creativo che ne è all’origine. Ed è la ricerca e l’approfondimento di un legame antropologico con la volontà divina che si trasforma in amore per la vita, per tutte le vite, per la crescita e realizzazione delle facoltà umane. Senza questo legame, senza l’abbandono alla trascendenza, ciò che esiste o accade nell’universo diverrebbe agli occhi dell’uomo motivo di semplice curiosità, la vita si ridurrebbe a materialità senza prospettive o slanci verso gli altri, l’universo stesso con o senza vita potrebbe declassarsi ad imponenza caduca, priva di respiro, senza vere finalità. Anche la spiritualità dell’uomo costituirebbe un sottoprodotto della psiche, continuamente sul crinale della sopravvivenza o della disperazione esistenziale.

Cambia tutto, come dice Henri Bergson, se la realtà cosmica viene trasfigurata in una fede che si fonda su un progetto di realizzazione che sostiene e alimenta l’anima e il corpo delle creature, su una spinta che rispetta la dimensione della materialità ma le dona una dignità più alta che ci viene suggerita dalla nostra interiorità, da una fiducia che si aspetta di più di ciò che vede, da una gratitudine per ciò che ci circonda.

Guardando all’universo con gli occhi dello spirito non si perde neanche un’oncia della sua maestosità. Al contrario si diviene sempre più capaci di conoscerne e gustarne potenzialità e misteri, scrupolosi nel recepire quanto la scienza mette a disposizione dell’uomo ma attenti nell’umanizzare strumenti e risultati della conoscenza. San Giovanni di Dio suggerisce di seguire la nostra ragione perché essa ci condurrà a Dio, oggi possiamo aggiungere che la strada della conoscenza fa crescere le ragioni della fede in Dio, nella sua opera, ci fa meglio comprendere il significato di un cammino che è stato percorso da quando la vita si è affacciata sulla terra.

Teilhard de Chardin ha dimostrato con la sua eccezionale esperienza di paleontologo che il concetto di evoluzione, se inteso nella sua interezza e complessità, non è in contrasto con la fede religiosa, ma in un certo senso ne può rafforzare il fondamento perché indica una freccia nel divenire della materia verso una crescente spiritualizzazione, dà un senso all’azione creatrice che noi vediamo da vicino sulla terra, ma che è strutturalmente cosmica e universale. Ed ha confermato ciò che è intimamente connesso alla religione e al cristianesimo, e che si è venuto disvelando nel corso del cammino storico pur tra errori e incomprensioni, e cioè che la teologia e la spiritualità sono debitrici verso la scienza per la sua fatica e i suoi approdi, ma la scienza è debitrice verso lo spirito per la sua capacità di lettura e di trasfigurazione della realtà materiale.

Anche per queste ragioni, chi studia l’universo vede appassire sempre più la discussione sul darwinismo e sulla evoluzione delle micro-realtà. L’uomo è la creatura che riesce a conoscere i termini e la sostanza della evoluzione delle macro-realtà, che riguardano la sua storia e gli spazi immensi che solo da poco tempo vanno aprendo spiragli sui propri segreti. Nel disvelamento di questi segreti l’uomo di fede non soltanto non si sente perso, ma vede crescere la propria fiducia verso una creazione che non finisce mai di stupire. Guardando all’universo con gli occhi dello spirito non si perde neanche un’oncia della sua maestosità. Al contrario si diviene sempre più capaci di conoscerne e gustarne potenzialità e misteri


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