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ANTROPOLOGIA: "ANDRO-LOGIA" (E "GINECO-LOGIA"). L’ordine simbolico e il codice d’"onore" di "Mammasantissima" (l’alleanza della Madre con il Figlio - "Capobastone", "Padrino")

’NDRANGHETA. SIGNIFICATO DELLA PAROLA. Alcune pagine dalla Relazione del Presidente della Commissione Parlamentare, Francesco Forgione - a cura di Federico La Sala

Il principale punto di forza della ‘ndrangheta è nella valorizzazione criminale dei legami familiari.
mercoledì 27 febbraio 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] La ‘ndrangheta affronta le sfide della globalizzazione con una modernissima utilizzazione di antichi schemi, con una combinazione di strutture familiari arcaiche e di un’organizzazione reticolare, modulare o - per usare l’espressione di un grande studioso della modernità e della post modernità, Zygmunt Bauman - liquida [...]
IL MAGISTERO ANTROPOLOGICO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA: LA LEGGE DEI NOSTRI PADRI E DELLE NOSTRE MADRI COSTITUENTI (...)

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> ’NDRANGHETA. SIGNIFICATO DELLA PAROLA. ---- "Ma il cuore, l’intelligenza" dell’organizzazione "restano in Calabria ed è lì che bisogna intervenire, cambiando i calabresi". "Porto franco": il libro di Francesco Forgione-

sabato 9 giugno 2012


-  "Porto franco", viaggio nella ’ndrangheta
-  da criminalità contadina a impresa globale

-  Il libro di Francesco Forgione, ex presidente della Commissione antimafia, è un saggio-inchiesta che con ritmo da romanzo ricostruisce mezzo secolo di storia, gli intrecci con la politica, i servizi, il mondo degli affari. "Ma il cuore, l’intelligenza" dell’organizzazione "restano in Calabria ed è lì che bisogna intervenire, cambiando i calabresi"

-  di SILVANA MAZZOCCHI *

Raccontare la ’ndrangheta come una saga delle famiglie vincenti sopravvissute alle faide interne e alle inchieste giudiziarie più incisive; svelare i loro affari milionari e gli intrecci con la politica, ricostruire mezzo secolo di storia criminale dalla Calabria al nord Italia, descrivere la nuova realtà che promuove la ’ndrangheta da mafia locale a potenza globale. Una sfida riuscita per Francesco Forgione, 52 anni, calabrese, ex presidente della Commissione antimafia che, con Porto Franco, saggio-inchiesta scritto con il ritmo del romanzo, ricostruisce mezzo secolo di ’ndrangheta, con storie e personaggi veri (numerosi gli episodi e i dettagli tratti dalle recenti indagini giudiziarie), e bene spiega la realtà criminale di oggi.

In principio, tutto ruota intorno a Gioia Tauro, avverte l’autore che dedica il primo capitolo alla Piana ribattezzata Gioia nostra, un paesone di diciannovemila persone, Comune sciolto più volte per inquinamento mafioso e feudo della onnipotente famiglia dei Piromalli, i traghettatori tra la mafia contadina e quella attuale, moderna e imprenditoriale. Per decenni gli interessi della Piana e del Porto si sono incrociati con pezzi di potere della prima Repubblica (ma non solo), con la collaborazione di imprenditori corrotti, politici collusi, servizi segreti infedeli, massoni compiacenti. E quanti affari loschi, droga, omicidi, azioni criminali per arrivare a svecchiare la ’ndrangheta e a renderla quella di oggi, un potere parallelo, sviluppato e fiorente tanto da resistere all’impegno rinnovato della magistratura e delle forze dell’ordine.

Porto franco evidenzia le tessere del mosaico criminale: le parentele fra famiglie, gli intrecci con i personaggi della politica, gli effetti della corruzione e delle complicità, gli omicidi e gli affari. Con nomi, cognomi e circostanze. Ma, soprattutto, ed è questa la particolarità del libro, l’ex presidente della Commissione antimafia accende i riflettori sul percorso che ha reso la ’ndrangheta "un’organizzazione globale, potente e invincibile... Ci si affilia a Milano, a Duisburg e a Toronto", sottolinea Forgione "... ma il cuore, l’intelligenza organica della ’ndrangheta vivono in Calabria e si alimentano della sua storia...".

E allora che fare per vincere un’organizzazione criminale che gestisce insieme l’antico e il moderno, che collega tradizioni e web, e che ha diramazioni ovunque nel mondo? Conoscere innanzi tutto, ripartire dalla Calabria e capire come sia stato reso possibile il prosperare di questo vergognoso Porto franco fuori da ogni legalità. Ormai da qualche anno, le maglie dello Stato si sono fatte più strette: si sono moltiplicati gli arresti e le inchieste giudiziarie ottengono eccellenti risultati. Protagonisti e storie "tra passato e presente hanno tessuto una inquietante trama", conclude Forgione "ma non è scritto su alcuna "tavola" che il futuro di questa trama debba continuare a essere prigioniero".

La Calabria è davvero un Porto franco?

"Da almeno cinquant’anni la Calabria è un porto franco per la democrazia, prima ancora che per la legalità, che qui, nel deserto di diritti e opportunità, è un’idea astratta. Solo in questa terra si è vista una commistione tra ’ndrangheta, massoneria, servizi deviati, apparati dello stato, giudici, tale da creare un potere parallelo, separato e allo stesso tempo interno allo Stato. A differenza della Sicilia, tutto è avvenuto nel silenzio più assoluto. Quello delle armi della ’ndrangheta che non hanno quasi mai sparato contro uomini dello Stato, politici, giornalisti, magistrati, fatta eccezione per il magistrato Antonino Scopelliti e il vice presidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno; e quello della politica e delle istituzioni che la ’ndrangheta non l’hanno mai voluta vedere e combattere. Basti pensare che la Commissione parlamentare antimafia esiste dal 1963 e la sua prima relazione sulla mafia calabrese è del febbraio del 2008. I capi della ’ndrangheta, dal loro punto di vista criminale, sono stati più intelligenti dei Corleonesi di Cosa nostra: si sono tenuti inabissati, hanno accumulato potere economico e forza politica, si sono espansi nel nord dell’Italia e nel resto del mondo, si sono protetti dalla reazione dello Stato e "dall’infamia" dei pentiti e si sono via via trasformati in un potere parallelo. E, anche quando hanno acceso i riflettori su di loro, come dopo la strage di Duisburg, hanno avuto la capacità di ricreare un cono d’ombra. Ma il vero problema non è la ’ndrangheta. E’ la politica, il mondo economico, la borghesia, gli intellettuali, l’informazione, che hanno fatto della Calabria una zona franca".

Com’è cambiata la ’ndrangheta in cinquant’anni?

"Dall’inizio degli anni ’70 a oggi, si è compiuto il vero salto della ’ndrangheta nella dimensione economica e finanziaria globale. Dopo la rivolta dei Boia chi molla di Reggio nel ’70, con la massa di miliardi arrivati per la costruzione della Salerno-Reggio Calabria, per il V centro siderurgico mai realizzato e per il porto, la dimensione imprenditoriale ha preso il sopravvento. Certo, i boss non hanno mai smesso di sparare e di uccidere, ma hanno privilegiato gli affari e le imprese. Ovviamente supportati dalla grande massa di ricchezza prodotta dal traffico della cocaina di cui i boss calabresi sono i principali importatori in Europa. Un po’ come avveniva negli anni ’70, quando i sequestri di persona fornivano la liquidità finanziaria per trasformarsi in imprenditori. La novità vera, nel panorama criminale internazionale, è però costituita dalla sua capacità di assumere una dimensione globale. Perché i comuni che vengono sciolti al nord lo sono sempre per ’ndrangheta, e non per camorra o per Cosa nostra? E’ avvenuto da Bordighera a Ventimiglia, da Canavese Po a Busto, da Nettuno in provincia di Roma a Fondi, in provincia di Latina, bloccato all’ultimo momento dal governo Berlusconi. Perché la ’ndrangheta, fuori dalla Calabria, non ricicla soltanto i propri soldi o cura i propri affari, attività comune alle altre mafie, ma riproduce un modello criminale e un modello antropologico culturale: crea le ’ndrine, dà vita ai "locali", si dota del Crimine, e di una "cupola", regione per regione. E, ancora, "pezzi" di Calabria, comunità chiuse, riti religiosi. Cioè un modello di consenso e di controllo del territorio simile a quello della terra d’origine, che vuol dire controllo delle imprese, della pubblica amministrazione, della stessa politica e della stessa società. Questo è avvenuto in Lombardia, Liguria, Emilia, Piemonte, con la complicità di chi ha governato in queste regioni, Lega e Pdl innanzitutto che emerge come il partito più inquinato. Ormai decine di inchieste lo documentano. Insomma, politica, finanza e massoneria hanno dato a questa mafia una dimensione di potere parallelo, nazionale e globale. Sullo sfondo, candidature, voti, petrolio, gas, multinazionali farmaceutiche, traffico di oro... In mezzo, faccendieri, imprenditori, avvocati, politici, magistrati, agenti dei servizi. Una terra di nessuno nella quale il passato della Prima Repubblica è traghettato nella modernità del sistema liberista e berlusconiano".

Storia criminale e storia politica. E il futuro?

"In Calabria è quasi impossibile distinguere la storia criminale da quella delle classi dirigenti e della politica. A differenza della Sicilia dove forti sono stati i conflitti nei partiti, nella magistratura, nella società, nella chiesa, in Calabria tutto è palude. Si è persa ogni linea di confine, non c’è mai stata una rivolta della società civile, o degli imprenditori. Tutto è doppio. E anche l’informazione nazionale, compresa quella cosiddetta antimafia e d’inchiesta, continua a non voler vedere, capire. Per questo racconto storie piccole e grandi. Perché, proprio ora che tutti parlano della ’ndrangheta come potenza criminale globale, è necessario ritornare in Calabria, sconfiggerla e combatterla lì. Cambiando anche i calabresi, rompendo i loro silenzi e la loro omertà sociale. E quindi trasformando radicalmente la politica e le istituzioni che rappresentano l’altra faccia e la forza principale di cui godono i boss della ’ndrangheta per accumulare potere, consenso e ricchezza. Però, per fortuna, i santuari intoccabili stanno crollando e, anche se non è detto che ci si riesca, neanche è "scritto" che siamo destinati a perdere".

-  Francesco Forgione
-  Porto Franco
-  Dalai editore
-  pag.408, euro 18.

* la Repubblica, 08 giugno 2012


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