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FILOSOFIA. IL PENSIERO DELLA COSTITUZIONE E LA COSTITUZIONE DEL PENSIERO

MA DOVE SONO I FILOSOFI ITALIANI OGGI?! POCO CORAGGIOSI A SERVIRSI DELLA PROPRIA INTELLIGENZA E A PENSARE BENE "DIO", "IO" E "L’ITALIA", CHI PIÙ CHI MENO, TUTTI VIVONO DENTRO LA PIÙ GRANDE BOLLA SPECULATIVA DELLA STORIA FILOSOFICA E POLITICA ITALIANA, NEL REGNO DI "FORZA ITALIA"!!! Un’inchiesta e una mappa di Francesco Tomatis - a cura di Federico La Sala

Costituzione, art. 54 - Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge
lunedì 22 settembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far (...)

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> MA DOVE SONO I FILOSOFI ITALIANI OGGI?! --- Che fare? Ritrovare con coraggio lo spirito di verità. Ricominciare con umiltà e con buon senso. Diceva il Croce che è la più alta delle virtù (Corraso Stajano).

giovedì 2 gennaio 2014

Lo spirito di verità per combattere la crisi della politica

di Corrado Stajano (Corriere della Sera, 02.01.2014)

Che il nuovo anno sia un po’ più sereno di quello appena finito. È accaduto di tutto, nella politica e nella società, nel 2013. La distanza tra istituzioni e cittadini è diventata ancora più profonda, un burrone. Le promesse dei governanti, il più delle volte bugiarde, simili a quelle fatte dalle mamme ai bambini per farli star buoni, suscitano rigetto. E si ha purtroppo l’impressione che la classe dirigente non voglia rendersene del tutto conto.

La positività a ogni costo, la leggerezza, il divieto di drammatizzare sembrano le parole d’ordine d’obbligo per coprire quel che sta accadendo in Italia più che altrove. Esistono certamente anche qui da noi le energie positive della società minuta, uomini e donne che si prodigano per tirar su i figli con decoro, mettono in moto idee intelligenti, creano iniziative utili alla comunità. Ma queste non poche volontà di agire in modo onesto e nuovo sono isole prive degli indispensabili ponti, in difficoltà perché fuori dai cerchi magici di chi detiene il potere.

I partiti sono in crisi profonda. Nel Novecento hanno rappresentato, con la forma della loro organizzazione politica, la fabbrica del consenso e della legittimazione. Ora sembrano scatole vuote, quel che conta è l’immagine, il marketing, non la sostanza del fare. Le forme strutturali della politica sono cambiate, prevale il «finanzcapitalismo», espressione di Luciano Gallino, che ha sostituito la forza dell’obsoleto capitalismo industriale.

La crisi di sfiducia è generalizzata. Il Parlamento è delegittimato, un passacarte del governo che a sua volta è appeso alla maniglia dei decreti legge e dei voti di fiducia indispensabili per andare avanti.

Non sembra che questo passaggio nodale di una crisi non solo economico-finanziaria, ma politico-culturale sia preso in considerazione. La politica lo scarta come una mosca fastidiosa. Manca anche il sospetto e il timore che in questo scompiglio possa essere a rischio l’idea stessa di democrazia, il sistema politico più alto creato dall’uomo.

Il 2013 non è stato un anno rispettoso dei principi fondamentali dell’eguaglianza, della tolleranza, dell’agire in nome del bene comune così ipocritamente e cinicamente reclamizzato.

Le elezioni politiche del 23-24 febbraio dello scorso anno e quelle del presidente della Repubblica non sono stati di certo eventi memorabili. Con i 101 del Pd che vergognosamente non hanno votato Prodi dopo averlo applaudito come proprio candidato poche ore prima. Con Grillo, il riccioluto dittatore urlante dell’antipolitica, privo di una base elementare di idee, che non ha votato neppure lui Prodi dopo averlo inserito tra i suoi candidati. Con il Pd che non ha accettato Rodotà perché non «suo» - era stato proposto dal Movimento 5 Stelle - dimentico che il professore è stato presidente del Pds ed è una persona di alta moralità e cultura. Il buio. Tutti insieme, allora, al Quirinale come nel finale di un melodramma, a implorare il presidente di restare ancora in sella.

Il governo delle larghe intese, poi, un antico miraggio, non uno strumento di emergenza. Non è stato l’aggettivo «condiviso» il più accarezzato degli ultimi anni? Il governo Letta-Alfano avrebbe dovuto essere un governo a termine, come il governo Dini del 1995, e invece non nasconde l’intenzione di durare, di segnare il tempo e, privo com’è di principi elementari comuni, non legittimato quindi a mutare il sistema istituzionale, si propone di affrontare problemi centrali per la dignità di una democrazia. Non sembra che abbia avuto, dopo i mortiferi vent’anni berlusconiani, un soprassalto di fervore. Qualche macchia nera, piuttosto. Basta ricordare il caso Cancellieri e il caso del sequestro di Alma Shalabayeva e della sua bambina, ora fortunatamente risolto, un oltraggio alla sovranità nazionale. Non doveva essere la nuova legge elettorale il primo ed essenziale compito del governo per sostituire l’inverecondo Porcellum? Gli interessi dei gruppi politici e dei singoli parlamentari, impauriti per quel che sarà il loro futuro, sembrano impedirlo. E poi suscita amarezza che non si sia sentito il dovere di abrogare subito le leggi indecenti sull’emigrazione, nate dall’odio razzista: quei poveri migranti con la bocca cucita che hanno riempito di indignazione il mondo sembra purtroppo che siano stati guardati con la normalità dell’indifferenza.

La continuità con la seconda Repubblica e anche con la prima sembra assicurata. I comportamenti, tatticismi, machiavellismi spiccioli, litigi tra alleati e non, ultimatum, rimpasti obbligati, patti di coalizione, non sembrano per nulla finiti in soffitta.

Con una novità. Letta ha annunciato un mutamento epocale: la generazione dei quarantenni prende il potere. Largo ai giovani. Accade naturalmente e periodicamente nella storia del mondo, anche se non così strombazzato. Peccato che le prime mosse non siano state brillanti per i portaborse di ieri, tra il pasticcio del salva-Roma, la Tasi, la mini-Imu, gli affitti d’oro, la milleproroghe, la Finanziaria rimpolpata dagli emendamenti - è accaduto in ogni legislatura - come il vitello grasso. Ma ci pensa Renzi, il segretario del Pd, a rappresentare il nuovo che avanza. In bicicletta, senza mani, corre a presentare il libro di Vespa.

Che fare? Ritrovare con coraggio lo spirito di verità. Ricominciare con umiltà e con buon senso. Diceva il Croce che è la più alta delle virtù.


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