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In principio era il Logos. Memoria della Liberazione....

"PERICLE" ZAGREBELSKY RIFA’ IL SUO DISCORSO A PIACENZA, MA STENTA A PARLARE NELLA "LINGUA" DEI NOSTRI "PADRI" E DELLE NOSTRE "MADRI" COSTITUENTI. Conviene rileggere la Costituzione insieme al Corso di Linguistica Generale di Saussure, per orientarsi - a cura di Federico La Sala

Nell’assenza di argomenti idonei a « persuadere », la libertà deve prevalere. Questa è la massima della legge di Pericle
samedi 27 septembre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] Un punto deve essere tenuto fermo : la legge deve essere aperta a tutti gli apporti, compresi quelli basati su determinate assunzioni di verità. La verità può trovare posto nella democrazia e può esprimersi in « legislazione che persuade », perché la democrazia non è nichilista. [...]
POLITICA, FILOSOFIA, E MERAVIGLIA.
L’Italia come volontà e come rappresentazione di un solo Partito : "Forza Italia" !!!
Materiali per un convegno
"PUBBLICITA’ PROGRESSO" : L’ITALIA E LA FORZA DI UN (...)

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> "PERICLE" ZAGREBELSKY RIFA’ IL SUO DISCORSO A PIACENZA, MA STENTA A PARLARE NELLA "LINGUA" DEI NOSTRI "PADRI" E DELLE NOSTRE "MADRI" COSTITUENTI. ---- la democrazia aristocratica. La sfida (riuscita) di Pericle nell’Atene del V secolo a.C (di Luciano Canfora).

lundi 13 octobre 2008


-  Il potere
-  Modelli

-  Strategie politiche e rapporti di collaborazione tra categorie sociali nell’antichità : un sistema solo in apparenza contraddittorio

-  Quando i ricchi guidano il popolo : nasce la democrazia aristocratica
-  La sfida (riuscita) di Pericle nell’Atene del V secolo a.C.

-  di Luciano Canfora (Corriere della sera, 11.10.2008)

In Atene, l’estensione della cittadinanza ai non possidenti ha determinato una importante dinamica ai vertici del sistema. I gruppi dirigenti - questo non va mai dimenticato - sono e restano esponenti delle classi alte, delle due più ricche classi di censo. Sia gli strateghi che, ovviamente, gli ipparchi (cioè i magistrati militari, coloro che detengono il vero potere politico nella città), nonché gli ellenotami (i quali amministrano il tesoro della lega e controllano le finanza), provengono da quelle classi. A sorte sono eletti i « buleuti », i componenti del Consiglio (composto di 500 persone, 50 per ciascuna delle dieci tribù create da Clistene). A sorte : e dunque in modo da consentire a qualunque cittadino di entrare a far parte del consesso, e, secondo il turno, di occupare sia pure per breve tempo il ruolo equivalente alla « presidenza » della Repubblica. Anche le liste annue di circa seimila cittadini da cui trarre i giudici che avrebbero composto le varie corti erano liste composte di volontari, senza preclusioni di ceto. E tutti sanno quale importante ruolo svolgessero i tribunali nello scontro sociale quotidianamente in atto e avente come oggetto, quasi sempre, l’uso della ricchezza.

Nondimeno la prevalenza dei ceti più forti e più ricchi nella direzione politica della città era indiscutibile. In non piccola parte, i ricchi, i « signori » hanno accettato il sistema lealmente e hanno accettato di dirigerlo, o per meglio dire ne hanno naturaliter assunto la direzione. Pericle, Alcibiade, Nicia, Cleone, per fare solo i nomi più celebri, sono o ricchi o nobili, o le due cose insieme. Quale che sia il valore della furiosa caricatura di Cleone ossessivamente sbandierata da Aristofane, anche Cleone è della classe dei cavalieri, una delle due più alte classi di censo.

Guidavano o erano guidati ? Gli stessi autori contemporanei su ciò si dividono. L’autore della Costituzione degli Ateniesi dichiara senza sfumature che i non popolani che accettano il sistema democratico sono essi stessi delle canaglie, dei criminali che hanno qualcosa da nascondere ( II, 20) : « Ma io al popolo la democrazia gliela perdono ! È comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Ma chi pur non essendo di origine popolare accetta di fare politica in una città governata dal popolo piuttosto che in una retta dagli oligarchi, costui è pronto ad ogni mala azione e sa bene che gli sarà più facile occultare la sua natura canagliesca in una città democratica, anziché in una oligarchica ».

Da queste battute si capisce qual è la sua scelta : di totale contrapposizione. Ma egli sente di appartenere ad una minoranza. Se si considera del resto un personaggio gigantesco ed emblematico come Pericle, è istruttivo osservare che per Tucidide egli è l’anti-demagogo per eccellenza, colui che guida e non si fa guidare, colui che sa andare contro corrente in contrasto con gli impulsi, o istinti, popolari (II, 65), laddove per Platone (Gorgia) Pericle è l’incarnazione stessa della demagogia, uno dei grandi « corruttori » del popolo, da lui assecondato e appunto perciò corrotto. Per Tucidide, Pericle è talmente anti-demagogico nella conduzione della cosa pubblica da essere definibile col termine di « principe » e - quel che è più - da rendere legittimo affermare che sotto il suo governo solo nominalmente c’era ad Atene « democrazia ». Peraltro quando gli dà la parola nell’importante discorso per i morti nel primo anno di guerra, Tucidide fa dire a Pericle che ad Atene governa « la legge », mentre Senofonte - un altro socratico - nei Memorabili gli fa dire che in democrazia è in ultima analisi la volontà del popolo che conta, anche al di sopra della legge. E comunque la forza della demagogia era reputata dallo stesso Tucidide tale da indurlo ad un giudizio molto bilanciato intorno al rapporto tra Pericle e la massa dei frequentatori dell’assemblea : « Non era guidato da loro più di quanto egli stesso non li guidasse ». In queste parole, dette a proposito di colui che Tucidide non esita poco dopo a definire « principe » della città, vi è un serio riconoscimento dell’inevitabilità comunque di « essere condotto » (àgesthai) quando si fa politica alle prese con la « massa popolare » (plethos).

Arduo è dunque riuscire a dare un’idea corretta dell’intreccio di interessi, compromessi, reciproche concessioni, tra « signori » (leaders, grandi famiglie) e « popolo » nel quadro della democrazia ateniese. Non si trascurerà il fattore personale e soggettivo. L’autorità, l’abilità, il prestigio di Pericle non erano disgiunti dall’uso disinvolto e « demagogico » (secondo i suoi avversari) delle risorse economiche della città. Comunque non è errato assumere come fondato il punto di vista tucidideo e vedere in Pericle il leader capace di egemonia e perciò anche pronto all’impopolarità. Peraltro l’unico vero discorso politico che Tucidide fa pronunciare a Cleone è, anch’esso, un discorso che non arretra dinanzi ai toni impopolari. Si dovrebbe dunque dire, a giudicare da quel discorso, che anche Cleone « guidava più che essere guidato » : al punto che Demostene, nel secolo seguente, fa propri quei toni quando vuol assumere le vesti « periclee » dell’impopolare « educatore del popolo ». Forse non si riuscirà mai a scavare fino in fondo nell’intreccio capi/popolo, leader/ masse : una « circolarità » in cui risiede l’essenza stessa del far politica. Quel che è qui importante rilevare è che la democrazia non determina ad Atene un « governo popolare », ma una guida del « regime popolare » da parte di quella non piccola porzione dei « ricchi » e dei « signori » che accettano il sistema.

Orbene il fenomeno dinamico e lacerante innescato dalla democrazia (dalla estensione della cittadinanza ai non possidenti) è questo : di fronte al fatto nuovo del potere dei non possidenti, i gruppi dirigenti, coloro che per elevata collocazione sociale sono anche i detentori dell’educazione politica e perciò possiedono l’arte della parola (e in virtù di queste capacità naturalmente si candidano a dirigere la città) si dividono. Una parte - si direbbe la più rilevante, ma non abbiamo strumenti di controllo « quantitativo » - accetta di dirigere il sistema di cui i non possidenti sono ormai forza prevalente. Da questa consistente parte dei ceti alti (grandi famiglie, ricchi cavalieri eccetera) vien fuori il ceto politico che dirige la città : da Clistene a Cleone. Al loro interno si sviluppa una dialettica politica spesso fondata sullo scontro personale, di prestigio, di potere, di leadership.

Ciascuno è sorretto e guidato dal convincimento di incarnare gli interessi generali ; l’idea che la propria prevalenza sulla scena politica sia anche il miglior veicolo per la miglior conduzione della comunità. Lottano gli uni contro gli altri per conquistare la guida politico- militare della città. Nessuno di loro è contro il « sistema » : sono dunque « democratici » (nel senso che, appunto, accettano il sistema, stanno al gioco e puntano a dirigerlo) tanto Pericle quanto Cimone, Nicia e Cleone, e Alcibiade.

Al contrario una minoranza di « signori » non accetta il sistema. Organizzati in formazioni più o meno segrete (« eterìe »), essi costituiscono una perenne minaccia potenziale per il « sistema », del quale spiano le possibili incrinature, soprattutto nei momenti di difficoltà militare. Sono i cosiddetti « oligarchi ».


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