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In principio era il Logos. Memoria della Liberazione....

"PERICLE" ZAGREBELSKY RIFA’ IL SUO DISCORSO A PIACENZA, MA STENTA A PARLARE NELLA "LINGUA" DEI NOSTRI "PADRI" E DELLE NOSTRE "MADRI" COSTITUENTI. Conviene rileggere la Costituzione insieme al Corso di Linguistica Generale di Saussure, per orientarsi - a cura di Federico La Sala

Nell’assenza di argomenti idonei a « persuadere », la libertà deve prevalere. Questa è la massima della legge di Pericle
samedi 27 septembre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] Un punto deve essere tenuto fermo : la legge deve essere aperta a tutti gli apporti, compresi quelli basati su determinate assunzioni di verità. La verità può trovare posto nella democrazia e può esprimersi in « legislazione che persuade », perché la democrazia non è nichilista. [...]
POLITICA, FILOSOFIA, E MERAVIGLIA.
L’Italia come volontà e come rappresentazione di un solo Partito : "Forza Italia" !!!
Materiali per un convegno
"PUBBLICITA’ PROGRESSO" : L’ITALIA E LA FORZA DI UN (...)

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> "PERICLE" ZAGREBELSKY RIFA’ IL SUO DISCORSO ---- "Il mondo di Atene". Il vizio d’origine della democrazia (di Silvia Ronchey

mardi 17 janvier 2012


-  NEL PERICLE DI TUCIDIDE Una critica dissimulata della retorica democratica e della violenza imperiale
-  LA CONDANNA DI SOCRATE Calpestate le forme alte di arte e cultura eliminando gli uomini che le incarnano

-  Atene, il vizio d’origine della democrazia

-  Corruzione, cattivo governo, repressione del dissenso : nel suo nuovo libro Canfora smonta il mito del sistema politico-sociale inventato 2500 anni fa

-  L’orazione funebre di Pericle per i caduti nel primo anno della guerra del Peloponneso, che impegnò Atene e Sparta per quasi trent’anni, dal 431 al 404 a.C (dipinto di Philipp von Foltz).
-  « Il nostro sistema politico », disse in quella occasione il leader della democrazia ateniese, secondo quanto riporta Tucidide, « non si propone di imitare le leggi di altri popoli : noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. Si chiama democrazia, poiché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza ».
-  « La chiamano democrazia ma in realtà è un’aristocrazia con l’appoggio delle masse », ribatteva l’antidemocratico Platone nella parodia di quell’epitafio affidata nel Menesseno alla voce di Aspasia

di Silvia Ronchey (La Stampa, 19.12.2011)

Che cos’è la democrazia ? Noi occidentali viviamo convinti che sia « la peggiore forma di governo, a eccezione di tutte le altre sperimentate », secondo il detto reso famoso da Churchill. Al punto che ci adoperiamo spesso per « esportarla », dando per scontato che quel « potere di tutto il popolo » che la parola etimologicamente indica non sia un mito, un equivoco, una costruzione retorica o propagandistica diversamente declinata a seconda delle epoche, ma esista come realtà e come tale si applichi. Anzitutto nel mondo greco in cui nacque e nella politica di una polis di 2500 anni fa : Atene.

Eppure già Tucidide definiva il lungo governo di Pericle « democrazia solo a parole, ma di fatto una forma di principato ». Che cos’era dunque la democrazia per i suoi antichi inventori ? Le frasi in cui Tucidide parafrasa e in parte ricrea il cosiddetto epitafio di Pericle tradiscono in realtà una cupa ironia e una neppure troppo recondita critica della retorica democratica e di quella « violenza imperiale esercitata dagli ateniesi ovunque nella terra » attraverso la demagogia, che certo il primo accurato diagnosta delle convulsioni della politica non avrebbe mai menzionato come lode. Ma a lungo sono state prese alla lettera da chi non ha saputo riconoscervi quel fondersi di critica del potere e simulato encomio che dall’antichità a Bisanzio, fino a Stalin, intesse i discorsi dell’intelligencjia.

È a questo primo chiarimento che Luciano Canfora affida l’esordio del risolutivo Il mondo di Atene (Laterza, pp. 518, 22), vera summa di tutto ciò che si dovrebbe sapere sulla cosiddetta democrazia ateniese ; e dunque sulla democrazia tout court nel suo scenario primo. Un micidiale dossier che documenta con sistematica chiarezza le tesi di Canfora, già autore, sul tema, di rigorose analisi talvolta mascherate da pamphlet.

« La chiamano democrazia ma in realtà è un’aristocrazia con l’appoggio delle masse », chiariva l’antidemocratico Platone nella feroce parodia dell’epitafio di Pericle affidata nel Menesseno alle labbra di Aspasia. Ma è nel breve dialogo Sul sistema politico ateniese, tradizionalmente attribuito a Senofonte, in realtà opera di Crizia, che Canfora indica « il vero e proprio antiepitafio » di Pericle, dove tutti i punti toccati dal tradizionale elogio « vengono capovolti e presentati nella cruda luce della sopraffazione quotidiana di cui si sostanzia il sistema politicosociale ateniese » per mostrare che la democrazia di Atene « è in realtà violenza di classe, cattivo governo, regno della corruzione e della sopraffazione anzitutto in tribunale, regno dello spreco e del parassitismo », e che calpesta le forme alte di cultura e d’arte « con l’eliminazione stessa degli uomini che le incarnano ».

È questo il punto in cui anche le più devote espressioni di fede dei moderni nella democrazia, basate sull’esperimento ateniese, si incagliano. Quasi per una nemesi prometeica, « Atene », scriveva Moses Finley in La democrazia degli antichi e dei moderni, « pagò un prezzo terribile : la maggiore democrazia greca diventò soprattutto famosa per avere condannato a morte Socrate ». E suquesto punto - la repressione del dissenso - si arena, simmetricamente, anche la scuola opposta, quella che esaltala moderna democrazia proprio in virtù della sua distinzione rispetto all’antica. Benjamin Constant, fondatore all’inizio dell’Ottocento di questa dottrina, nel discorso Sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni sottolineava che l’antica idea di libertà era limitativa in primo luogo del diritto alla fruizione della ricchezza ; ma al tempo stesso riconosceva che l’egemonia della « repubblica commerciale » ateniese (Montesquieu) nasceva proprio dalla circolazione della ricchezza. Nell’ammettere dunque che « tra tutti gli Stati antichi Atene è quello che riuscì più simile ai moderni », tanto meno rassicurante gli appariva che la più « moderna » delle democrazie antiche fosse la città dell’ostracismo, della censura, del suicidio coatto di Socrate.

È il primo dei nodi cruciali del trattato di Canfora : la polarità istituita da Constant (e sulla sua scia dai politologi moderni) tra una « libertà oppressiva » (la democrazia antica) e la « libertà libera » dei moderni, « si sfascia quando si tratta di Atene. È lì che il teorema si inceppa perché Atene è le due cose insieme ». È libertà oppressiva : schiavista, tra l’altro, come già sottolineato da Tocqueville e come ribadito a oltranza dalla storiografia marxista. Ed è insieme libertà « libera » nel senso moderno : basata sul diritto alla fruizione della ricchezza e perciò esposta a tutto ciò che ne consegue, tra cui l’inevitabile deriva imperialista (fondamento del benessere sociale anche nella lettura socialista di Arthur Rosenberg) e il suo sfociare in oligarchia finanziaria, se non in dittatura finanziaria.

È molto più vasta la ricognizione del mito della « democrazia » ateniese che Canfora conduce attraverso le sue metamorfosi, attualizzazioni, consapevoli e inconsapevoli strumentalizzazioni nelle diverse fasi del dibattito storico e filosofico moderno e contemporaneo, per poi rispalancare al lettore, vaccinato dalla credulità, l’accesso pieno all’antichità, ai suoi conflitti palesi o segreti. Per far rivivere, sul palcoscenico dell’antico dramma ateniese, quella remota « scena primaria » che l’ambigua parola democrazia insieme sigilla e preclude. Per rintracciare la vera origine del distorto mito della democrazia ateniese nella politica non più della Grecia ma di Roma : nell’esigenza romana di screditare il grande e comune avversario macedone. L’integrazione tra Oriente e Occidente e le altre epocali innovazioni dell’impero di Alessandro, intuite da Cesare e Antonio, sarebbero continuate in Bisanzio. Rinnegate dalla reazione augustea, la loro eclissi avrebbe lasciato al medio e poi al moderno evo europeo una livida eredità di guerre barbariche, nazionalismi e conflitti etnici, non ancora estinta.


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