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Per la critica dell’economia politica....

ECONOMIA. A PAUL KRUGMAN, UN PREMIO NOBEL CONTRO IL DISASTRO - CUM GRANO SALIS. Una nota di Fabrizio Tonello e una di Furio Colombo - a cura di Federico La Sala

mardi 14 octobre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] Tra gli studiosi progressisti, come John Kenneth Galbraith, Krugman è sempre stato considerato più un economista « alla moda » che non un teorico originale. La sua biografia professionale è rispettabile ma non eterodossa : nelle ultime settimane, per esempio, le sue ricette per uscire dalla crisi sono state molto British (è stato il primo a sostenere che la ricetta giusta era quella di interventi simili a quelli dei governi europei, come la Svezia negli anni Novanta e la Gran Bretagna in (...)

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> ECONOMIA. A PAUL KRUGMAN, UN PREMIO NOBEL CONTRO IL DISASTRO - CUM GRANO SALIS. --- Krugman nobel giornalista (di Alberto Bisin).

jeudi 16 octobre 2008

Krugman nobel giornalista

di ALBERTO BISIN (La Stampa, 16/10/2008)

Paul Krugman ha vinto il Nobel per l’economia. I fisici, i chimici, gli scienziati non amano che si chiami quello per l’economia « premio Nobel ». Per rimarcare la differenza tra l’economia e le scienze preferiscono lo si chiami per esteso : « premio della Banca di Svezia alle scienze economiche in onore di Alfred Nobel ». Molti infatti conoscono Krugman per i libri divulgativi e gli editoriali sul New York Times e si conforteranno nell’opinione che il passo tra un economista e un giornalista economico sia assai breve. In realtà Krugman, prima di passare al giornalismo, è stato per anni alla frontiera della ricerca economica. È noto per l’intelligenza condita da una certa dose di arroganza e per la semplicità e l’eleganza dei suoi modelli matematici. Ha contribuito in modo determinante a vari filoni di ricerca economica. Ciononostante anch’io faccio fatica a non vedere, nel Nobel di quest’anno, una componente dovuta al successo dell’attività pubblicistica di Krugman. Proverò a spiegarmi.

La motivazione ufficiale del Nobel indica la sua analisi teorica delle determinanti dei « flussi del commercio internazionale » e le sue ricerche sulla « localizzazione dell’attività economica », cioè ad esempio sulle determinanti delle concentrazioni urbane. I contributi di Krugman allo studio del commercio internazionale hanno dato origine a quella che gli economisti chiamano « nuova teoria del commercio internazionale » (new trade theory), un insieme di modelli che spiegano gli scambi internazionali in parte attraverso un nuovo fattore : le economie di scala, cioè costi unitari decrescenti al crescere della quantità prodotta. Questa « nuova teoria » permette di meglio comprendere il commercio tra imprese dello stesso settore industriale (ad esempio, magliette di cotone per vestiti di sartoria) e il commercio di prodotti intermedi (come componenti per macchine industriali). Per quanto le ricerche empiriche più recenti non sembrino supportare l’importanza delle economie di scala nella spiegazione dei flussi degli scambi, i modelli utilizzati e sviluppati dalla « nuova teoria » hanno trovato applicazione in altre aree dell’analisi economica. Krugman stesso ha utilizzato questi modelli per studiare la localizzazione dell’attività produttiva tra città e all’interno delle città. Elhanan Helpman, che con Krugman è uno dei fondatori della « nuova teoria del commercio internazionale », li ha invece applicati allo studio della teoria della crescita.

Il giudizio degli accademici sulla « nuova teoria del commercio internazionale » naturalmente varia. Pochi dubitano però che meriti il Nobel, almeno per il notevole impatto sulla ricerca successiva. Nessun bisogno di fare ricorso all’enorme successo dei libri divulgativi di Krugman o dei suoi editoriali. La questione piuttosto è : perché a Krugman da solo ? Negli ultimi anni il Nobel per l’economia è stato attribuito a più persone, unendo contributi diversi e distanti anche temporalmente (l’anno scorso sono stati premiati Leonid Hurwicz per i contributi a partire dagli Anni 60, ed Eric Maskin e Roger Myerson per ricerche molto più recenti). In particolare, il contributo di Helpman alla « nuova teoria del commercio internazionale » è paragonabile a quello di Krugman (e il libro che sistematizza la teoria, a cui è dovuto molto del suo successo, è scritto da entrambi). Infine, la sua applicazione alla teoria della crescita di Helpman è probabilmente di rilevanza e impatto maggiore di quella di Krugman alla geografia economica.

Ed è qui che intervengono, a mio parere, la fama planetaria di Krugman come divulgatore e opinionista, la sua posizione di critico duro dell’amministrazione repubblicana, il suo successo nel prevedere il crollo dei valori immobiliari che ha causato in parte la crisi finanziaria di questi giorni, nello spiegare l’attribuzione del Nobel di quest’anno. Senza di questo è difficile comprendere l’esclusione di Helpman (e forse anche di Avinash Dixit, senza i cui modelli di concorrenza monopolistica la « nuova teoria » non esisterebbe). Gli accademici tendono a non apprezzare chi « lascia » la professione per qualcosa di più lucrativo in termini di danaro o fama. Si può chiamare invidia o intregrità, a seconda dei punti di vista. Il giudizio di molti economisti su Paul Krugman certamente risente di questo. A me spiace per Helpman e per quello che gli scienziati veri diranno, ancora a più gran voce, di noi economisti. Lascerei volentieri al premio Nobel per la pace il monopolio delle scelte motivate dall’attualità e dalla politica.


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