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CIELO PURO E LIBERO MARE....

ETICA DELL’ATEISMO ?! AL DI LA’ DEI FONDAMENTALISMI LAICI E RELIGIOSI : UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA - di Federico La Sala

dimanche 2 novembre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] L’"io voglio che Dio esista" di Kant - non dimentichiamolo - è da coniugare con la negazione della validità della “prova ontologica” e non ha nulla a che fare con tutti gli idealismi platonici o cartesiani ed hegeliani e marxisti, e porta alla conciliazione dell’"uno" con l’altro "uno" e di "Dio" con il mondo.
Ma, a questo punto, con Kant come con Dante (Gioacchino da Fiore e Marx e Nietzsche e Freud ed Enzo Paci), siamo al di là di Hegel e dell’imperialismo logico-romano (...)

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>AL DI LA’ DEI FONDAMENTALISMI LAICI E RELIGIOSI ---- Aut la democrazia aut la teocrazia o il Führerprinzip : non è questione di conoscenza, ma di lotta. Questa responsabilità abissale ci terrorizza, ma è ineludibile (di Paolo Flores d’Arcais - Siamo realisti, riconosciamo che l’etica è soggettiva).

mardi 11 décembre 2012

Siamo realisti, riconosciamo che l’etica è soggettiva

-  Nel dibattito sul “New realism” interviene Flores d’Arcais : Putnam ha torto, la divisione tra giudizi di fatto e di valore è invalicabile
-  Non ci sono valori veri (o falsi) ma solo valori creati. Siamo noi i signori del bene e del male

di Paolo Flores d’Arcais (La Stampa, 11.12.2012)

Se il New realism si limitasse a rivendicare semplicemente - contro la tesi ermeneutica che « non ci sono fatti, solo interpretazioni » - l’esistenza « là fuori » di una realtà che prescinde da noi, saremmo alla banalità, al« pensiero debole » sostituito dal « pensiero futile ». Che ci saranno lombrichi e galassie, anche quando non ci saremo noi, lo ammette per primo Vattimo, immagino. Ma il New realism, ci dice Putnam, afferma molto di più, non riguarda solo la verità (meglio : l’accertabilità) degli asserti scientifici, bensì il rifiuto di riconoscere una divisione di principio tra giudizi di fatto (scienza) e giudizi di valore (etica). Perché entrambi riscontrabili nella realtà. E invece no. Il New realism di Putnam ha torto (ma il New realism di Eco o di Ferraris è già differente), quel confine è intransitabile.

In primo luogo è semplicemente falsa l’affermazione di Putnam secondo cui « la scienza presuppone sempre valori epistemici come la coerenza o la semplicità ». Quei valori possono influenzare, motivare o addirittura guidare il ricercatore nello « scremare » fra le ipotesi, ma alla fine contano solo gli esperimenti cruciali, che corroboreranno come scientifica una teoria anche se meno elegante delle ipotesi concorrenti(il bosone di Higgs, per dire, è sommamente inelegante e complicato).

In secondo luogo « valori epistemici » e « valori morali » non hanno nulla in comune, poiché è l’aggettivo a fare la differenza essenziale. E la questione fondamentale è proprio se i valori morali abbiano una realtà oggettiva come i fatti empiricamente accertabili, o siano invece creati dai diversi gruppi umani (e infine dai singoli individui) e dunque ineludibilmente relativi a ciascuno di essi.

Per il New realism di Putnam sono legati all’oggettività, sostenere il contrario è un errore (p. 37 di Fatto/valore, fine di una dicotomia, ed. Fazi). Quando usiamo aggettivi come crudele e malvagio o sostantivi come crimine intrecciamo inestricabilmente scopi normativi e accertamento descrittivo (p. 40). Dire perciò che « il signor X è crudele » sarebbe riscontrabile nel fatto stesso del suo comportamento. La cui valutazione sarebbe « intersoggettivamente cogente » (se la parola « oggettivo » disturba i puristi) quanto l’affermazione « la composizione chimica dell’acqua è H2O » (più « impurità residue », altrimenti qualche sofista obietta).

Ma, purtroppo per Putnam, mentre questa seconda affermazione è vera (intersoggettivamente accertabile in modo cogente), la prima è strutturalmente soggettiva, relativa ai valori morali (che possono essere agli antipodi) di chi la pronuncia. Diamo un nome al « signor X » : l’indimenticabile top model Verusckha racconta come a scuola (siamo già nel dopoguerra) venisse isolata e ingiuriata sottovoce come figlia del traditore, poiché suo padre, il conte Henrich von Lehndorff, aveva preso parte al fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944. Quell’attentato, che per Putnam e per me è stato « eroico », è invece « crimine »per due o tre generazioni di tedeschi (che probabilmente leggono Goethe e ascoltano Beethoven), milioni dei quali approvavano i Lager per i « malvagi » ebrei, zingari e comunisti.

Insomma, da un insieme di fatti accertabili non si potrà mai dedurre un giudizio di valore univoco, poiché i valori fondamentali che guidano i nostri giudizi morali non sono dati in natura, non sono conoscibili come i fatti, e meno che mai sono scolpiti eguali e indelebili in tutti i cuoriumani. Della specie Homo sapiens fanno parte allo stesso titolo (ahimè) tanto Francesco d’Assisi quanto Adolf Hitler, tanto la « volontà di eguaglianza » quanto la « volontà di potenza », tanto i fautori della democrazia quanto quelli della teocrazia o del Führerprinzip.

Perciò non esistono valori veri (o falsi), ma solo valori creati. Di cui ciascuno di noi è esistenzialmente responsabile, proprio perché la nostra responsabilità non si limita (come vorrebbe Ratzinger e ogni altro cognitivista etico, religioso o meno che sia) a riconoscere valori « oggettivamente » dati (dove ?) : siamo i creatori e signori « del bene e del male » secondo scelte incompatibili ( aut la democrazia aut la teocrazia o il Führerprinzip : non è questione di conoscenza, ma di lotta). Questa responsabilità abissale ci terrorizza, ma è ineludibile.


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