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CIELO PURO E LIBERO MARE....

ETICA DELL’ATEISMO ?! AL DI LA’ DEI FONDAMENTALISMI LAICI E RELIGIOSI : UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA - di Federico La Sala

dimanche 2 novembre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] L’"io voglio che Dio esista" di Kant - non dimentichiamolo - è da coniugare con la negazione della validità della “prova ontologica” e non ha nulla a che fare con tutti gli idealismi platonici o cartesiani ed hegeliani e marxisti, e porta alla conciliazione dell’"uno" con l’altro "uno" e di "Dio" con il mondo.
Ma, a questo punto, con Kant come con Dante (Gioacchino da Fiore e Marx e Nietzsche e Freud ed Enzo Paci), siamo al di là di Hegel e dell’imperialismo logico-romano (...)

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> ETICA DELL’ATEISMO ?! AL DI LA’ DEI FONDAMENTALISMI LAICI E RELIGIOSI --- "Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo" . Una pagina dal libro di Giulio Giorello e una nota di Armando Torno ("il cardinale e il filosofo).

mercredi 15 septembre 2010

Il cardinale e il filosofo

di Armando Torno (Corriere della Sera, 15.09.2010)

Il cardinale e il filosofo. Carlo Maria Martini e Giulio Giorello. Dialogo sulla fede. Giorello non cerca di demolire con ogni mezzo l’idea di Dio, ma si ricorda come essa sia viva nell’uomo da quando è apparso sulla terra. Non fa dell’ateismo facile. Lo scopo, dice, è « liberare Dio da quelli che ne parlano troppo, anche a vanvera ». Il cardinal Martini definisce le argomentazioni di Giorello utili a capire la mentalità dei non credenti.

Domani uscirà il saggio di Giulio Giorello, epistemologo ed erede di Ludovico Geymonat all’Università di Milano, Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo. Noto per le sue tendenze laiche e, tra l’altro, per aver partecipato alla Cattedra dei non credenti istituita a suo tempo dal cardinale Carlo Maria Martini, non ha scritto un libro - se ne contano dozzine - che cerca di demolire con ogni mezzo l’idea di Dio, ma si ricorda come essa sia viva nell’uomo da quando è apparso sulla terra.

Non fa dell’ateismo basso o volgare, di quel genere che crede di liberarsi dal problema con formule o battute, cerca piuttosto - di autore in autore - una via. Nelle sue pagine vi sono figure di atei convinti quali Sade o Feuerbach, non disdegna però di mettere in gioco le proprie convinzioni con Pascal o Kierkegaard. Il filosofo a cui guarda con più simpatia è Spinoza, che non si può certo definire ateo. Questo lo pensavano Bayle - che comunque credeva alla possibilità di una società di atei diversamente da un Voltaire che riteneva necessario il vincolo religioso - e pochi altri.

L’ateismo di Giorello si basa su una scelta di vita : egli rappresenta l’uomo che non sopporta alcuna autorità sopra di sé. Accetta Dio come amico, non come padrone. Il suo è ateismo pratico. Non nasce da deduzioni epistemologiche ma da quelle - il termine è inattuale, in tal caso però vale la pena spenderlo - esistenziali. Nel quarto capitolo lo chiama « ateismo metodologico », perché prova una forte indifferenza verso ogni assoluto (in tal caso riprende uno spunto di Jean Petitot).

Si direbbe anzi che il fine a cui tende quest’opera non sia quello di liberarci da Dio, ma di liberare Dio da quelli che parlano troppo sovente a vanvera nel suo nome e, in tale veste, fanno la loro parte per dar forza agli argomenti dell’ateismo volgare. Inoltre vengono denunciate tutte le « chiacchiere » sulla religione civile, ultimo esercizio da salotto televisivo.

È altresì vero che Giorello prova una discreta dose di nervosismo anche nel sentir nominare la religione della libertà (con il dovuto rispetto a Croce). Insomma, il libro è rivolto a un mondo senza imposizioni. In esso l’ateo può essere compagno di strada del credente e diventa un fatto naturale chiedersi come si possa vivere, agire, lottare, morire quando si conta solo su se stessi. È la sfida per un nuovo Illuminismo, nel quale si avverte il bisogno d’amore a cui un tempo si dava il nome di Dio. Da « ateo protestante » (così si è dichiarato l’autore), Giorello non cerca di dimostrare l’assenza dell’Essere Assoluto, ma di definire l’orizzonte di un’esistenza senza di esso, rifiutando rassegnazioni e reverenze, ritrovando i piaceri della sperimentazione nella scienza e nell’arte, riscoprendo infine la libertà, soprattutto quando essa appare eccessiva alle burocrazie di qualsiasi « chiesa ».

Morale : Giorello spinge il lettore verso un ateismo non dogmatico, utilizzabile anche da un credente stanco dei vari fondamentalismi, gli stessi che alla Grazia del Signore hanno sostituito la repressione e l’intolleranza. Una sua battuta ? « Non credo molto a slogan tipo Comunione e liberazione ; se proprio devo sceglierne uno, preferisco Libertà e individualismo ».


La sfida ai tiranni e il bisogno di amore : il nuovo Illuminismo

di Giulio Giorello (Corriere della Sera, 15.09.2010)

Il volume di Giulio Giorello Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo di cui anticipiamo un brano è edito da Longanesi (pp. 232, € 15)

La più significativa differenza tra la libertà dell’ateo e il fondamento nella « carità » : soffrirà di « una crisi di leadership » (come ha detto Hans Küng), ma occorre riconoscere che Joseph Ratzinger l’ha colta con chiarezza (diversamente da vari pensatori più o meno « cattolici ») : l’unica garanzia di libertà, ci dice, è « la fedeltà alla verità » (Caritas in veritate), e la libertà non può che essere « al servizio della verità ». Sicché, nel mettere in guardia contro la sopravvalutazione dello sviluppo tecnologico (« come elemento di libertà assoluta »), Benedetto XVI conclude che « a partire dal fascino tecnico esercitato sull’essere umano, si deve recuperare il senso vero della libertà, che non consiste nell’ebbrezza di una totale autonomia, ma nella risposta all’appello dell’essere ». E se preferissimo restare « ebbri » ? Siamo stanchi dei vari Pastori dell’Essere (con la maiuscola o meno).

L’autonomia è la condizione che conquistiamo per noi stessi nella fatica quotidiana - dalle scelte esistenziali alla ricerca scientifica (in tal senso oggi l’autonomia non è però « assoluta » ; potrà sempre venir ampliata e rafforzata domani) : per questo l’ateismo può rendere un buon servizio perfino a Dio, impedendo che venga ridotto a un oppressore (...). Per il fatto di essere prive di giustificazione teologica saranno meno significative le nostre azioni, nelle nostre singole esistenze come nella vita associata, specie se intese alla cooperazione di individui liberi con altri individui liberi ? Si potrà obiettare che non sapremo mai se queste nostre azioni sono « buone » ! Lo concediamo, non lo sapremo mai con certezza, e le nostre valutazioni non saranno che fallibili congetture, rivedibili e migliorabili.

Tuttavia, « il problema di come vivere, agire, lottare, morire quando non ci si può affidare che a congetture » (per dirla con Imre Lakatos) costituirà - questo sì !
-  la sfida per un nuovo Illuminismo, inteso non solo come uno strumento di difesa dalle forme di dispotismo con cui saremo chiamati a confrontarci ma come un buon compagno di strada anche per quelli che ancora avvertono il bisogno di amore che in passato è stato chiamato Dio. Un fine « reazionario » quale Joseph de Maistre avrebbe bollato l’intera faccenda come la beffa ispirata da un « orgoglio feroce e ribelle ». Le sue « serate » in quel di Pietroburgo, dopo il caldo estivo del pomeriggio, abitualmente si concludevano con la ritirata degli amabili conversatori nelle loro stanze, mentre cominciava a spirare il vento freddo della sera. Chissà se i suoi personaggi, ovvero il Cavaliere, il Conte e il Senatore, dormivano sonni tranquilli, non visitati dallo spettro dell’ateismo che a loro parere portava seco il germe dell’anarchia ? Tutti i fondamentalisti - religiosi o politici che siano - nutrono la convinzione di potere esorcizzare quel fantasma. Ma non si accorgono (parola di Hegel) che « quanto più solido è l’edificio eretto dalla loro religione, tanto più impetuosa è la pressione della vita, per fuggire via verso la libertà ».


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