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La Sala

L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO: "AMORE E’ PIU’ FORTE DI MORTE" (Cantico dei cantici: 8.6). Un omaggio a William Shakespeare* e a Giovanni Garbini** - progetto e selezione a cura del prof. Federico La Sala

lunedì 6 febbraio 2006 di Emiliano Morrone
SHAKESPEARE, SONETTO 116
Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove:
O, no! it is an ever-fixed mark,
That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth’s unknown, although his height be taken.
Love’s not Time’s fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle’s compass come;
Love alters not with his brief hours and (...)

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> L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO --- «Thinking with Shakespeare». «Memoria di Shakespeare ». La rivista di studi shakesperiani, in rete (di Ugo Rubei)

martedì 15 aprile 2014

Una «Memoria» telematica

La prestigiosa rivista di studi shakesperiani va in rete

Fondata da Agostino Lombardo nel 2000 approda ora nel web in lingua inglese e continuerà a scavare nell’opera del Bardo

di Ugo Rubei (l’Unità, 15.04.2014)

TRA LE TANTE COSE CHE TUTTI GLI ANGLISTI ITALIANI HANNO SEMPRE INVIDIATO AD AGOSTINO LOMBARDO CE N’È UNA - UN PO’ PARTICOLARE E DI DIFFICILE IDENTIFICAZIONE - CHE È STATA LA SUA GRANDE CAPACITÀ DI DAR VITA A UNA SCUOLA: una scuola che ha contato e che ancora conta una quantità di anglisti e di americanisti sparsi un po’ dovunque, in Italia, come in varie altre parti del mondo.

Ciò che hanno fatto e continuano a fare quei suoi non più giovanissimi allievi è insegnare letteratura - attività sempre difficile, ancorché non sempre improba, come oggi è divenuta - fare ricerca e pubblicare, interpretare e tradurre: in una parola, preservare, arricchire e aggiornare la memoria di ciò che costituisce e che dà senso a quelle discipline.

E siccome, per gli anglisti come anche per gli americanisti, parlare di memoria significa quasi inevitabilmente fare in larga parte riferimento a Shakespeare e a quella che tanti anni fa Jan Kott definì la sua contemporaneità, sembra davvero opportuno festeggiare un evento di questi giorni qual è l’approdo sulla rete della rivista Memoria di Shakespeare, cui proprio il Maestro dette vita nel 2000, con la collaborazione dell’editore universitario Bulzoni. e che, dopo la sua morte, è stata pubblicata fino a oggi.

Passare da un’elegante copertina marmorizzata in azzurro a un altrettanto elegante, ma virtuale, frontespizio on-line avrebbe, certo, provocato qualche sarcasmo, neppure troppo sfumato, da parte di chi quella rivista aveva ideato con passione fin nei minimi particolari, del tipo: «Ma che roba è, questa rete; lei si fida»?

Ma tant’è: aver creato una scuola, significa anche lasciare che altri, nel caso specifico Rosy Colombo e Nadia Fusini, si facciano carico di quel legato - di cui fa parte anche una fortunata collana che va sotto il nome, modesto, di Piccola Biblioteca Shakespeariana - per trasformarlo in forme e modi che, appunto, riescano non meramente a preservarlo, ma se possibile a farlo prosperare nella contemporaneità.

La Memoria di Shakespeare versione telematica colpisce subito perché propone la sua internazionalità attraverso l’uso dell’inglese: una scelta per misurarsi, come il web pretende, su un mercato internazionale che la lingua italiana non avrebbe consentito di scalare; una scelta coraggiosa, per chi non sia perfettamente bilingue, ma inevitabile, si direbbe, se si vuole che quella memoria preservi l’autorevolezza che fin qui l’ha distinta.

E poi, un titolo italiano per una rivista in inglese, o meglio per «A Journal of Shakespearean Studies», come da sottotitolo, è piacevolmente spiazzante: ci si aspetta una cosa per pochi intimi e invece si tratta di una rivista internazionale vera, in cui gli studiosi italiani, rivendicano in modo esplicito un ruolo centrale e propositivo. Un bel modo d’interpretare la memoria, non c’è che dire.

Se ci si addentra nella rivista - qualcosa come una quindicina di titoli! - altre piacevoli sorprese, a cominciare dal titolo di questo primo numero «Thinking with Shakespeare»: come dire, in compagnia di, o con l’aiuto di un amico disposto a far riflettere i suoi contemporanei di oggi sul senso / i sensi di un rapporto intenso e molto più profondo di quanto magari non si creda. E infatti, massiccia la presenza di filosofi, i quali appunto s’interrogano sul significato che Shakespeare ha avuto rispetto al loro lavoro nell’oggi, così come su quello di alcuni tra i grandi padri del pensiero moderno, da Hegel a Nietzsche, a Derrida.

Come ormai fortunatamente accade con una certa frequenza, sembra proprio che, superati antiche polemiche e interdetti, letterati e filosofi cerchino di capire insieme, con l’aiuto di Shakespeare, di qual natura sia fatto il pensiero.

E, come si legge nell’editoriale di questo primo numero, si finisce inevitabilmente per scoprire che per i grandi eroi del suo teatro pensare è «un atto drammatico, tragico addirittura»: perché, per pensare, ci vuole coraggio. E coraggio, di certo, hanno dimostrato le due curatrici e il loro staff, tutto al femminile - da Luciana Pirè a Maria Valentini, da Iolanda Plescia a Stefania Porcelli - che hanno dato vita a questa impresa, continuando a muoversi nel solco (on-line) della tradizione.


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